
Gli statunitensi Miles Moser, Trevor Anthes e Harry Kinnard hanno completato la via “Paradigm Shift”, nuova linea sulla grande parete est della Torre Centrale del Paine, uno dei bastioni di granito più imponenti della Patagonia cilena. Si tratti di un itinerario di 36 tiri (VII, 5.12+ A2) che risale circa 1200 metri di parete e che, per 29 lunghezze, segue una linea completamente nuova prima di congiungersi, nella parte finale, alla storica Bonnington-Williams del 1963.
Il progetto è stato lungo e complesso: tra tentativi, ritirate e ritorni sulla parete, la squadra ha trascorso oltre 70 notti sulla montagna, di cui 41 in capsule style durante il tentativo decisivo.
Due anni di tentativi
L’idea risale a molti anni fa, ma il primo vero tentativo è stato effettuato solo nel dicembre 2024, quando Moser si ritrovò in Patagonia con Hugo Perez, Kellen McGrath e Trevor Anthes. In quell’occasione la cordata riuscì a salire fino al 17esimo tiro prima di essere respinta da condizioni meteorologiche estreme.
“Questo è stato un progetto durato due anni” racconta Moser nel suo lungo resoconto. “Durante il primo tentativo, nel 2024, siamo arrivati al tiro 17 prima di essere costretti alla ritirata da alcune delle peggiori condizioni meteo che abbia mai incontrato nei miei vent’anni di big wall. Temperature di -20 °C, tempeste continue: abbiamo smontato tutto dalla parete e siamo tornati a casa”.
Quarantuno giorni nel vuoto
Passa una stagione, ma non la voglia di mettere a segno questo ambizioso progetto. Così ecco che un anno dopo Moser ritorna con Trevor Anthes e con il nuovo compagno di cordata, Harry Kinnard. Dal racconto appare evidente come la salita finale sia stata lunga e logorante. I tre alpinisti hanno vissuto per settimane sulle portaledge appesi alla parete, affrontando le condizioni spesso imprevedibili della Patagonia. “Quarantuno giorni in capsule style nel mondo verticale della Torre Centrale” scrive Moser. “È incredibile pensare a che battaglia possano creare vento, pioggia, gravità e neve quando cammini sul filo“.
“Abbiamo sopportato venti a 100 chilometri orari, siamo rimasti sepolti dalla neve per cinque giorni consecutivi e a un certo punto abbiamo quasi rinunciato perché stavamo finendo l’acqua. Siamo rimasti inattivi per dieci giorni aspettando la finestra giusta per l’attacco finale alla cima”.
Finalmente poi, il momento giusto. I passaggi che si inanellano uno dopo l’altro, i tiri che si susseguono e l’arrivo in vetta. La nuova via segue uno sperone molto ripido che segna quasi il confine tra la parete est e quella nord della torre. Circa metà dell’itinerario si sviluppa su roccia verticale o leggermente strapiombante.
“Abbiamo aperto una linea di cui siamo molto orgogliosi” commenta ancora Moser. “In molti tratti abbiamo dovuto pulire le prese e attrezzare le soste con spit. A volte portavamo giù blocchi di roccia nelle tasche o negli zaini fino alle portaledge. Abbiamo voluto creare un’arrampicata di alta qualità“. Secondo gli apritori, la maggior parte della via è già liberabile. “Su 36 tiri, solo due hanno brevi sezioni che pensiamo non possano essere liberate. Ma forse una cordata più forte o con meno carico potrebbe riuscirci”.
Un sogno lungo tredici anni
L’abbiamo già detto, l’idea nasce da molto lontano. Per l’esattezza parliamo di un progetto messo in cantiere, enlla mente di Moser, ben 13 anni fa. “Quello che era iniziato come un’idea è diventato realtà. È stata una vera sofferenza, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Sono certo che chi ripeterà la via resterà colpito dalla bellezza e dallo stile dell’arrampicata”. Un sogno realizzato grazie anche al contributo dei suoi compagni di cordata: “Harry Kinnard ha fatto un lavoro incredibile nell’aprire i tiri più difficili ed è stato un vero cavallo di battaglia. Trevor, come sempre, è una macchina della sofferenza e ha fatto in modo che non facessi nulla di stupido”.