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Dentro il Millet Tour du Rutor Extrême: “Non lo capisci finché non sei lì”. Il racconto di Luca Ducoli

Due giorni nel cuore dello scialpinismo internazionale: dalla velocità dei big alla partecipazione alla Team 85. Il racconto di Luca Ducoli, tra atmosfera, fatica e una vittoria inattesa.

Il Millet Tour du Rutor Extrême 2026 si è chiuso da qualche giorno, con un finale combattuto fino all’ultimo. A vincere sono stati Davide Magnini e Anton Palzer, protagonisti del sorpasso decisivo nella tappa finale di Planaval dopo la rottura di uno sci per i francesi Xavier Gachet e William Bon Mardion. Nella gara femminile dominio netto di Axelle Mollaret e Alba De Silvestro, sempre in testa e vincitrici con ampio margine.

Ma c’è un modo per raccontare il Millet Tour du Rutor Extrême che va oltre classifiche e cronometri? Sì, viverlo da dentro. È quello che ha fatto Montagna.tv, presente sulle nevi valdostane con Luca Ducoli, inviato speciale alla regina delle competizioni sulle pelli. Due giorni immersi in una delle gare più iconiche dello sci alpinismo internazionale, tra ritmo serrato, paesaggi spettacolari e quell’energia unica che solo le grandi sfide sanno creare.

Dentro la gara: velocità e tecnica ai massimi livelli

Il primo giorno è stato dedicato all’osservazione. Salendo con gli sci fino a uno dei punti chiave del tracciato, con il primo cambio assetto. “Dal vivo cambia tutto. Li vedi arrivare e capisci subito che sono su un altro livello. Non è solo la velocità in salita, è proprio il modo in cui fanno ogni cosa. I cambi sono fulminei, precisi, senza un attimo di esitazione. E poi la discesa, quella è forse la cosa più impressionante e anche la più difficile da guardare senza trattenere il fiato”.

Poi il silenzio torna a riempire la montagna, e resta addosso quella sensazione di aver visto qualcosa di raro. È una di quelle esperienze che ti fanno capire davvero cos’è lo scialpinismo di alto livello. Non lo capisci finché non sei lì”.

Il secondo giorno: da spettatori a protagonisti

Il giorno successivo cambia prospettiva. Non più solo spettatori, ma parte integrante dell’evento grazie alla Team TDRX85, l’evento non competitivo aperto anche ai non professionisti.

La partenza era fissata all’alba, sullo stesso tracciato iniziale della gara ufficiale. I primi metri sono condivisi con i big, poi il percorso si accorcia: circa 700 metri di dislivello, una salita intensa ma accessibile.

“Non avevo mai partecipato a qualcosa del genere. Raduni sì, ma una cosa così no. Però eravamo lì, l’atmosfera era quella giusta, e alla fine ci siamo detti: perché non provarci?”. Con le frontali ancora accese e il freddo che si sente nelle mani sono alla partenza. “Alle 6:30 si parte, e già quello ti mette in una dimensione diversa. Condividi il primo tratto con gli atleti veri, senti il ritmo, il respiro, il rumore delle pelli sulla neve. Poi il percorso si separa, ma quella partenza te la porti dietro”.

“È stata più dura di quanto immaginassi. Non tanto per il dislivello, ma per il ritmo. Parti un po’ troppo forte, ti fai prendere dall’entusiasmo, e poi devi gestire. Però è anche questo il bello”.

Arrivato in cima, Ducoli non si ferma. Decide di salire ancora, fino a un punto più alto, per vedere il passaggio dei migliori. Ed è lì che arriva una delle immagini più forti. “A un certo punto alzi lo sguardo e vedi questa fila lunghissima di atleti. Una cosa impressionante. Una coda continua che risale la montagna. Le foto non rendono minimamente l’idea”. Una massa compatta, ma allo stesso tempo ordinata.

“E la cosa incredibile è che vanno tutti forte. Anche quelli dietro hanno un passo incredibile. Vedi la fatica, sì, ma anche una costanza che ti colpisce davvero.

La Team 85 non è competitiva nel senso stretto. Ma quando sei lì, immerso in quella atmosfera, un po’ ti si accende la competizione. “Non partivamo per vincere, assolutamente. L’idea era viverla. Poi però, quando sei lì, dai comunque tutto. E alla fine mi sono ritrovato tra i primi”. Una sorpresa, e anche una soddisfazione concreta. “Essere nei primi 200 è stato bello anche perché c’era un piccolo ‘premio’: ai primi veniva dato uno zaino Millet. Non è tanto per l’oggetto in sé, ma perché in quel momento ti senti davvero parte dell’evento, come se avessi portato a casa un pezzetto del Tour”.

La giornata si chiude tra discesa e attesa dell’arrivo dei big. “Siamo scesi con una neve spettacolare in alto, davvero perfetta. Poi in basso un po’ più complicata, ma fa parte del gioco. E intanto aspettavamo l’arrivo dei campioni”. La gara, davanti, si decide sul filo dei secondi. Gli italiani Robert Antonioli e Matteo Eydallin tengono il margine sui francesi anche grazie a un imprevisto tecnico. Ma più del risultato, resta quello che la gara lascia.

“Quando vedi tutto questo da vicino capisci perché il Tour du Rutor è così importante. Non è solo una gara. È storia, è ambiente, è gente che condivide la stessa passione.

Due giorni intensi, pieni, veri. Da raccontare, ma soprattutto da vivere. “Lo rifarei subito”.

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