
Una parete di granito alta 1200 metri, 30 lunghezze di corda, condizioni imprevedibili e una logistica al limite. In Patagonia, sulla parete est della Torre Centrale del Paine, quattro alpiniste hanno firmato un risultato storico: la prima salita interamente femminile della Via Sudafricana (5.12c/7b+). A riuscirci sono state Caro North, Amelie Kühne, Julia Cassou e Belén Prados, protagoniste di una spedizione durata cinque settimane e culminata con tredici giorni consecutivi in parete, in stile capsula.
Un progetto al femminile sulla Via Sudafricana
La Via Sudafricana è una delle grandi classiche del massiccio del Torres del Paine: aperta nella stagione 1973/1974 con difficoltà A4/5.10, è stata liberata per la prima volta solo nel 2009 da un team belga. Una linea lunga e sostenuta, che segue un evidente diedro sulla parete est della Torre Centrale, dove le condizioni patagoniche giocano un ruolo decisivo.
Il progetto è nato dall’iniziativa di Caro North, guida alpina che vive parte dell’anno in Patagonia. Con lei una squadra eterogenea: la giovane tedesca Amelie Kühne, la fotografa francese Julia Cassou e l’argentina Belén Prados.
Prima ancora della salita, la sfida è stata portare il materiale in parete: sette sacchi per un totale di 250-300 chilogrammi, 450 metri di corde statiche, due portaledge, acqua e viveri per oltre due settimane. Un lavoro di trasporto e preparazione durato settimane. Una volta in posizione, e attrezzati i primi tiri fissando le corde in parete, la squadra ha atteso il passaggio di una grande perturbazione prima di iniziare il tentativo vero e proprio.
L’ascesa si è svolta in stile capsula, vivendo sospese sui portaledge e avanzando progressivamente lungo la parete, con un ritmo dettato dal clima patagonico. Vento, neve, pioggia e condizioni delle fessure, hanno trasformato l’avventura in un’alternanza di fasi di progressione – nei momenti buoni offerti dal clima – e fasi di arresto e attesa, quando le condizioni risultavano troppo ostili per procedere.
Una salita tra condizioni estreme e pericoli oggettivi
I primi tiri si sono rivelati tra i più complessi. La ritirata del ghiacciaio ha lasciato una roccia fragile e instabile, difficile da proteggere. La progressione è stata rallentata anche dal pericolo di caduta di massi, determinato dalle cordate in movimento al di sopra del gruppo. Durante la salita, Belén Prados è stata colpita da una scarica di pietre. Incidente che, fortunatamente, ha portato a una contusione che le ha permesso di rientrare in parete dopo due giorni di recupero.
Anche il meteo ha complicato ulteriormente le cose. In un giorno previsto stabile, la squadra si è trovata a trasportare i portaledge sotto una nevicata intensa, in condizioni di freddo estremo. Con il peggiorare delle condizioni, le alpiniste hanno dovuto prendere una decisione: abbandonare il sogno della libera integrale, puntando “semplicemente” a raggiungere la vetta.
Come dichiarato da Caro North, le condizioni affrontate – tra freddo, roccia ricoperta di neve e ghiaccio accumulato nelle fessure, che ha reso impossibile tentare i tiri chiave in libera – hanno reso l’arrivo in cima già di per sé un grande risultato, ottenuto grazie a un ottimo lavoro di squadra.
La vetta e il ritorno
La finestra giusta per tentare la cima è arrivata improvvisamente: una giornata di sole e poco vento. Un’occasione perfetta, probabilmente unica. Partite alle 4 del mattino per il push finale, le quattro alpiniste hanno raggiunto la vetta della Torre Centrale del Paine alle ore 16, completando la prima salita interamente femminile della Via Sudafricana.
La discesa, come spesso accade su queste grandi pareti, si è rivelata lunga e impegnativa, tra calate, recupero del materiale e degli zaini pesanti, il tutto con tempi stretti per rientrare a valle. La libera integrale resta un obiettivo aperto.