Nel Verbano-Cusio-Ossola cresce la presenza del lupo: almeno 10 branchi sul territorio
Nel Verbano-Cusio-Ossola sono stati individuati almeno dieci branchi di lupo, segno di una presenza sempre più stabile nelle vallate alpine piemontesi. La crescita della popolazione riapre però il tema del monitoraggio e della convivenza con le attività zootecniche.
Il lupo continua a espandersi sull’arco alpino italiano, consolidando la sua presenza anche nelle vallate più settentrionali del Piemonte. Nel Verbano-Cusio-Ossola i monitoraggi più recenti indicano una popolazione in crescita, con diversi branchi ormai stabilmente presenti sul territorio. Secondo i dati più recenti di monitoraggio, nel territorio provinciale sono stati individuati almeno dieci branchi.
un dato che conferma una tendenza ormai evidente da diversi anni. Se all’inizio del decennio la presenza del lupo nel VCO era ancora limitata (nel 2020 erano stati stimati circa dodici individui distribuiti in tre unità riproduttive) oggi il numero dei gruppi familiari risulta decisamente più alto, segno di una popolazione in crescita e sempre più stabile nelle valli ossolane.
Il ritorno del lupo sulle Alpi
L’espansione nel Verbano-Cusio-Ossola rientra in un fenomeno più ampio che riguarda l’intero arco alpino. Il lupo (Canis lupus italicus), scomparso da gran parte delle Alpi nel corso del Novecento a causa della persecuzione diretta, ha iniziato a ricolonizzare i territori montani a partire dagli anni Novanta grazie alla protezione della specie e alla crescita delle popolazioni di ungulati selvatici.
Oggi la popolazione alpina è condivisa tra diversi Paesi – Italia, Francia, Svizzera, Austria e Slovenia – e rappresenta uno dei principali esempi europei di ritorno spontaneo dei grandi carnivori. In Italia il lupo è una specie rigorosamente protetta dalla normativa nazionale ed europea e la sua gestione è affidata a piani di conservazione e monitoraggio coordinati tra enti locali, parchi e istituti di ricerca.
Il monitoraggio del lupo, attività a rischio?
Nel VCO il monitoraggio della specie viene effettuato attraverso tecniche diverse: raccolta di tracce biologiche, fototrappole, analisi genetiche e segnalazioni sul territorio. In passato queste attività sono state coordinate anche nell’ambito di progetti internazionali come WolfAlps, che coinvolgono aree protette e istituzioni di diversi Paesi alpini.
Proprio su questo fronte emergono però alcune criticità. Secondo quanto riportato da un articolo de La Stampa, i fondi disponibili per il monitoraggio sarebbero in diminuzione, una situazione che potrebbe rendere più difficile seguire con continuità l’evoluzione della popolazione e intervenire in caso di conflitti con le attività umane.
Le tensioni con gli allevatori
Ma i problemi non stanno solo nei fondi destinati al monitoraggio. L’aumento dei branchi comporta inevitabilmente anche un incremento delle interazioni con le attività zootecniche. Negli ultimi anni in diverse vallate ossolane si sono infatti registrati episodi di predazioni su capi domestici, con richieste di intervento da parte degli allevatori e richiami alla necessità di rafforzare le misure di prevenzione. Dal punto di vista ecologico, tuttavia, il lupo si nutre prevalentemente di ungulati selvatici come caprioli, cervi e cinghiali, mentre il bestiame domestico rappresenta solo una quota limitata della dieta, soprattutto dove le greggi non sono adeguatamente protette.




