
Il turismo in quota sta vivendo una fase di evidente cambiamento. E se storicamente il rifugio nasceva come spartano ricovero per alpinisti, oggi queste strutture sono al centro di una domanda turistica in espansione, che ne sta mutando la funzione. Non più solo un tetto contro il maltempo, un tavolaccio di legno su cui gustare una polenta fumante, ma un erogatore di servizi: dalla ristorazione di qualità alla camera privata.
Un’evoluzione del servizio, non generalizzabile ma diffusa, che nasce come effetto dell’incremento della biodiversità dei fruitori degli ambienti montani, amplificato nell’ultimo decennio da un’esigenza di spazi aperti, accelerata dalle restrizioni pandemiche. Il timore che aleggia, tra gli appassionati frequentatori storici delle vette, è che in quota stiano aumentando in termini percentuali, i fruitori poco consapevoli di ciò che la montagna – e con essa i rifugi – è e può offrire.
Per scattare una fotografia nitida dei nuovi frequentatori dei rifugi di montagna, il Servizio Turismo e Sport della Provincia di Trento ha promosso un’indagine, condotta da TSM-Accademia della Montagna insieme all’Associazione Gestori Rifugi e all’Università di Trento.
I dati del Trentino: chi dorme in rifugio?
L’indagine delinea un profilo del frequentatore moderno dei rifugi del Trentino lontano dallo stereotipo del turista sprovveduto, del cosiddetto “merenderos” per intenderci.
Il frequentatore tipo appare un soggetto “maturo”, non solo per anagrafica ma anche in termini di livello di istruzione e di modalità di approccio alla montagna. Il 58% degli intervistati risulta infatti laureato, l’80% si definisce esperto di ambiente montano e alla ricerca di esperienze immersive e di distacco. Una ricerca caratterizzata da consapevolezza: il 62,9% dichiara di informarsi con precisione prima di mettersi in cammino.
La montagna è vissuta come uno spazio di libertà, in cui le limitazioni sono considerate legittime solo se finalizzate alla tutela ambientale.
In termini di provenienza si denota un equilibrio tra italiani (52,4%) e stranieri (47,6%), con una crescita rilevante di turisti provenienti dal Nord e Sud America, a conferma dell’attrattività internazionale del territorio.
Rifugi del Trentino: presidi del territorio e luoghi di aggregazione
I dati mostrano anche una distinzione nelle modalità di fruizione: gli italiani vivono spesso il rifugio come meta finale di un’escursione breve, si identificano spesso come “trekker” o “turisti occasionali” e pernottano per uno o due giorni al massimo. Al contrario, gli stranieri (tedeschi, olandesi e americani in testa) si presentano più di frequente come esperti “escursionisti d’alta quota” e “alpinisti”, che utilizzano il rifugio come punto di appoggio in itinerari di più giorni.
La socievolezza vince sull’attitudine solitaria: la maggioranza dei frequentatori dei rifugi del Trentino afferma di spostarsi in quota come parte di un gruppo già formato (amici o famiglia). La struttura in quota diventa così un luogo di aggregazione, in cui rafforzare legami pre-esistenti (più che per crearne di nuovi con estranei).
Lontano dall’immagine del “resort in quota”, il rifugio trentino resta per l’ospite un’infrastruttura di necessità, un presidio territoriale. Oltre la metà del campione vede nel rifugista un interlocutore esperto, punto di riferimento per la sicurezza e la conoscenza del territorio, e non un semplice operatore turistico.
In termini di servizi, le aspettative ci sono ma si riferiscono a servizi basilari: bagni adeguati e possibilmente prenotazioni online. Altri comfort, pur apprezzati, restano secondari: dalla flessibilità oraria alle stanze riservate, fino a un’offerta gastronomica che, pur dovendo essere di qualità, non deve necessariamente scimmiottare i ristoranti di città. Anche la connessione internet passa in secondo piano rispetto alla necessità di un presidio efficiente.
Una fruizione attenta all’ambiente…e al silenzio social
Contrariamente alla percezione comune di una montagna ormai presa d’assalto, il tema del sovraffollamento appare ancora gestibile. La pressione è considerata critica solo in brevi picchi di alta stagione: oltre la metà degli intervistati (51%) ritiene il flusso di persone assolutamente normale per il periodo, mentre il 23% dichiara addirittura di aver incontrato poca gente durante la propria esperienza.
Sul fronte ambientale, la consapevolezza risulta alta: i fruitori sono pronti ad accettare limitazioni drastiche pur di tutelare risorse scarse come acqua ed energia. Tuttavia misure rigide come gli accessi a numero chiuso o i parcheggi su prenotazione incontrano ancora resistenze.
Il modo di pianificare l’escursione riflette un contesto moderno: il 31,8% delle fonti di informazione è rappresentato da singole figure di riferimento come influencer, atleti o divulgatori, che superano di gran lunga il peso di associazioni storiche o brand di settore (fermi al 9%). Ma una volta zaino in spalla, la voglia di apparire svanisce.
Oltre la metà dei frequentatori mantiene un profilo social a bassa o bassissima esposizione e la maggior parte degli account conta meno di mille follower. La montagna è dunque vissuta più come spazio di disconnessione che di esposizione digitale.
Presi nel complesso, i dati descrivono una regione capace di attrarre turisti in quota. “Tuttavia – chiarisce Faloni -, dobbiamo capire cosa queste persone che arrivano si aspettano e di conseguenza alzare l’asticella dell’accoglienza, perchè i turisti sono gli ambasciatori più preziosi del nostro territorio”.