
Tra le tante notizie che affollano la mia personale rassegna stampa, e appaiono e scompaiono in un batter di ciglia, ce ne sono molte (sempre di più) che un tempo non lontano avrebbero avuto ben altra dignità. Sarebbero state pietre miliari, eventi iconici ed eccezionali, personaggi, rivoluzioni perfino, in grado di cambiare, se non la grande Storia, almeno la piccola storia dell’alpinismo. Oggi invece sono meteore, illuminano le nostre notti di una luce accecante che dura pochi secondi, poi si spengono come fuochi pirotecnici a Capodanno. Alex Honnold si esibisce in solitarie breathtaking, ma bidimensionali, con la profondità impalpabile di uno stuntman di Netflix. Matteo Della Bordella e i suoi fortissimi compagni collezionano prime ascensioni e prime ripetizioni invernali a ritmo tumultuoso, tutte di eccelsa qualità, ma non abbiamo tempo di stupirci perché un’impresa soffoca e cancella la precedente. Jorge Díaz-Rullo sale una via di 9c a Margalef, ma sarebbe il quinto 9c al mondo e già ci viene da sbadigliare.
Ha molto colpito la mia immaginazione la solitaria di Stefano Ragazzo su Riders on the Storm alle Torri del Paine, non tanto per la difficoltà dell’impresa (il suo precedente exploit su Eternal Flame non era da meno), quanto per la semplicità del suo resoconto, la scarna cronaca del confronto tra un piccolo uomo e la forza impareggiabile della natura. Un racconto degno di Bonatti.
Mi ha anche colpito l’ultimo video di Magnus Midtbø su un personaggio che potrebbe essere protagonista di un celebre racconto di Bernard Amy, Il più grande arrampicatore del mondo: no, non Adam Ondra, ma Charles Albert, più noto come Barefoot Charles. Per chi non lo conosce, Charles ha vissuto per cinque anni in una caverna di Fontainebleau, conosce ogni blocco della foresta e si dedica a tempo pieno a progetti non inferiori al V17. Ma soprattutto lo fa a piedi nudi, e dove lui passa con naturalezza, anche Adam spesso deve ritirarsi. Ma per entrambi, Stefano Ragazzo e Barefoot Charles, la mia capacità di attenzione (confesso con rammarico) è durata pochi minuti.
A questo punto, lo ammetto: ho citato un sacco di nomi, forse troppi. Ognuno di questi potrebbe “fare” la storia dell’alpinismo. Allora, perché questa sensazione che la stagione degli eroi sia finita?
Che tutto sia già stato detto e che quanto si farà in futuro sarà solo una stanca ripetizione? Perché la Patagonia del 2026 è dimenticabile e il Dru di Bonatti del 1955, pur sfregiato dalle frane, resta lì eterno come un monumento? L’ipotesi è che, dopo il primo “assassinio dell’impossibile” evocato da Messner negli anni Sessanta, siamo al secondo e definitivo assassinio. L’alpinismo è morto, viva l’alpinismo. A meno che…
A meno che non si tratti di un difetto (anzi un eccesso) di percezione. Gli eroi della nostra infanzia li trovavamo SOLO sulla carta: una copertina di Epoca, un libro di successo, un articolo sulla Rivista Mensile sancivano la nascita di un nuovo eroe. Scripta manent, certo, e nella nostra libreria i titoli di Bonatti, Diemberger, Rébuffat, Desmaison riempivano il nostro empireo immaginario di gesta immortali. Oggi il racconto alpinistico è affidato ai social, cioè al chiacchiericcio, YouTube offre una svalangata quotidiana di imprese sempre più difficili e sempre meno epiche, non manca molto che l’AI costruirà l’alpinista perfetto, la montagna perfetta, l’emozione definitiva, e noi manco ce ne accorgeremo.
Per fortuna, poi, a volte la vita ti fa un regalo. Almeno, a me capita. Mi è capitato di incontrare, a un qualche evento nel Comelico, Paola Cesco-Frare, la moglie di Mario Crespan. Mario lo conoscono in pochi: era un artista, un insegnante, un alpinista classico, uno scrittore finissimo. Per due anni, tra il 2006 e il 2008, ha scritto un blog per il sito di Intraisass, poi ha raccolto una novantina di suoi articoli in un volume che l’amico Luca Visentini ha pubblicato con il titolo di Ritorni a valle (difficilmente lo troverete in libreria, ma sui siti di vendita libraria sì). Nel 2010 Mario ci ha lasciato. Non lo conoscevo, Paola gentilmente mi ha inviato il suo libro ed è stato per me un bagno nella bellezza.
Lontano dalla bulimia dei social, distantissimo dai nomi altisonanti e sponsorizzati, il mondo di Crespan si dipana in 400 pagine che trasudano amore per la montagna, poesia, una precisa attenzione alla realtà tangibile dei boschi e delle rocce. Le sue scalate non sono mai estreme, ma sono trasfigurate dalla sua sensibilità artistica, sul Campanile di Val Montanaia come sulle Pale di San Lucano. I suoi disegni scavano nel profondo, quasi un’orografia dell’anima. E per capire cosa davvero muovesse la matita e il pensiero di Crespan, basta leggere i primi capitoli dedicati al mistero della Montagne St. Victoire di Cézanne, ai folli altopiani di Van Gogh, alle luci estreme di Segantini.
Con questo incontro (postumo purtroppo) con Mario Crespan il mio empireo immaginario si è arricchito di un nuovo, piccolo eroe dell’alpinismo, che esige molta più concentrazione e fatica (ripeto: 400 pagine di libro) di un reel di pochi secondi. Ma che resta impresso per sempre.