Anche le Alpi accendono l’aria condizionata: il paradosso del fresco che scalda il clima
Sempre più condizionatori anche nelle Alpi, dove il caldo non è più un’eccezione. Ma il fresco artificiale rischia di diventare un nuovo problema ambientale.
Nelle Alpi si accende il condizionatore. Sempre più spesso e sempre più in alto. E quello che fino a pochi anni fa era un fenomeno marginale sta diventando una nuova normalità, spinta da estati più lunghe e ondate di calore sempre più frequenti anche in quota. Il risultato è un cambiamento silenzioso ma profondo: il raffrescamento entra nelle case, negli alberghi, negli uffici di montagna, e con lui crescono consumi energetici ed emissioni.
A metterlo nero su bianco è il report “Sistemi di refrigerazione e climatizzazione: censimento degli usi e delle metodologie di calcolo delle emissioni di inquinanti atmosferici e di gas a effetto serra”, realizzato nell’ambito del progetto europeo ALP’AERA, finanziato dal programma Interreg VI-A Francia-Italia ALCOTRA 2021-2027. Lo studio nasce per supportare l’adattamento delle valli alpine franco-italiane alle conseguenze del cambiamento climatico e analizza, tra le altre cose, proprio l’impatto crescente del raffrescamento su emissioni, energia e qualità dell’aria.
Alpi sempre più calde
Il punto di partenza è semplice: nelle Alpi fa sempre più caldo, e più spesso. Di conseguenza aumenta il ricorso ai sistemi di climatizzazione, sia nelle abitazioni sia negli edifici del terziario. Il report segnala che in Francia, secondo un’indagine ADEME del 2020, il tasso di dotazione familiare è del 25%, ma sale al 28% nei dipartimenti alpini francesi. Nel nord Italia arriva invece al 49%, con forti differenze regionali: in Valle d’Aosta, ad esempio, meno del 5% delle famiglie dispone di un impianto di climatizzazione. Lo studio osserva inoltre che dal 2014 la climatizzazione residenziale è in crescita costante, legata ai ripetuti episodi di ondate di calore, e che la diffusione è favorita anche dai sistemi reversibili, usati sia per riscaldare sia per raffrescare.
Quali sono gli effetti dell’uso del climatizzatore?
Il report invita però a guardare oltre la sola esigenza immediata di difendersi dal caldo. La climatizzazione, infatti, pesa sul clima attraverso due canali. Il primo è quello delle emissioni dirette, dovute alle perdite dei fluidi refrigeranti durante l’uso, la manutenzione o il fine vita degli impianti. Il secondo è quello delle emissioni indirette, legate all’elettricità necessaria per far funzionare i condizionatori; emissioni che dipendono dal mix energetico del Paese, cioè da quanta parte dell’elettricità proviene da fonti fossili, nucleare o rinnovabili. Il report ricorda che i sistemi di refrigerazione e condizionamento emettono soprattutto attraverso i gas fluorurati, e che oggi gli idrofluorocarburi (HFC) restano quelli più rilevanti dal punto di vista climatico.
Lo studio ricostruisce anche l’evoluzione dei refrigeranti. I vecchi CFC e HCFC, usati a lungo in refrigerazione e condizionamento, sono stati progressivamente eliminati per il loro effetto distruttivo sullo strato di ozono. A sostituirli sono arrivati gli HFC, che non danneggiano l’ozono ma hanno spesso un potenziale di riscaldamento globale molto elevato, tanto da essere inclusi nelle politiche internazionali sul clima. Più recenti sono gli HFO, caratterizzati da un impatto climatico molto basso, e i cosiddetti refrigeranti naturali o alternativi, come ammoniaca, anidride carbonica, propano e isobutano, che offrono soluzioni meno impattanti ma richiedono attenzione per i rischi legati alle loro proprietà fisiche.
Ridurre l’uso di HFC è la soluzione?
Sul fronte normativo, il report richiama un passaggio decisivo: nel 2016, con l’emendamento di Kigali, 197 Paesi hanno adottato un percorso di riduzione progressiva degli HFC. Secondo lo studio, questo impegno è fondamentale perché, in assenza di interventi, le emissioni di HFC avrebbero potuto rappresentare tra il 9 e il 19% delle emissioni mondiali di anidride carbonica equivalente entro il 2050. In Europa, intanto, i regolamenti F-Gas hanno già avviato una riduzione degli HFC più impattanti, e in Francia una proiezione al 2035 citata nel rapporto indica un calo del 63% delle emissioni rispetto al 2010, con una diminuzione vicina al 70% nel freddo commerciale grazie al divieto di usare gli HFC più inquinanti nella manutenzione degli impianti.
Ma il nodo non è solo il tipo di gas utilizzato. Il report insiste sul fatto che il vero punto critico, nelle Alpi come altrove, è la traiettoria dei consumi energetici. In Italia, l’ENEA stima che la climatizzazione rappresenti il 57% del consumo elettrico degli edifici terziari, davanti alle apparecchiature elettriche e all’illuminazione. In Francia, nel settore terziario, la quota di superfici climatizzate raggiunge il 40%. E negli scenari elaborati dall’ADEME, il quadro al 2050 può diventare molto più pesante: nello scenario tendenziale, i consumi energetici legati alla climatizzazione passano da 16,5 TWh nel 2020 a 41 TWh nel 2050, mentre il 95% delle superfici terziarie e residenziali risulta climatizzato.
Quale può essere una reale soluzione?
Il dato più interessante, e forse più politico, è che il solo miglioramento tecnologico non basta. Il report osserva che apparecchi più efficienti, da soli, non compensano l’aumento complessivo dei consumi. Per contenerli servono anche cambiamenti nei comportamenti: tempi di utilizzo più brevi nei periodi di caldo e temperature interne meno spinte, ad esempio 26°C invece di 22°C negli scenari più virtuosi. È un punto che riguarda da vicino anche la montagna turistica e residenziale, dove la climatizzazione rischia di imporsi come nuova normalità proprio mentre le Alpi cercano modelli di adattamento compatibili con la transizione ecologica.
C’è poi un altro paradosso: il raffrescamento può contribuire a peggiorare l’ambiente che dovrebbe rendere più vivibile. Il report dedica infatti una sezione specifica alle conseguenze sull’isola di calore urbana, ricordando che il calore espulso all’esterno dagli impianti può aumentare ulteriormente le temperature locali. Nelle vallate alpine urbanizzate, nei fondovalle densamente costruiti e nei centri turistici dove il caldo estivo si somma alla scarsità di ventilazione, questo effetto può diventare particolarmente problematico. In sostanza, più si climatizza, più si rischia di alimentare un circolo vizioso che rende ancora più necessario climatizzare.
Quanti climatizzatori ci sono nel mondo?
A livello globale, ricorda che le vendite di condizionatori sono triplicate negli ultimi trent’anni, che il numero di apparecchi ha raggiunto 1,5 miliardi nel 2021 e che potrebbe triplicare entro il 2050. Richiama inoltre le stime IEA secondo cui, tra il 2002-2004 e il 2019-2021, i decessi medi annui legati al caldo tra gli over 65 sono aumentati del 61%, fino a circa 300 mila all’anno; nello stesso periodo, l’accesso al raffrescamento avrebbe evitato un numero crescente di morti. Il tema, quindi, non è demonizzare la climatizzazione, ma capire come governarla senza trasformarla in un ulteriore acceleratore della crisi climatica.
Per le Alpi la questione è ancora più sensibile perché riguarda territori fragili, dove il cambiamento climatico procede più velocemente che altrove e dove la qualità dell’aria è già influenzata da caratteristiche geografiche e meteorologiche che favoriscono il ristagno degli inquinanti nelle valli. Nel caso della climatizzazione, il messaggio del report è chiaro: il fresco artificiale sarà sempre più presente anche in montagna, ma senza regole, efficienza, controllo delle perdite, scelte tecnologiche migliori e una riflessione seria sugli usi, rischia di diventare un rimedio che aggrava il problema che cerca di contenere.



