
La prima highline nel cuore del massiccio del Fitz Roy, in Patagonia, è arrivata nelle scorse settimane grazie all’ambizione del tedesco Lukas Irmler. Un viaggio di 90 metri sul filo di un rasoio, con sullo sfondo la cuspide slanciata del Cerro Torre a riempire e dare senso al paesaggio gigante della Patagonia.
Per riuscirsi Irmler e compagni hanno dovuto aspettare la giusta finestra di bel tempo, quattro giorni di tempo stabile per salire, attrezzare e percorrere la linea. Un’azione rapida, quasi opportunistica, costruita tra tentativi e ricognizioni.
Abbiamo raggiunto Lukas Irmler al telefono per farci raccontare da vicino come nasce una prima volta di questo tipo in Patagonia: tra logistica complessa, condizioni al limite e quella sottile linea di equilibrio fisica e mentale che definisce ogni passo nel vuoto.
Lukas, partiamo dalla Patagonia. Cosa ti ha portato fin lì, nel cuore del massiccio del Fitz Roy?
Sono in viaggio in Sud America da più di un anno. Ho attraversato molti Paesi, soprattutto tra Colombia e Argentina. La Patagonia era il grande obiettivo di questo viaggio. È un luogo che per chi fa montagna rappresenta qualcosa di unico: selvaggio, remoto, imprevedibile. Arrivarci non è solo una tappa geografica, ma quasi un passaggio simbolico. Volevo vivere quell’ambiente, capirlo, e provare a fare qualcosa che avesse senso proprio lì.
Diciamo che ci sei riuscito, nella terra del vento. Anzi, dove il vento decide tutto. Quanto è stata decisiva la finestra giusta?
Totalmente. In Patagonia il meteo è il fattore dominante, non puoi ignorarlo. In poco più di un mese abbiamo avuto tre finestre di bel tempo. La prima l’abbiamo usata per scalare e ambientarci, capire la roccia, le condizioni, il ritmo del luogo. La seconda per esplorare davvero il progetto: capire se fosse possibile montare una highline e cosa sarebbe servito a livello tecnico e logistico.
In quel momento eravamo già soddisfatti: avevamo individuato una possibile linea e pensavamo di tornare l’anno prossimo per realizzarla. Poi siamo andati via da El Chaltén, perché non c’erano prospettive di bel tempo. Ma dopo circa una settimana è comparsa una nuova finestra, improvvisa. Così siamo tornati indietro.
Era quella giusta?
Sì, ed è stata incredibile: quattro giorni di stabilità, cosa rarissima lì. Molti forti alpinisti ne hanno approfittato. Anche noi. Il giorno in cui abbiamo montato la linea non c’era vento. Zero. In Patagonia è quasi irreale. È stata una combinazione di condizioni che probabilmente capita pochissime volte.
Ti riporto a quel momento preciso: il primo passo sulla fettuccia. Cosa succede nella tua testa?
È difficile da descrivere. Era un sogno enorme per me: fare qualcosa in Patagonia, e addirittura aprire la prima highline nel gruppo del Fitz Roy. Non è qualcosa che capita due volte nella vita.
Quando sono salito sulla fettuccia ero semplicemente felice di essere lì. A un certo punto mi sono persino girato lateralmente per guardarmi intorno: il Cerro Torre, il Fitz Roy… un paesaggio così potente che quasi ti dimentichi cosa stai facendo. Devi ricordarti di concentrarti.
Sei mai caduto?
No. Sono riuscito a chiuderla al primo tentativo, rimanendo calmo, trovando il mio ritmo. E sono sceso direttamente sulla cresta di vetta. È stato surreale. Tutto è andato perfettamente, forse anche troppo. Avevo sempre pensato che un progetto del genere avrebbe richiesto anni. Invece è successo subito. E questo lo rende ancora più incredibile.
Dopo un’esperienza così intensa, cosa succede quando torni a valle?
Il ritorno è lungo, anche fisicamente. Abbiamo passato un’altra notte al campo e poi siamo rientrati a El Chaltén. E ovviamente abbiamo festeggiato, con una grande pizza.
Eravamo felici, profondamente. Non solo per la riuscita del progetto, ma perché chiudeva un viaggio già straordinario. È stato il punto più alto, il “finale perfetto”. Allo stesso tempo, però, è anche un inizio. Il massiccio del Fitz Roy ha ancora un potenziale enorme. Ci sono linee possibili tra torri, progetti molto più grandi. L’idea di collegare due cime, per esempio, è qualcosa che ci affascina molto. Ma lì non puoi pianificare troppo: devi tornare, provarci e sperare di essere molto fortunato.
Prima di guardare al futuro, facciamo un passo indietro: ci hai detto che il tuo viaggio in Sud America dura da oltre un anno…
Sì, questo viaggio è iniziato più di un anno fa, partendo dalla Colombia con il nostro van. Da lì abbiamo attraversato quasi tutto il continente. È stata un’esperienza incredibile, non solo dal punto di vista sportivo. Abbiamo realizzato diversi progetti importanti, come una highline all’Angel Falls, in Venezuela, che era un sogno che avevo da oltre 15 anni. E poi tante esperienze in montagna, soprattutto in Perù, fino a quote di 6000 metri.
Ma una delle cose più belle è stata la comunità. Ovunque siamo andati, siamo stati accolti da persone che non avevamo mai incontrato prima. È una sensazione unica: sentirsi a casa in luoghi lontanissimi. Sono arrivato senza parlare nemmeno una parola di spagnolo, ora riesco a comunicare. Questo viaggio mi ha cambiato anche fuori dallo sport.
Nella tua vita da sportivo invece, c’è stato un momento in cui hai davvero sentito il limite?
Sì, nel 2018 in Norvegia. Stavamo tentando una slackline di circa 2,8 chilometri, più del doppio del record mondiale dell’epoca. Abbiamo lavorato per oltre un mese in condizioni difficili. Alla fine nessuno è riuscito a completarla. Era semplicemente al limite di ciò che potevamo fare in quel momento. È stata una lezione importante: capire che esistono limiti reali. E che accettarli fa parte del processo.
Parliamo un po’ di te. Quando nasce il tuo rapporto con la highline?
Circa vent’anni fa. Ho visto delle immagini di Dean Potter a Yosemite, e lì è scattato qualcosa. Abbiamo iniziato con linee basse, tra gli alberi, imparando poco alla volta. All’epoca c’erano pochissime informazioni, quindi abbiamo costruito tutto passo dopo passo, crescendo insieme allo sport.
All’inizio cosa ti attirava di più: la sfida, il vuoto, o altro?
In realtà la paura. È stata la prima cosa che mi ha colpito. Ricordo che all’inizio ho pensato seriamente di smettere, perché avevo una forte paura dell’altezza. Ma proprio quella resistenza interna mi ha incuriosito. Non riuscivo ad accettare che qualcosa di semplice a terra diventasse impossibile solo pochi metri più in alto, per colpa della mia mente.
La highline è questo: un equilibrio tra gestione della paura e ricerca del proprio limite. Sei assicurato, ma il cervello non lo accetta davvero. Le emozioni sono fortissime. Ancora oggi, dopo vent’anni, quella sensazione torna. Magari solo per pochi secondi, ma c’è sempre. E per me è la parte più importante: imparare a stare dentro quella paura, attraversarla, e comunque riuscire a performare. Perché spesso il vero limite non è fisico, ma mentale. E le cose che ci spaventano di più sono anche quelle che indicano la direzione giusta.
Toglici ancora una curiosità. Da amante della montagna e da appassionato outdoor, quanto conta per te il rispetto ambientale?
È fondamentale, anche se non è semplice. I nostri progetti implicano viaggi, e questo ha un impatto. Cerchiamo di compensarlo restando a lungo nei luoghi, spostandoci via terra e riducendo i voli al minimo. In montagna cerchiamo sempre di lasciare il minor segno possibile: ancoraggi naturali, protezioni removibili, pochi fix solo quando indispensabili. In Patagonia abbiamo fatto molta attenzione a questo. Non è perfetto, ma è un equilibrio che cerchiamo continuamente.