
Primo e unico a salire quattro Ottomila in prima assoluta invernale, Simone Moro è alpinista, scrittore e pilota di elicottero. Una figura centrale dell’alpinismo contemporaneo, spesso controcorrente nelle sue posizioni sul mondo delle spedizioni commerciali e sul futuro dell’Himalaya. Lo raggiungiamo al telefono in una giornata tranquilla, mentre rientra verso casa, dove ha scelto di costruire anche una dimensione più personale, tra una piccola azienda agricola e nuovi progetti. Sono giorni di recupero, quello vero, ma anche di ritorno ai sogni: quelli che, per Moro, continuano inevitabilmente a puntare verso l’alta quota, dove l’aria si fa più sottile.
Dopo lo spavento dello scorso inverno, quando è stato costretto a interrompere il tentativo di salita invernale al Manaslu per un problema cardiaco, oggi Moro ha completamente recuperato. Gli accertamenti hanno escluso cause patologiche, riportando l’episodio a una condizione acuta legata a disidratazione e valori elevati di ematocrito indotti dall’alta quota. Classe 1967, con alle spalle una carriera che ha segnato la storia dell’alpinismo himalayano moderno, non sembra però avere alcuna intenzione di fermarsi: ha ripreso ad allenarsi e guarda già ai prossimi obiettivi, tra Alaska e Nepal.
Simone, domanda di rito: come stai?
Sto bene, e non lo dico a sensazione. Dopo quello che era successo ho voluto fare un percorso molto approfondito, quasi maniacale: mi hanno controllato da cima a fondo. L’ultima visita che ho fatto all’ospedale di Bergamo è stata una prova da sforzo reale, non indotta da farmaci, per verificare le mie condizioni. I dottori l’hanno interrotta quando ho superato i 300 watt di potenza generata sul cicloergometro. Lì ho avuto la prova concreta di aver recuperato al 100%.
Quindi, cosa ti era successo al Manaslu?
Quando una persona ha una crisi cardiaca coronarica come la mia , di solito è per problemi come colesterolo, placche o altre condizioni patologiche. Nel mio caso nulla di tutto questo. Si era creato un coagulo nel sangue perché avevo un ematocrito a 64 ed ero disidratato: negli ultimi tre giorni avevo bevuto meno di un litro di acqua. Il coagulo che si è creato per queste cause ha fatto da tappo alla coronaria sinistra, con un effetto sul cuore identico a quello provocato da una patologia.
Quello che volevo chiarire con gli accertamenti medici era proprio questo: che non fosse stato causato da un problema del cuore stesso, né a causa di uno sforzo eccessivo o di una preparazione insufficiente.
E ora come ti stai allenando?
Mi sto allenando di nuovo, ma in modo progressivo. Dopo mesi di stop non potevo ripartire di colpo a tutto gas e alti volumi. Sto aumentando i carichi poco alla volta e vado sempre meglio. Ormai posso dire di sentirmi quello di prima.
Quindi, ti rivedremo sugli Ottomila?
Sì, sicuramente. Per ora il mio primo obiettivo è andare in Alaska, a giugno, per provare a salire il Denali. Non ci sono mai stato e dal 2003 continuo a ripetermi “prima o poi ci andrò”. Così ho deciso che questo poteva essere il momento giusto, anche per chiudere il cerchio delle Seven Summits che è un obbiettivo e soddisfazione personale, un piccolo cerchio che si chiude.
Ho sempre rimandato, ma adesso ho deciso di farlo: sarà una bella tappa intermedia prima di tornare agli Ottomila.
Hai già deciso su quale Ottomila?
In ottobre tornerò in Nepal per il Manaslu. Dopo tanti anni in cui l’ho tentato solo in inverno, quest’anno voglio fare un passo indietro: salirò in autunno per conoscerlo meglio, vedere le condizioni e poi eventualmente riprovarlo pochi mesi dopo, in inverno, sfruttando l’acclimatamento. Una ricognizione, insomma.
Con chi salirai?
Al Denali con un amico russo. Al Manaslu invece sarò solo, nel senso che mi organizzo e mi muoverò in autonomia, senza ossigeno e senza sherpa, anche se sarò in concomitanza con le altre spedizioni, quindi lungi da me definire solitaria una salita che sarà fatta con molti altri alpinisti sulla montagna.
Ma, a proposito di altissima quota. Non ti sei ancora stancato degli Ottomila?
Se fossi intelligente ti direi di sì. Ma la risposta più reale è che sì, forse un po’ mi sono anche stancato degli 8000 in generale, ma ho ancora entusiasmo. Diciamo che voglio chiudere alcuni cerchi che so di voler chiudere. Il Manaslu invernale è uno di questi: è considerato l’Ottomila più facile ( in stagione propizia) , eppure è la montagna che mi ha respinto di più in tutta la mia carriera. Direi che potrebbe essere la prova provata di come anche la montagna più facile, se affrontata con condizioni al limite possa diventare la più difficile. Mi piace l’idea che sia il come e quando fai alpinismo a determinare la difficoltà.
E gli altri cerchi?
A tempo debito, adesso è troppo presto per parlarne.
Va bene, dopo invece, quando avrai chiuso?
Mi piacerebbe dedicarmi ai Seimila e Settemila inviolati o poco saliti. Ce ne sono tantissimi, costano meno e in tre settimane hai buone possibilità di riuscire a salirli. In 35 anni di carriera ho capito che, se avessi inseguito solo il risultato, avrei fatto una quantità enorme di prime salite su queste montagne.
Come mai?
Un seimila tecnico lo fai anche in un paio di giorni, mentre sugli Ottomila non puoi andare veloce se non sei acclimatato, soprattutto se vuoi salire senza ossigeno.
Torniamo sugli Ottomila, quelli di oggi. Li frequenti da più di 30 anni, come hai visto cambiare questo mondo e come vedi il mondo delle spedizioni commerciali?
Il mondo delle spedizioni commerciali l’ho visto nascere e crescere. Anche la prima spedizione a cui ho partecipato, quella del ’92 guidata da Agostino Da Polenza, sotto certi aspetti si poteva definire “commerciale”: avevamo sherpa, corde fisse e ossigeno. Non c’erano clienti paganti, ma per stile e comunicazione non era così diversa da oggi. La differenza è che allora i protagonisti erano alpinisti forti e autosufficienti. Oggi invece gli alpinisti autosufficienti sono pochissimi e spesso gli sherpa fanno da babysitter. Dopo quella prima esperienza infatti ho capito che quel modo di fare alpinismo non mi piaceva.
Negli anni ho poi visto le spedizioni commerciali diventare sempre più grandi, tutte in mano a grandi agenzie occidentali. Dopo sono arrivati i nepalesi, che oggi dominano il mercato. Sono protagonisti e sono bravissimi, giocano in casa e hanno costruito un’economia importante.
Ma quindi, qual è la tua visione?
Oggi parlare di alpinismo sugli Ottomila, se si intende quello sulle vie normali in stagione, fa quasi sorridere. Per questo prima ho detto che la mia in autunno sul Manaslu è una ricognizione. Trenta anni fa avremmo detto “Simone Moro va a tentare il Manaslu”, oggi è come allenarsi sul Breithorn o sul Monte Bianco. Se non vai in inverno, su vie nuove o con stili diversi, stai facendo turismo d’alta quota. Un turismo difficile, faticoso e rischioso, ma pur sempre turismo.
Turismo che però ha cambiato il Nepal…
Sì, e profondamente. Io non voglio fare il moralista che rimpiange le montagne “pure”. Le spedizioni hanno portato benessere, hanno reso dignitose le vite degli sherpa, molti sono diventati guide autonome e riconosciute a livello internazionale. Molte sono anche certificate UIAGM. Il livello di sicurezza è aumentato tantissimo.
Ed è anche vero che con questo sistema si è chiusa una pagina di alpinismo esplorativo, ma solo su 14 montagne e per due mesi all’anno. Il resto dell’Himalaya è pieno di possibilità per chi vuole fare vero alpinismo. Io non sono contrario alle spedizioni commerciali, anzi: sono contento da un lato che la gente delle valli degli ottomila viva meglio e dall’altro che si sia chiamato turismo e business quello che alcuni vorrebbero spacciare ancora come alpinismo.
Cosa pensi dei recenti scandali sui falsi soccorsi in elicottero?
Penso che era tristemente prevedibile ciò che è accaduto e non c’è da sorprendersi più di tanto. Quando un Paese povero vede arrivare molti soldi, è umano che qualcuno senza valori e senza scrupoli cada in queste negative tentazioni. Non è una questione di nepalesi o occidentali: è una questione di assenza di moralità, di una sorta di ingiustificabile fragilità e debolezza umana cadere in queste brutte tentazioni di business e malcostume.
Parlando di elicotteri, c’è un tema che vorrei toccare. Tu sei un pilota e lavori in Nepal, anche come soccorritore. Da dove nasce questo rapporto?
Nel 1997, quando c’è stata la valanga sull’Annapurna, quella che si è portata via Anatolij Bukreev, io sono stato salvato da un elicottero. Sono stato salvato da un elicottero che però ho dovuto affittare e pagare in anticipo. Una cosa che mi è sembrata assurda. Dopo questo evento ho deciso che in qualche modo avrei voluto restituire la fortuna che avevo avuto, ma anche provare a cambiare il sistema, perché così non poteva funzionare. Così ho provato a coinvolgere gli operatori del settore, e tutti mi dicevano che sarebbe stato troppo difficile fare una cosa del genere in Nepal.
Allora?
Mi sono messo in prima persona a realizzarlo, diventando pilota, coinvolgendone altri e ho comprato un elicottero facendo debiti personali, l’ho portato in Nepal e ho contribuito a trasformare un sistema che sembrava impossibile da cambiare. Al tempo c’erano 4 elicotteri nel Paese, ora siamo passati a circa 40. E non sono solo per i turisti: servono per costruire infrastrutture, trasportare materiali, collegare zone remote. Bisogna far capire che l’elicottero, in un Paese come il Nepal, senza strade e infrastrutture, è uno strumento fondamentale. E ci tengo anche a dire un’altra cosa, prima si è parlato di “lavoro”. Ma io la vedo più come un’attività di volontariato. Non voglio pormi su un piedistallo ma, tolto vitto e alloggio, per il resto guadagnerei molto di più continuando a svolgere le mie solite attività che trascorrendo un mese in Nepal con l’elicottero. Per me è un modo per restituire quello che ho ricevuto.
Siamo quasi alla fine di questa intervista. Su Simone Moro si sente e si dice sempre molto, ma chi è davvero Simone Moro?
Per capire chi sono bisognerebbe conoscermi davvero, avermi frequentato, visto nella quotidianità, non per sentito dire.
Sono una persona che non si è mai sottratta alla comunicazione, alla sponsorizzazione, alla visibilità. Ma l’ho sempre fatto in modo onesto, senza dire cose false o per convenienza. Un po’ come in grande Reinhold Messner e molti altri grandi del passato e lo dico con le dovute differenze e con il dovuto rispetto, Messner ha scritto libri, è stato esposto mediaticamente, non si è mai morso la lingua, è spesso andato contro corrente e contro il politicamente corretto ma è stato sempre un uomo vero e questo gli ha tributato rispetto, non per forza approvazione o simpatia. Io ho fatto lo stesso e dunque è normale che abbia chi mi odia e denigra, fa parte anche questo della fragilità umana,
La differenza tra i tempi di Messner e oggi è che oggi esistono i social: chiunque può dire qualsiasi cosa su di te, sparare a zero e gridare ad una platea molto più larga il dissenso o l’eventuale calunnia.
La differenza quindi, la fanno i social…
È molto diverso dai tempi di Reinhold Messner o di Walter Bonatti, Casarotto e moltissimi altri giganti del passato: sono convinto che, se allora ci fossero stati i social, avrebbero detto di tutto con gli stessi veleni usati oggi anche su di loro. Oggi c’è un megafono enorme, accessibile a chiunque.
Io non penso di essere una persona che “sta sulle scatole” in generale: se fosse davvero così, il grande pubblico mi terrebbe lontano. Questa percezione esiste la considero fisiologica, ma è circoscritta ad una nicchia molto specifica di solito quella dei “colleghi” e delle loro tifoserie.. È un fenomeno che esiste in tutti gli ambienti ma è sempre e comunque una minoranza, e non è quella che rappresenta davvero l’ampia comunità degli amanti e appassionati a tutto campo della montagna.
Poi, dico, se vogliamo raccontare la montagna a tutti, abbiamo bisogno di persone che la raccontino ad alta voce, senza paura di esporsi e anche di dire cose scomode. Prendi la triste vicenda di Confortola: io non ho proprio nulla contro di lui, che rimane un bravo alpinista e probabilmente una brava persona. Avrei potuto evitare di parlarne, ma poi pretendiamo che l’alpinismo e il mondo cambi senza avere il coraggio di indicare le storture e ciò che non funziona? Alla fine mi sono detto che, con i dovuti modi e il giusto linguaggio dovevo raccontare i fatti, le circostanze e le vicende che in Himalaya tutti conosco e parlano.
Sono fatti a cui ho assistito, testimonianze raccolte, prove scritte e fotografiche che confermano e certificano verità, non sto parlando di gossip. Bisogna evolvere e smetterla di parlare sempre e solo a bassa voce, dietro le spalle e senza coraggio.
A conferma di ciò che ho detto e che anche Silvio Mondinelli ha prima ancora di me confermato, si è espresso anche l’Himalayan database e tra pochi mesi temo arriverà pure conferma che la vicenda delle cime non salite si allargherà. Questa cosa non è stata e non voglio sia presa come un attacco a qualcuno, ma a favore di qualcosa, l’onestà e la verità ,che sono valori universali e non solo dell’alpinismo.
Sei un uomo concreto, ma sei anche un sognatore, altrimenti non avresti fatto tutto che hai fatto…
Sì, sono un sognatore incallito. Ho tanti sogni e cerco sempre di selezionarne alcuni e trasformarli in progetti. Sognare è gratis, lo facciamo tutti, ma sono molti meno quelli che decidono di dedicare tempo ed energia per provare davvero a realizzarli. Spesso siamo più degli esecutori: facciamo il nostro lavoro e basta. Ma per realizzare un sogno devi rischiare uscire dalla zona di confort, ingegnarti, imparare a fare altro.
Penso che ci sia un sogno giusto per ogni fase della vita. Il mondo degli elicotteri, per esempio, è stato il primo grande sogno che ho trasformato in realtà. Oggi il mio sogno è anche quello di essere contagioso in modo positivo, a partire dalla mia famiglia: trasmettere questa voglia di credere in qualcosa di buono. Viviamo in un’epoca che lascia poco spazio ai giovani e ai sogni, che spesso ci schiaffeggia con una realtà molto dura. Però io penso che il mondo si possa ancora cambiare, iniziando da quello che è il mondo di ognuno di noi, lavorando su di noi. Non voglio vivere per piacere agli altri. Se lo fai, rischi di non fare mai qualcosa che piaccia davvero a te. Lavorare su sé stessi significa costruire la propria idea di felicità, non inseguire per forza quella degli altri.