“Raccontare solo il disastro è un errore”: Serena Giacomin e la sfida di comunicare la crisi climatica
Se raccontiamo solo il peggio, le persone smettono di ascoltare. Con la fisica dell'atmosfera Serena Giacomin cerchiamo di capire come comunicare la crisi climatica, e quali sono gli errori più diffusi.
Negli ultimi anni la crisi climatica è entrata stabilmente nel racconto quotidiano: temperature record, eventi estremi sempre più frequenti, ghiacciai in ritirata, stagioni che cambiano ritmo. Eppure, nonostante l’aumento delle informazioni disponibili e una copertura mediatica senza precedenti, la percezione pubblica resta spesso confusa e distante.
Secondo diversi studi sulla comunicazione del rischio, non è solo una questione di dati, ma di come questi dati vengono raccontati. Troppa enfasi sul disastro, poca attenzione alle soluzioni: una narrazione che rischia di allontanare invece che coinvolgere. È su questo equilibrio fragile che si gioca oggi una delle sfide più importanti: trasformare la consapevolezza in azione.
Ne parliamo con Serena Giacomin, direttrice scientifica di Italian Climate Network, fisico dell’atmosfera, climatologa e meteorologa per Meteo Expert, docente e divulgatrice, che da anni lavora proprio sul confine tra scienza e comunicazione.
Partiamo da qui: qual è il primo grande errore nella comunicazione della crisi climatica?
Mostrare solo la parte negativa. È l’errore più diffuso e anche il più dannoso, perché crea una narrazione sbilanciata. Se raccontiamo solo disastri, eventi estremi e scenari catastrofici, diamo un’immagine incompleta del fenomeno. In questo modo si genera paura, ma anche distanza. Le persone percepiscono il problema come qualcosa di enorme e fuori controllo, e quindi tendono a disconnettersi. È una reazione molto umana: quando una minaccia sembra troppo grande, si smette di ascoltare invece di attivarsi.
Quindi la paura non funziona?
La paura può funzionare nel breve periodo, perché cattura l’attenzione. Ma da sola non basta e, anzi, nel lungo periodo è controproducente. Se non è accompagnata da strumenti per comprendere e agire, porta a una forma di paralisi. Il risultato è che le persone sono informate, sanno che esiste un problema, ma non riescono a tradurre questa consapevolezza in azione.
C’è anche un aspetto psicologico importante: noi esseri umani siamo più reattivi a pericoli immediati e visibili, mentre facciamo fatica a reagire a minacce lente, diffuse e complesse come la crisi climatica. Se il messaggio è solo negativo, questa difficoltà aumenta.
Quindi, cosa possiamo fare?
Ci deve essere un equilibrio tra le informazioni. Gli esperti dicono che ogni notizia negativa se ne devono dare tre positive. Non è una formula casuale. L’idea di bilanciare il racconto ha basi nella psicologia della comunicazione: siamo naturalmente portati a dare più peso alle informazioni negative, ma se il messaggio è solo catastrofico scatta un meccanismo di difesa che porta le persone a distaccarsi invece di agire.
Per questo, accanto alla percezione del rischio, dovremmo raccontare anche le soluzioni, l’adattamento, le buone pratiche, le innovazioni che già esistono. Non perché la situazione sia meno grave, ma perché è più complessa di come viene spesso rappresentata.
Non si correo così il rischio di minimizzare il problema?
No, se si resta rigorosi. Il rischio vero è l’opposto. Come già detto, una narrazione esclusivamente negativa può portare a una forma di rifiuto o di disimpegno. Se tutto sembra perduto, perché dovrei cambiare comportamento? La comunicazione efficace deve tenere insieme due elementi: la consapevolezza della gravità e la possibilità di azione.
Perché pensi che sia così difficile far passare il messaggio che esiste la crisi climatica?
Perché la crisi climatica è, per sua natura, difficile da percepire. È un fenomeno che spesso viviamo come lontano nello spazio e nel tempo. Parliamo di ghiacciai, oceani, foreste tropicali, oppure di scenari al 2050 o al 2100. Tutto questo rende il problema astratto per molte persone. Anche quando gli effetti sono già presenti, non sempre vengono riconosciuti come parte di un quadro più ampio. Per questo è fondamentale lavorare sul racconto: bisogna accorciare questa distanza e collegare il cambiamento climatico alla vita quotidiana delle persone.
Eppure gli effetti sono già qui.
Sì, e sempre di più. Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale: riguarda il cibo che mangiamo, la disponibilità di acqua, la salute, il lavoro, l’economia. Se riusciamo a raccontarlo in questi termini, diventa qualcosa di concreto, che tocca la vita di tutti i giorni. E quindi anche qualcosa su cui le persone si sentono più coinvolte.
Che responsabilità hanno i media in questo campo?
Enorme. I media possono contribuire a creare consapevolezza, ma anche confusione o disinteresse. Per questo è importante che il racconto sia continuo, contestualizzato e accessibile, non legato solo alle emergenze.
Pensi che ci siano degli errori, oggi, da parte dell’informzione?
Spesso è discontinua: si parla di clima solo quando succede qualcosa di eclatante. Oppure si oscilla tra due estremi: una comunicazione troppo semplificata, che banalizza, e una troppo tecnica, che esclude.
Serena, nella tua attività di divulgazione lavori molto anche con i giovani. Cosa emerge?
Che c’è grande sensibilità, ma anche fragilità. I giovani sono molto esposti al tema climatico, ma spesso attraverso una narrazione molto negativa. Basti pensare ai libri di scienze di qualche anno fa dove la trattazione del tema era quasi esclusivamente focalizzata sugli aspetti negativi. Questo può generare eco-ansia, cioè una forma di ansia legata al futuro del Pianeta e alla percezione di impotenza. È un fenomeno sempre più studiato e diffuso.
Come la si può evitare?
Dando strumenti. Non basta dire cosa sta succedendo, bisogna anche spiegare cosa si può fare, a diversi livelli. Serve raccontare le piccole azioni quotidiane, le iniziative delle startup o l’esempio del singolo che si impegna per migliorare qualche aspetto della sua vita. Ecco, questa è una cosa importante da far comprendere: quando si parla di adattamento alla crisi climatica, è importante iniziare a parlare di miglioramento. Non si tratta di uno stravolgimento fatto di sacrifici, ma di un cambiamento che può portare benefici.
In sintesi: cosa significa comunicare bene la crisi climatica oggi?
Significa trovare un equilibrio: tra dati ed emozioni, tra gravità e possibilità, tra scala globale e vita quotidiana. E soprattutto significa aiutare le persone a sentirsi parte della soluzione. Perché senza coinvolgimento, non c’è cambiamento.






