Montagna.TV

Addio a Jim Whittaker, primo americano sull’Everest: aveva 97 anni

Il primo maggio 1963 raggiunse la vetta insieme a Nawang Gombu. Una vita tra alpinismo, esplorazione e cultura outdoor.

È morto il 7 aprile nella sua casa di Port Townsend, nello stato di Washington, Jim Whittaker, uno dei protagonisti assoluti dell’alpinismo del Novecento. Aveva 97 anni. Scompare così il primo americano ad aver raggiunto la vetta del Monte Everest, ma anche una figura chiave nello sviluppo della cultura outdoor negli Stati Uniti.

Nato a Seattle il 10 febbraio 1929, Whittaker crebbe insieme al fratello gemello Lou, con cui iniziò a scalare fin da giovanissimo tra alberi, recinzioni e poi verso le montagne del Pacific Northwest. La sua fu un’educazione informale, segnata dall’incoraggiamento della madre, che invece di ammonirli con prudenza li spingeva a “divertirsi” e a trovare fiducia nelle proprie capacità.

L’Everest

La consacrazione arrivò il 1° maggio 1963, durante la spedizione americana guidata da Norman Dyhrenfurth al Monte Everest. Quel giorno in cordata con Nawang Gombu, Whittaker raggiunse la cima seguendo la via del Colle Sud, sul versante nepalese. Erano trascorsi esattamente dieci anni da quando Edmund Hillary e Tenzing Norgay riuscirono nella prima ascensione alla montagna.

Fu una salita tesa, segnata da vento forte e condizioni difficili. A pochi metri dalla vetta, Whittaker si fermò per aspettare il compagno. Dopo uno scambio di cortesia – “vai tu”, “no, vai tu” – decisero di arrivare insieme: un gesto che sintetizza lo stile dello scalatore e di quell’epoca che andava allontanandosi dai nazionalismi che avevano avvolto per una decina di anni le grandi montagne della Terra.

Dalla cima, via radio, pronunciò una frase rimasta nella storia: “I’m at the top of the world”. Sono sulla cima del mondo. Poco dopo ricevette le congratulazioni del presidente John F. Kennedy, con cui instaurò un rapporto duraturo. Prima però di pensare ai complimenti i due alpinisti dovevano rientrare al campo base. Una fase per nulla scontata. Poco dopo essersi rimessi in movimento infatti, ancora in prossimità della vetta, una cornice cedette improvvisamente e Whittaker rimase per alcuni istanti appeso a testa in giù riuscendo a rimettersi in equilibrio dopo circa un minuto. Raccontò l’episodio con leggerezza: “Beh, è la prima volta che mi capita di restare a testa in giù”.

Era un alpinista determinato e concreto, descritto da alcuni storici dell’alpinismo come la forza trainante della spedizione americana all’Everest, un uomo dotato di grande energia fisica e mentale.

Dall’Everest al K2, fino alla “Peace Climb”

Negli anni successivi Whittaker consolidò il proprio ruolo di leader. Nel 1965 guidò una spedizione sostenuta dal National Geographic con il senatore Robert F. Kennedy, culminata con la prima ascensione del Mount Kennedy, nello Yukon. Nel 1978 fu a capo della prima spedizione americana di successo sul K2, mentre nel 1990 organizzò l’International Peace Climb sull’Everest, coinvolgendo alpinisti di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina.

Ci fu però una montagna che segnò la sua esistenza, forse quella a cui era più legato, il Mount Rainier, Quattromila dello stato di Washington, su cui superò le 80 ascensioni.

Oltre all’alpinismo, Whittaker ebbe un ruolo determinante nello sviluppo dell’industria outdoor. Nel 1955 divenne il primo dipendente a tempo pieno di REI, di cui fu poi presidente e CEO per un totale di 25 anni. Insieme al fratello (scomparso nel 2024) fondò la Rainier Mountaineering Inc., contribuendo alla formazione di generazioni di alpinisti e alla crescita del Pacific Northwest come centro dell’alpinismo americano.

Soprannominato “Big Jim” per la statura imponente (1 metro e 95 centimetri), fu anche un appassionato velista. Insieme alla moglie Dianne Roberts e ai figli, realizzò un viaggio di quattro anni e oltre 32.000 chilometri nel Pacifico a bordo della loro imbarcazione.

Nel suo memoir, A Life on the Edge, lasciò una delle sue riflessioni più note: “Non conquisti davvero una montagna, conquisti te stesso”. Se ne va così uno degli ultimi grandi testimoni dell’alpinismo classico, capace di unire esplorazione, visione e cultura. Un uomo per cui, come amava dire, la vera vetta non è un luogo sulla mappa, ma uno stato della mente.

Exit mobile version