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Gran Sasso: risolto il mistero del “boato di Ferragosto”

Non un terremoto, ma un evento idrogeologico. Uno studio multidisciplinare svela l'origine del misterioso boato che nell'agosto 2023 ha scosso i Laboratori sotterranei del Gran Sasso.

Le montagne vengono generalmente descritte come mondi di roccia e silenzio. Ma non è sempre così. A volte le montagne “parlano”. È quello che è accaduto nella notte tra il 14 e il 15 agosto 2023 alle ore 22:00 (UTC) nell’area del Gran Sasso, quando un forte e improvviso boato ha fatto sussultare il terreno, rimbombando nelle sale dei Laboratori Nazionali dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).

Terremoto? Esplosione artificiale? Di cosa si sarà mai trattato? La risposta arriva dalla scienza…o meglio, dal cielo!

Il boato del Gran Sasso: la risposta è nell’acqua

A risolvere il “mistero” del boato che ha scosso le profondità della vetta più alta d’Appennino, tanto da essere udito dal personale presente nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso durante il turno di notte, è stato un team multidisciplinare tutto italiano. I risultati dello studio, coordinato dall’INFN e INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), in collaborazione con le Università di Pisa, Sapienza di Roma e L’Aquila, sono stati di recente pubblicati sulla rivista del gruppo Nature, Scientific Reports.

Lamenti “rumorosi” della Terra, come quello udito nella notte di Ferragosto del 2023, non rappresentano eventi eccezionali o sconosciuti al mondo scientifico. Le cause possono essere diverse, quali piccoli terremoti superficiali o frane improvvise. Nel caso del Gran Sasso la causa va ricercata piuttosto nella sua natura carsica. Come evidenziato dai ricercatori, il massiccio del Gran Sasso “rappresenta uno dei più grandi acquiferi carbonatici carsici fratturati dell’Italia centro-meridionale”.

In simili ambienti, boati sotterranei possono essere il segnale di rottura di argini invisibili, come una barriera di roccia che cede sotto la pressione dell’acqua o anche un flusso d’acqua che diventa talmente turbolento da generare bolle di vapore e vibrazioni (la cosiddetta “cavitazione”).

A confermare l’acqua come principale imputato è stata la disponibilità di un ingente quantitativo di dati, raccolti dagli strumenti installati all’interno e all’esterno dell’acquifero del Gran Sasso. Attraverso l’analisi combinata di dati provenienti da diversi sistemi di monitoraggio – idrogeologici e sismologici – gli scienziati sono arrivati alla conclusione che il boato di Ferragosto non sia stato un evento isolato, ma il gran finale di un processo iniziato mesi prima.

La chiave del fenomeno è da ricercarsi nelle piogge primaverili del 2023, insolitamente intense, che filtrando nel massiccio hanno provveduto a ricaricare l’acquifero e influenzarne la dinamica. Da maggio ad agosto gli strumenti hanno registrato anomalie sia nella pressione che nella quantità di acqua in circolo. Il 14 agosto deve essere accaduto qualcosa che ha portato a un evento “esplosivo”. Come spiegano gli esperti “In idrogeologia, queste osservazioni sono spesso collegate alla rottura dei limiti di permeabilità o a flussi d’acqua turbolenti”.

Questo evento idrogeologico ha prodotto un’onda d’urto acustica – il boato udito anche dall’orecchio umano – seguita da una variazione immediata della pressione idraulica, che è tornata a scendere, chiaro segno che l’acqua avesse trovato una nuova via di sfogo.

Il laboratorio giusto al momento giusto

Per ricostruire questo viaggio nelle profondità del Gran Sasso, gli scienziati si sono avvalsi della strumentazione in uso nei Laboratori sotterranei. Strumenti d’avanguardia, come il giroscopio laser ultra-sensibile GINGERINO, utilizzato per monitorare la velocità angolare locale della Terra attorno all’asse verticale con elevata precisione.

Grazie alla sua estrema sensibilità, il giroscopio ha consentito di ricostruire i movimenti del suolo e le vibrazioni del terreno che hanno interessato l’acquifero dalla primavera ad agosto. L’evento “esplosivo” finale è stato rilevato anche dalla stazione sismica a banda larga GIGS e dalla stazione accelerometrica della RAN (Rete Accelerometrica Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile). Questa preziosa mole di dati provenienti dai sistemi di monitoraggio, unita alle variazioni osservate nell’acquifero, ha supportato l’interpretazione idrogeologica del fenomeno.

“Lo studio di questi eventi geologici riveste grande importanza per la comprensione delle dinamiche che avvengono all’interno del massiccio del Gran Sasso –  ha affermato Ezio Previtali, Direttore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso – .Questo risultato testimonia come strumenti avanzati pensati per la fisica fondamentale possano essere di grande aiuto anche in altre discipline come la geologia e la geofisica”.

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