L’Aquila, 6 aprile 2009: la notte che ha diviso il tempo
Diciassette anni dopo il terremoto, L’Aquila è tornata a vivere, tra cantieri e nuove vite che riempiono il centro. Ma il sisma resta: nei paesi vuoti, nei ricordi, nella scelta quotidiana di continuare.
Alle 3:32 del 6 aprile 2009, il tempo si è spezzato in due. Prima e dopo. Come una linea netta, impossibile da cancellare. Quella notte la terra tremò per 23 secondi nel cuore dell’Appennino centrale. Una scossa di magnitudo 6.3 colpì L’Aquila e decine di comuni circostanti, provocando 309 vittime, oltre 1600 feriti e circa 65mila sfollati. Interi quartieri crollarono, la Casa dello Studente divenne simbolo di una tragedia che colpì soprattutto i giovani, e il centro storico si trasformò in una città fantasma. Diciassette anni dopo, quei numeri restano. Ma non bastano a raccontare tutto.
Le stelle brillano sopra Coppito
È una di quelle immagini che restano addosso. Ci andai nel 2016, a Coppito (frazione di L’Aquila), nel mio viaggio a piedi e con i mezzi pubblici lungo la catena appenninica. Di notte l’aria era fredda, immobile, e il cielo incredibilmente limpido, come solo nei luoghi dove la vita si è diradata. Le case erano chiuse, molte sbarrate. Porte che non si aprivano da anni, panchine deformi, silenzio. Era un paese sospeso.
Nella piazza, due bar: uno di giovani, l’altro di anziani rimasti. Due mondi separati, come se anche la socialità avesse seguito la stessa faglia del terremoto. Poco più avanti, un ristorante aperto per ostinazione. Dentro, una famiglia intera ad accogliere un unico cliente. “Prima veniva gente, eravamo pieni”, raccontavano. “Dopo il terremoto sono spariti tutti”. Erano passati sette anni dal sisma al tempo, e già non si parlava più di macerie. Il terremoto era nei discorsi. Nei silenzi. Nella parola “prima”.
A L’Aquila, il sisma ha cambiato anche il linguaggio. “Prima” e “dopo” non sono categorie temporali: sono identità.
Il momento zero sono le 3:32 del 6 aprile 2009. Tutto ciò che viene dopo è una lunga, complessa ricostruzione fisica, ma soprattutto sociale.
Negli anni immediatamente successivi, la risposta è stata emergenziale: tendopoli, sistemazioni temporanee, il progetto C.A.S.E. per dare un tetto agli sfollati. Una soluzione discussa, criticata, ma che per molti ha rappresentato un passaggio necessario. “Chi critica non ha provato il terremoto” mi disse allora un ristoratore. “Almeno siamo al caldo”.
La ricostruzione
Quando tornai nel centro storico, sempre nel 2016, L’Aquila era un cantiere. Gru ovunque, impalcature, betoniere. Dopo anni di immobilismo, qualcosa si muoveva. C’erano ancora strade chiuse, edifici puntellati, intere aree inaccessibili. Ma c’era anche vita: qualche negozio riaperto, persone che tornavano a camminare tra le vie. Una normalità fragile, ma visibile.
Bastava allontanarsi di qualche centinaio di metri per ritrovare la distruzione. Via XX Settembre, le case sventrate, i calcinacci, le strutture ingabbiate nel legno. E la Casa dello Studente, circondata da magliette, ricordi, nomi. Un memoriale spontaneo, impossibile da ignorare. “Noi aquilani non ci facciamo più caso. Questa è la normalità” mi disse crudamente un uomo incontrato per strada. Era adattamento. Otto ragazzi erano morti nel crollo di quell’edificio. Oggi le macerie della Casa non ci sono più, e nemmeno le magliette, i fiori e gli altri oggetti portati per ricordare quella tragedia. La stanno ricostruendo.
17 anni dopo
A distanza di diciassette anni dal terremoto, L’Aquila è diversa anche da quel 2016. Il centro storico è in gran parte ricostruito, restituito alla città. Le piazze sono tornate a vivere, l’università ha riportato studenti, le attività commerciali hanno riaperto. I cantieri non sono scomparsi, ma si sono spostati, diradati. La ferita non è chiusa, ma non è più una voragine.
Eppure, il terremoto resta. Resta nelle periferie ancora in trasformazione, nei paesi del cratere dove lo spopolamento è diventato definitivo, nei giovani che ancora oggi faticano a trovare un futuro lì. Resta nei racconti di chi è rimasto e in quelli di chi è partito. Resta soprattutto nella memoria collettiva, che in questi territori ha una consistenza concreta, quasi fisica.
C’è una scritta che ricordo bene, vista su un muro di piazza Duomo: “Daje L’Aquila!!!”
In altri tempi sarebbe sembrato un gesto vandalico. Nel cuole della città ferita, mi è sembrata la più bella delle dichiarazioni, una traccia di quella forza che caratterizza le donne e gli uomini dell’Appennino, quelli che con i terremoti hanno imparato a conviverci. Quelli che questa terra la chiamano casa, quelli che restano, o tornano. Quelli che scelgno di ricostruire non solo le case, ma il senso di una comunità.
Oggi L’Aquila è una città che ha ripreso a muoversi, a studiare, a lavorare, a vivere. Ma è anche una città che non dimentica. E forse è proprio questo il punto di equilibrio più difficile, e più necessario: continuare, senza cancellare.





