
Nelle Dolomiti c’è una grotta che racconta una storia molto più antica di quanto si pensasse. La Grotta delle Conturines, sopra i 2800 metri di quota in b, esisteva già almeno 5,8 milioni di anni fa. È il risultato di una ricerca internazionale guidata dall’Università di Innsbruck, che ha portato alla più antica datazione radiometrica mai ottenuta finora per una grotta alpina.
Il dato arriva dall’analisi delle formazioni calcaree interne, gli speleotemi, che hanno conservato nel tempo una vera e propria memoria geologica. Secondo i ricercatori, la cavità potrebbe essere persino più antica, avvicinandosi ai 6 milioni di anni.
Un archivio naturale nel cuore delle Dolomiti
Le Dolomiti, patrimonio UNESCO dal 2009, continuano a rivelarsi un laboratorio naturale straordinario. Se da sempre affascinano per il paesaggio, oggi si confermano anche come uno dei più importanti archivi della storia della Terra.
La Grotta delle Conturines è nota agli studiosi fin dalla sua scoperta, avvenuta nel 1987 grazie allo speleologo Willy Costamoling. Per anni l’attenzione si era concentrata soprattutto sui resti dell’Ursus spelaeus ladinicus, un grande erbivoro vissuto oltre 50 mila anni fa e oggi protagonista del Museum Ladin Ursus ladinicus. Ma sotto la superficie si nascondeva una storia molto più profonda.
Quindici anni di ricerca
Il lavoro scientifico, iniziato nel 2011, ha richiesto oltre quindici anni. I primi carotaggi avevano già lasciato intuire qualcosa di eccezionale: depositi di calcite spessi fino a tre metri e mezzo, un’anomalia per una grotta a quella quota.
“Era evidente che quei depositi non si erano formati a oltre 2800 metri” spiega Herwig Prinoth del Museum Ladin Ćiastel de Tor. La conferma è arrivata grazie a tecniche avanzate di datazione uranio-piombo, effettuate presso la Xi’an Jiaotong University tramite ablazione laser. Il risultato è netto: 5,8 milioni di anni per gli strati più antichi, mentre quelli più recenti arrivano a 1,8 milioni di anni fa, alle soglie delle grandi glaciazioni.
Un clima completamente diverso
Questi dati non raccontano solo l’età della grotta, ma anche un ambiente radicalmente diverso. Nei depositi di calcite sono intrappolati pollini di piante tipiche di climi molto più caldi: le temperature erano tra i 4 e i 5 gradi superiori rispetto all’epoca pre-industriale.
All’epoca, inoltre, le Alpi non avevano ancora raggiunto le quote attuali: la grotta si trovava probabilmente attorno ai 1500 metri, in un contesto simile a quello odierno di San Cassiano, circondata da vegetazione mediterranea. È il periodo della Crisi di salinità del Messiniano, quando il Mediterraneo arrivò quasi a prosciugarsi. Un mondo lontanissimo da quello che conosciamo oggi.
La scoperta apre ora nuove prospettive per lo studio del clima passato e dei cambiamenti in atto. A partire dal 27 aprile, il Parco Naturale Sciliar-Catinaccio ospiterà la mostra “Countdown to mass extinction?”, realizzata dal Museum Ladin Ćiastel de Tor. Tra i materiali esposti ci sarà anche una delle carote estratte nella grotta.
Un modo per collegare passato e presente: dalla crisi climatica del Permiano fino alle sfide contemporanee, con una domanda che resta aperta: quanto il nostro impatto sta cambiando gli equilibri della Terra?