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“Così non si va avanti”, lo sfogo del Rifugio Pesciola tra escrementi, fazzoletti e bucce di banana

Tra i ciuffi d'erba post disgelo non spuntano fiori ma rifiuti antropici: la denuncia del Rifugio Pesciola contro la maleducazione in quota.

Il disgelo in alta quota è solitamente il momento della rinascita della natura, quella fase in cui il candore della neve cede il posto al verde dei prati. Per chi annualmente si impegna nel garantire la fruibilità del rifugio Pesciola nelle Orobie Valtellinesi – struttura non custodita ma autogestita dalla Sottosezione CAI di Ponte in Valtellina – la primavera del 2026 ha portato con sé un’amara sorpresa. Tra i ciuffi d’erba attorno alla struttura non sono spuntati fiori variopinti ma una molteplicità di rifiuti di origine antropica, dai fazzoletti di carta alle bucce di banana. Attraverso un lungo post dai toni duri condiviso sui canali social del rifugio, è stato lanciato un grido d’allarme:“Così non si può andare avanti”.

Il messaggio del Rifugio: “Ci vuole molto per capire così poco?”

Il lungo sfogo condiviso sui social funge da spunto di riflessione collettiva su quello che, di fatto, si palesa come un fallimento educativo. In un’epoca in cui ci si impegna, attraverso ogni mezzo di comunicazione, nel promuovere un approccio sostenibile alle attività outdoor, notare la presenza costante di fruitori dell’ambiente montano che scambiano le vette per una discarica a cielo aperto, porta a domandarsi “dove stiamo sbagliando?”.

“Abbiamo deciso di pubblicare anche le foto, perché sicuramente qualcuno penserà che esageriamo – si legge nel post –, in realtà vi abbiamo risparmiato le più indecenti, ma già da queste si può capire la situazione.”

La decisione di non tacere nasce dalla constatazione di un degrado che si ripete ciclicamente, ma che quest’anno ha superato il limite della sopportazione. Dopo la fusione della neve, l’esterno della struttura è apparso invaso da fazzoletti, salviettine, carta igienica, escrementi umani e scarti alimentari. Una situazione resa ancora più paradossale dal fatto che chi pernotta potrebbe usufruire dei servizi igienici interni.

L’acqua corrente nel periodo invernale non c’è – spiegano i gestori -, ma come raccomandiamo a tutti i gruppi, basta sciogliere la neve sulla stufa che è sicuramente sempre accesa ed una volta usato il wc buttare un secchio d’acqua nello scarico; poi prima di lasciare il rifugio mettere il liquido antigelo, messo a disposizione in struttura, per evitare che gelino gli scarichi”. La domanda che sorge spontanea e inevitabile di fronte a simili indicazioni è: “Ci vuole molto per capire così poco?”.

Il problema non riguarda soltanto la fetta di utenza che, pur usufruendo del rifugio, mostra di non conoscere le basi per una sana convivenza in quota. Anche chi è di passaggio, ci mette del suo. “Chi è di passaggio, o chi pernotta al Rifugio e per qualsiasi motivo non può utilizzare il wc, dovrebbe avere la decenza, il buon senso ed il rispetto di allontanarsi dal rifugio…e per allontanarsi intendiamo allontanarsi”, l’ulteriore rimprovero, accompagnato dal suggerimento di portare a valle con sé almeno la carta e le bucce della frutta. “Basta un semplice sacchetto di plastica con chiusura da tenere nello zaino, non è difficile e non costa nulla.”

Ulteriore dettaglio posto all’attenzione del pubblico è quello relativo all’accensione incauta di fuochi, “anche a pochi metri dalla porta d’ingresso”, senza valutare minimamente rischi né fatica e costo del trasporto della legna al rifugio.

Un messaggio duro, diretto ma necessario, non rivolto in maniera generalizzata agli ospiti del rifugio, ma “a chi invece non si sa o non si vuole comportare nel modo corretto”, a coloro che non mostrano rispetto per il lavoro altrui. “Volete obbligarci a mettere le telecamere (cosa che assolutamente non vorremmo mai fare) anche in un Rifugio a 2000 metri immerso nel nulla?”, la provocazione lanciata in chiusura, accompagnata dall’invito a mostrare rispetto nei confronti dei volontari che si occupano della struttura, dedicandovi “incalcolabili ore di lavoro”.

La montagna e l’errore del “biodegradabile”

L’episodio solleva una questione culturale profonda: la necessità di imparare a vivere la natura come se fosse casa propria. In quota non esiste alcun esercito invisibile di spazzini pronto a ripulire i sentieri. L’unico responsabile della pulizia dell’ambiente è chi calpesta il sentiero.

Le tipologie di rifiuti elencati dai gestori del Pesciola evidenziano un secondo problema: il diffuso errore di valutazione sui rifiuti considerati “biodegradabili”. Le bucce di banana o mandarino, abbandonate in natura sono “innocue”? La risposta è no: in alta quota, a causa delle basse temperature e della scarsa attività batterica, i tempi di decomposizione si dilatano enormemente. Una buccia di banana può impiegare anni per sparire, diventando nel frattempo un rifiuto visivo e un elemento che può arrecare danno alla fauna e alterare l’ecosistema locale. Lo stesso vale per i fazzoletti: la carta di cui si compongono è spesso trattata con sostanze chimiche e impiegano mesi per decomporsi.

Proprio come non si guida un’auto senza patente, non si dovrebbe approcciare la montagna senza una minima consapevolezza ambientale. Informare ed informarsi è un dovere. Frequentare le vette richiede la conoscenza delle dinamiche di un ambiente fragile: basta un semplice sacchetto di plastica nello zaino per riportare a valle i propri rifiuti, un gesto che non costa nulla ma che preserva la dignità dei luoghi.

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