Montagna.TV

Monviso, salvato da un igloo. Il CNSAS: “L’autosoccorso fa la differenza”

Nel caso dello scialpinista ferito sotto il Monviso, decisivo l’intervento dei compagni. Il Soccorso Alpino: “Tecnica e preparazione salvano la vita. La tecnologia? Utile, ma va saputa usare”.

Dopo l’incidente avvenuto nei giorni scorsi sotto il Monviso, dove uno scialpinista è rimasto ferito ed è stato protetto dai compagni grazie alla costruzione di un igloo nella neve, abbiamo contattato il Soccorso Alpino per capire cosa ha funzionato davvero, e cosa invece poteva andare storto.

A parlare è Luca Giaj Arcota, presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Piemontese, che definisce l’episodio senza esitazioni un caso esemplare. “Se parliamo di quello che in montagna è il miglior risultato possibile, cioè l’autosoccorso, questo è un esempio riuscito. In inverno, in qualunque incidente, quando si resta bloccati, sapere costruire una truna o un riparo nella neve può fare la differenza tra trovare una persona in grave ipotermia o trovarla in condizioni ancora buone.

L’autosoccorso che salva la vita

Nel caso specifico, la prontezza del gruppo ha inciso in modo determinante sull’esito. “Il ferito è sempre il più esposto ai rischi ambientali. Proteggerlo dal freddo è fondamentale. Il fatto che abbiano costruito un igloo significa che avevano le competenze per farlo. Sono capacità che fanno davvero la differenza, come nell’autosoccorso in valanga”.

Accanto all’aspetto positivo, però, emerge anche una criticità importante: la gestione dell’allarme. “Meno bene l’utilizzo dell’apparato satellitare, che non era tarato correttamente. Questi dispositivi devono essere impostati in base alla zona in cui ci si trova. Se non lo si fa, la chiamata parte comunque, ma segue un percorso più lungo.

E il risultato può essere una perdita di tempo decisiva. “In alcuni casi il segnale arriva al 911 americano, poi viene inoltrato alla guardia costiera e infine ai soccorsi italiani. Tutti questi passaggi creano un blackout temporale, e sono ore fondamentali quando devi recuperare un ferito”.

Giaj Arcota ci spiega che non si tratta di un caso isolato. “Ci è già successo di ricevere un allarme con 14 ore di ritardo. In quel caso, fortunatamente, la persona non notando nessuno arrivare si è rimessa in movimento ed è riuscita a scendere fino a trovare campo per poter fare una telefonata”.

Tecnologia sì, ma non basta

Oggi sempre più dispositivi, compresi alcuni smartphone, permettono di inviare richieste di soccorso via satellite. Ma non tutti funzionano allo stesso modo. “Alcuni sistemi inviano direttamente il segnale alla centrale operativa competente per la zona. In quel caso l’intervento è molto più rapido. Ma in generale non basta avere il dispositivo: bisogna saperlo usare. Il rischio, altrimenti, è quello di affidarsi troppo alla tecnologia senza avere le competenze di base.

“Il consiglio è sempre quello di affrontare itinerari adeguati al proprio livello. Oggi siamo bombardati da relazioni e contenuti sui social, dove spesso non si tengono conto delle differenze tra le persone e si sottovalutano le difficoltà. Una salita che per qualcuno richiede poche ore magari per qualcun altro ne richiede sei o nove. E se nel consigliarla non si è tenuto conto di questo, iniziano i problemi”.

E spesso l’errore si somma a un altro fattore sempre più imprevedibile: il meteo. Oggi le perturbazioni possono avere in poche ore la stessa intensità che una volta avevano in giorni. Serve ancora più attenzione nella pianificazione”.

Insomma, “gli strumenti sono utili, ma è la preparazione che fa la differenza: sapere cosa fare e cosa non fare. Per chi è all’inizio, il consiglio è di affidarsi a guide alpine o alle scuole del CAI. È il modo migliore per costruire competenze solide”.

Exit mobile version