Travolto da una valanga: cosa fare. Valgoi (CNSAS): “I primi minuti decidono tutto”
Dall’allarme al 112 alla ricerca con l'ARTVA, i passaggi chiave dell’autosoccorso spiegati dal CNSAS. Nei primi minuti si gioca tutto: errori e priorità che possono salvare la vita.
L’inverno 2025/2026 si chiude con un bilancio pesantissimo per la montagna italiana: 37 persone sono morte in incidenti in valanga, il dato più alto in Europa in questa stagione e il più alto per l’Italia negli ultimi sei anni.
In questo contesto, la domanda più importante resta anche la più concreta: cosa fare davvero quando una valanga travolge un compagno di gita? Quali sono i primi gesti, gli errori da evitare, le priorità nei minuti decisivi? Lo abbiamo chiesto a Francesco Valgoi, Guida Alpina, Istruttore nazionale della Scuola tecnici del CNSAS e Tecnico di Elisoccorso, per ricostruire passo dopo passo cosa succede dopo il distacco e come si imposta correttamente un autosoccorso.
Francesco, partiamo dallo scenario più critico: sono in gita con altri compagni, uno di loro viene travolto da una valanga. Da quel momento, qual è la prima cosa da fare?
La prima cosa è fermarsi un attimo e capire se anche chi è rimasto fuori è ancora in pericolo. È un passaggio fondamentale, perché una valanga può non aver scaricato tutto e il pendio può restare instabile. Oppure potresti trovarti in un punto esposto a un secondo distacco. Prima di tutto quindi, bisogna mettersi, se possibile, in una posizione sicura. Solo dopo si può passare all’attivazione dei soccorsi e all’autosoccorso vero e proprio.
Quindi non si parte subito a scavare?
L’istinto sarebbe quello, ma bisogna ragionare. Se chi soccorre viene travolto a sua volta, la situazione peggiora drasticamente. La prima valutazione è sempre: “Qui è ancora pericoloso oppure no?”. Se riesco a spostarmi di pochi metri in una zona più sicura, lo faccio. Poi attivo i soccorsi e inizio la ricerca.
Qual è il secondo passaggio?
Attivare subito i soccorsi. Se c’è campo si chiama il 112. La cosa più importante, appena parte la chiamata, è dire subito dove ti trovi. È l’informazione più preziosa: se anche la comunicazione si interrompe, almeno i soccorritori sanno dove andare. Poi bisogna dire cosa è successo – quindi che si tratta di una valanga con eventuali travolti – e quante persone sono coinvolte. Questo serve a far partire la macchina del soccorso nel modo corretto, con il numero giusto di risorse.
Quali altre informazioni è utile dare al 112?
Più si è precisi, meglio è. Oltre al luogo, è utile indicare una località precisa, una quota, eventualmente delle coordinate. Poi le condizioni meteo: se c’è nebbia, bufera o scarsa visibilità, i soccorritori capiscono subito che l’elicottero potrebbe non riuscire a intervenire. È utile anche spiegare se si è visibili oppure no: per esempio se si è su un costone aperto, in un canale, nel bosco. E bisogna restare rintracciabili al telefono, perché la centrale potrebbe richiamare per chiedere altre informazioni o guidare l’intervento.
E se non c’è copertura telefonica?
È una delle situazioni peggiori. Se si è in due e uno può andare a chiamare mentre l’altro inizia l’autosoccorso, questa è la soluzione migliore. Se invece si è da soli, senza campo e con una persona sepolta, il problema è enorme: allontanarsi per chiedere aiuto può voler dire perdere un tempo decisivo. In quel caso, in linea di massima, conviene iniziare subito l’autosoccorso, cercare di liberare la persona e farla respirare, e solo dopo provare a chiamare. Oggi però esistono dispositivi satellitari che permettono di lanciare un SOS praticamente ovunque: per chi frequenta certi ambienti sono strumenti sempre più importanti.
Dopo aver messo in sicurezza la situazione e chiamato i soccorsi, cosa viene?
Inizia l’autosoccorso. Ed è il momento in cui contano i minuti. La ricerca si fa, prima di tutto, basandoti su ciò che hai visto e sentito: dove hai visto scomparire il compagno, qual era la sua ultima posizione, se emerge qualcosa dalla neve, un braccio, uno sci, una parte di zaino. Tutto questo restringe l’area. Poi si usa l’ARTVA, e qui va detto chiaramente che l’ARTVA bisogna saperlo usare davvero: non basta averlo addosso. Inoltre bisogna fare attenzione alle interferenze. Oggi siamo pieni di dispositivi elettronici: telefono, action cam, smartwatch, radio. Tutti questi oggetti possono disturbare il segnale. In fase di ricerca vanno tenuti lontani dall’ARTVA, altrimenti si rischiano segnali falsi, indicazioni sbagliate, perdite di tempo. E in valanga perdere tempo è la cosa più grave.
Se siamo in più persone a cercare?
Se ci sono più persone rimaste fuori, il lavoro va organizzato bene, anche gestendo correttamente gli ARTVA di chi partecipa alla ricerca, per evitare che si disturbino a vicenda. Se tutti restano in trasmissione, si crea confusione; chi cerca deve poter lavorare senza interferenze.
Quindi anche i superstiti devono gestire in modo corretto il proprio ARTVA?
Certo. È un aspetto spesso sottovalutato. Se più persone stanno cercando, bisogna evitare che gli apparecchi si “cerchino” tra loro. Alcuni dispositivi hanno modalità specifiche di standby o di supporto al soccorso, pensate proprio per congelare temporaneamente trasmissione e ricezione e ridurre il disturbo, salvo poi riattivarsi automaticamente se chi li indossa si ferma o viene travolto. Sono funzioni molto utili, ma anche queste vanno conosciute prima.
Quanto conta aver visto bene la scena del distacco?
Tantissimo. Se, per esempio, stiamo scendendo uno alla volta e io sono l’ultimo, posso capire fino a che punto i compagni sono rimasti in superficie e da dove sono spariti. Questo mi permette di escludere una parte dell’area e di concentrare la ricerca nel punto giusto. È un vantaggio enorme. Per questo, anche durante la discesa, stare distanziati e mantenere il contatto visivo è una regola di sicurezza che serve non solo a ridurre il rischio, ma anche a rendere possibile un autosoccorso efficace.
E il RECCO? Molti pensano sia una garanzia.
Va chiarito bene: il RECCO non è uno strumento di autosoccorso. Può essere utile ai soccorsi, che arrivano con il rilevatore, ma non serve al compagno che è già sul posto nei primi minuti. A cercarti subito è chi è con te, con ARTVA, sonda e pala. Quindi bisogna evitare false sicurezze: il RECCO può aiutare dopo, ma i minuti decisivi dipendono dall’autosoccorso del gruppo.
Una volta localizzata la persona con l’ARTVA, cosa bisogna fare?
Si sonda correttamente, si individua il punto e si inizia a scavare. Anche qui bisogna essere molto concreti: scavare richiede tempo ed energie. Con un seppellimento intorno al metro e mezzo, liberare una persona da soli è faticosissimo.
Quando arrivano i soccorsi, come ci si comporta?
Bisogna rendersi visibili, ma senza intralciare. Se qualcuno può staccarsi dalla ricerca o dallo scavo, può portarsi in un punto ben visibile e segnalare la propria posizione con le braccia alzate. Poi però le scelte su dove atterrare, dove sbarcare i tecnici, se usare verricello, le fa l’equipaggio dell’elicottero. Inoltre bisogna fare attenzione a tutto ciò che può volare via con il rotore: giacche, teli termici, materiali leggeri. Va tenuto tutto fermo e raccolto. Anche questo aiuta il lavoro dei soccorritori.
Fin qui abbiamo parlato di emergenza. Ma il vero punto è arrivare a non trovarsi in quella situazione. Da dove si parte?
Si parte molto prima della gita. Quando c’è un incidente stiamo già cercando di mettere una pezza a qualcosa che è andato storto. Per questo la parte più importante resta la pianificazione. In questa fase sono tre i fattori da valutare: le condizioni nivo-meteorologiche, la morfologia del terreno e il fattore umano.
Ci spieghi meglio?
Le condizioni nivo-meteorologiche sono il primo elemento: che neve c’è, che vento ha fatto, se ci sono stati accumuli, se esistono strati deboli persistenti, che tipo di condizioni segnala il bollettino. Il secondo fattore è la morfologia: pendenze, canaloni, salti di roccia, ostacoli, tutte quelle che chiamiamo “trappole morfologiche”. Il terzo è il fattore umano: quanti siamo, che esperienza abbiamo, quanto siamo allenati, come stiamo fisicamente e mentalmente.
E questi tre fattori vanno riletti in più momenti?
Esatto. Il primo momento è quando pianifichi a casa, magari due giorni prima. Il secondo è quando arrivi sul posto, guardi davvero la montagna, il vento, la neve, il gruppo, e confronti la realtà con quello che avevi immaginato. Il terzo è sul singolo pendio, nel momento in cui stai per entrare nel tratto ripido. Lì devi essere disposto a rimettere tutto in discussione ancora una volta. Serve sempre un piano B, e soprattutto serve la lucidità per accettarlo.
Qui entra in gioco molto il fattore umano, immagino.
Moltissimo. A volte il problema non è la neve, ma la testa. Le sei ore di macchina per arrivare, il desiderio di fare proprio quella gita, la pressione del gruppo, la voglia di non sfigurare, di mostrarsi all’altezza. Tutto questo può spingere a ignorare segnali evidenti. Per questo bisogna essere mentalmente pronti a rinunciare, cambiare meta, o anche semplicemente tornare a casa. Il piano B non è una sconfitta: è una scelta corretta.
In questo inverno si è parlato molto di strati deboli persistenti. Quanto hanno pesato?
Tantissimo. Sono un problema insidioso perché non si vedono, ma restano attivi a lungo. Il nome lo dice: sono deboli e persistenti. Possono cedere facilmente, anche dopo tempo, e spesso senza segnali clamorosi. In stagioni così serve un approccio mentale molto prudente, quasi “trincerato”: evitare i pendii dai 30 gradi in su, stare lontani dalle esposizioni critiche, scegliere itinerari più semplici e meno esposti. Se ci si affida solo alle sensazioni sul posto, si rischia di farsi ingannare.
Quindi il messaggio finale qual è?
Che l’autosoccorso è fondamentale, ma da solo non basta. Serve addestramento vero, serve saper usare i materiali, serve saper leggere la montagna e soprattutto serve decidere bene prima. In valanga i primi minuti sono decisivi, ma spesso la differenza la fanno le scelte prese ore o giorni prima. La regola resta sempre la stessa: ridurre il rischio il più possibile, e se qualcosa non convince, avere il coraggio di fermarsi.
















