
Chissà se Robert Barr, scrittore scozzese-canadese di fine Ottocento, avrebbe mai immaginato che il titolo del suo racconto breve “An Alpine Divorce”, sarebbe tornato in auge, ad oltre un secolo dalla sua pubblicazione, grazie a un hashtag da milioni di visualizzazioni su TikTok. Nel suo scritto, un marito progettava di liberarsi della moglie durante un’escursione sulle Alpi. Oggi, il termine “Alpine Divorce” (divorzio alpino) descrive un fenomeno più sottile ma altrettanto divisivo: l’abbandono del partner durante un’attività outdoor perché troppo lento, poco esperto o semplicemente d’intralcio.
Un trend che sta facendo parlare di sé, accendendo soprattutto polemiche. Eppure, dove c’è rumore non bisogna vedere solo negatività: il confronto è alla base del rinnovamento e questa tendenza può essere un ottimo spunto per analizzare, comprendere e correggere alcuni atteggiamenti errati, evidentemente presenti con una certa frequenza nel mondo della montagna.
L’Alpine Divorce, un trend a prevalenza femminile. Perché?
Il trend dell’Alpine Divorce è esploso sui social nelle ultime settimane, attraverso video-testimonianze di utenti (principalmente donne) rimaste sole su creste rocciose o sentieri impervi dopo un litigio o un’improvvisa accelerazione del compagno.
La narrazione dominante è quella di un’escursione in cui il soggetto maschile è ideatore e leader, generalmente in ambienti che risultano più impervi e ostili del previsto per l’accompagnatrice femminile, che finisce così per trovarsi in difficoltà, nelle retrovie, spesso perdendo anche di vista lo stesso partner ormai distante. Nelle retrovie, in difficoltà e sola.
Le numerose testimonianze, la cui condivisione appare in aumento quotidiano sui social, sembrerebbero denotare un’associazione univoca del fenomeno al sesso femminile. Come evidenziato dalla Rete Donne di Montagna, il protagonismo rosa potrebbe essere interpretato come conseguenza di una dipendenza tecnica tra donna e uomo che, in ambiente montano, risulta in termini percentuali preponderante.
“Le donne sono strutturalmente sottorappresentate nei gradi tecnici dell’alpinismo, nelle guide alpine, nei libri di montagna, nelle immagini pubblicitarie del settore outdoor – si legge nell’approfondimento dedicato al tema sul sito della Rete – . Questo significa che, nella stragrande maggioranza delle coppie che salgono insieme, è la donna ad avere meno esperienza e quindi a trovarsi nella posizione di dipendenza”.
La donna non è certamente più fragile in termini biologici ma nei decenni passati ha avuto un minore accesso alla formazione tecnica. “Meno modelli di riferimento femminili, più messaggi culturali che scoraggiano le donne dall’avventurarsi in terreni ‘difficili’ senza la guida di un uomo”. La dipendenza della donna nei confronti dell’uomo, che traspare dalla maggioranza delle testimonianze, potrebbe dunque leggersi come “il risultato diretto di queste barriere accumulate nel tempo”.
Andando oltre la visione della coppia eterosessuale impegnata in un’esperienza in quota – prevalente tra i racconti condivisi – e analizzando nel profondo le basi del fenomeno, ci si rende conto che l’Alpine Divorce non è però una “faccenda” a senso unico. Il cuore del problema non è il genere, ma il tradimento della responsabilità di gruppo.
Il caso Grossglockner: quando la negligenza diventa reato
A dare una connotazione tragica e reale al fenomeno è il recente caso giudiziario di Thomas Plamberger, uno chef austriaco di 33 anni, condannato nel febbraio 2026 per omicidio colposo per grave negligenza. I fatti risalgono al gennaio 2025, quando durante un’ascesa invernale sul Grossglockner (3.798 m), l’uomo ha abbandonato la compagna di 35 anni, Kerstin Gurtner, sfinita e in ipotermia, a pochi metri dalla vetta per andare a cercare aiuto.
Il corpo della donna è stato ritrovato la mattina successiva. I dettagli emersi nel processo hanno aggravato la posizione dell’imputato: l’uomo avrebbe rifiutato l’intervento di un elicottero e, al momento di lasciare la donna sola, non avrebbe provveduto a coprirla con un telo termico o vestiti più pesanti presenti nello zaino. La sentenza emessa poche settimane fa ha evidenziato come l’uomo avesse violato i più elementari doveri di protezione, ignorando lo stato di bisogno di chi si era affidato a lui.
La responsabilità civile oltre la “questione di coppia”
Il dibattito sollevato dai social con il rimbalzo dell’#alpinedivorce spinge a riflettere sul concetto di responsabilità civile nelle attività outdoor. In Italia, chi invita qualcuno in montagna, specialmente se meno competente, assume una posizione di garanzia, ha ovvero l’obbligo giuridico di proteggere l’incolumità dell’accompagnato. Tale obbligo si associa all’assunzione di due doveri fondamentali:
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Dovere di Informazione: è necessario illustrare le caratteristiche dell’itinerario affinché l’altro possa compiere una scelta consapevole e ponderata su difficoltà e rischi.
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Dovere di Protezione: in caso di incidente, il “più esperto” può essere accusato di omissione di soccorso o omicidio colposo se non ha fatto tutto il possibile per garantire la sicurezza del compagno.
Quella che viene descritta nella maggioranza delle testimonianze sui social come coppia costituita da un uomo più sportivo, più prestante, più orgoglioso e anche egoista, e una donna che arranca, in termini legali diventa corrispettivo di individuo 1 con responsabilità sull’individuo 2. Semplificata in tal modo la situazione, risulta chiaro che individuo 1 e individuo 2 possono appartenere al medesimo sesso come a sessi diversi.
Possono anche essere l’uno Guida e l’altro cliente. La differenza a questo punto qual è? Che una Guida sa quali sono i suoi doveri. Quei doveri che tutti i frequentatori della montagna dovrebbero avere chiari in mente.
Alpine Divorce: fidarsi è bene, informarsi è meglio
In risposta alla crescente attrazione verso la montagna, è fondamentale che ciascuno prenda consapevolezza dei propri limiti. Il concetto che si può desumere dai racconti di divorzio alpino non è tanto “non fidarsi è bene”, quanto “prendere informazioni idonee a una scelta ponderata è meglio”.
Avventurarsi in itinerari oltre le proprie competenze espone al rischio di trovarsi in una condizione di subalternità tecnica. Se a questo si aggiunge un partner che manca della giusta dose di responsabilità, etica e civile, la situazione può degenerare rapidamente. L’autonomia, intesa come capacità di leggere una mappa, conoscere il sentiero e avere l’attrezzatura per rientrare, è la migliore difesa contro l’abbandono.
In questo scenario, emerge con forza il ruolo delle figure professionali: Guide Alpine, Accompagnatori di Media Montagna e Guide Ambientali Escursionistiche. Questi professionisti sono dotati di un’assicurazione di Responsabilità Civile (RC), proprio perché la loro professionalità ha un peso specifico significativo davanti alla legge e determina la fiducia del cliente. In caso di errore o negligenza, la loro condotta è soggetta a citazioni in giudizio e sanzioni severe.
Per fidarsi in montagna non basta dunque il sentimento. L’Alpine Divorce non deve diventare lo stigma delle coppie tecnicamente disallineate che vanno insieme in montagna, per poi finire vittime di dinamiche di egoismo sportivo. Deve invece servire a evidenziare un passaggio fondamentale: quando si va in montagna, si passa da “coppia” a “cordata”, anche se la corda non c’è. In quel momento, la fiducia deve andare oltre l’affetto, basandosi sulla conoscenza reale delle capacità proprie e della persona con cui si avanza. Scegliere la montagna significa scegliere la responsabilità, verso se stessi e verso chi è con noi.