
Tra il 27 e il 28 marzo Alan Rousseau, Jackson Marvell e Matt Cornell hanno aperto Heavy is the hand (1500 m, WI6+, M6+, A1) sulla parete sud del Mount Dickey, in Alaska.
La via nasce da un’idea lontana nel tempo, maturata osservando per quindici anni quella porzione di parete.“Questa è sicuramente una via speciale per noi. È una linea che guardiamo quasi ogni anno da quando abbiamo iniziato a scalare qui. È anche una via che mi ha sempre un po’ intimidito: è così continuamente ripida ed è segnata dai rischi oggettivi delle grandi colate di ghiaccio esposte al sole. È valsa l’attesa per le condizioni che abbiamo trovato” racconta Rousseau nel suo report, pubblicato su Alpinist.com. Va sottolineato che per i tre il Mount Dickey è diventato negli anni quasi una seconda casa. Qui tornano a ogni stagione e hanno già realizzato diverse prime prime ascensioni sulle sue pareti.
La salita
La mattina del 27 marzo i tre attaccano la via. I primi metri scorrono veloci, ma la natura della via cambia rapidamente entrando in un sistema di diedri. “Dopo pochi tiri ci siamo trovati sotto una struttura ripida e intimidatoria che rappresentava uno dei grandi punti interrogativi della via. Matt ha preso il materiale e ha scelto di attaccare una linea di ghiaccio sottile inclinata oltre i 90 gradi. Ha finito per salire quasi 60 metri di WI6+, costruendo una sosta su tre beak”. Le difficoltà non sono solo tecniche, ma soprattutto legate alla qualità del ghiaccio: “Gran parte di questo ghiaccio era largo meno di 30 centimetri e a volte spesso appena pochi centimetri. Era così delicato che spesso si rompeva mentre salivamo, lasciando sotto di noi solo sottili vene lisce levigate dall’acqua”.
Con il progredire della giornata, diventa naturale la ricerca di un posto per bivaccare. “Ci sono volute circa due ore per scavare una piattaforma nella neve. Verso le 23 siamo entrati in una piccola tenda da due posti, condividendo due materassini ma ognuno con il proprio sacco a pelo leggero”. All’alba del giorno dopo la sveglia e poi si riparte. “In una lunghezza di oltre 50 metri ho trovato solo due protezioni buone. Alla fine del tiro ho incontrato una struttura di neve sospesa e strapiombante. Mentre costruivo la sosta sentivo un miscuglio di adrenalina, freddo, fatica e sollievo”.
Nel pomeriggio del secondo giorno, la cordata esce dalla sezione più tecnica della via. “Tutti e tre eravamo in cima alla parete alle 16:20 (locali, nda). La nostra celebrazione è stata breve, vista l’ora tarda e la consapevolezza di quanto ancora restava da fare”. Restano infatti circa 450 metri fino alla vetta, su neve profonda e terreno instabile: “Gran parte di questo tratto era neve inconsistente e profonda. A volte sembrava più nuotare che scalare. In questa sezione anche una piccola valanga avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche, vista la parete enorme sotto di noi”. La vetta viene raggiunta alle 18:30 locali, chiudendo una salita lunga e impegnativa.
Heavy is the hand
Il risultato è Heavy is the hand, una via che difficilmente si ripeterà spesso: richiede una combinazione precisa di freddo, stabilità e luce. “Servono lunghi periodi di freddo e bel tempo perché la linea si formi. Anche con temperature sotto zero, durante la nostra salita i tiri iniziavano a sciogliersi al sole del pomeriggio. Abbiamo affrontato lunghezze molto lunghe, protezioni scarse e arrampicata sostenuta per 16 tiri nel sistema principale di diedri”.
La discesa lungo la parete ovest riporta rapidamente la cordata al campo, chiudendo una delle salite più significative della stagione in Alaska.