
È passata inosservata la scomparsa, lo scorso febbraio a 94 anni, di Éliane Radigue. Compositrice parigina, attiva soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta, era vicina alla musica elettronica quanto alla filosofia buddista. Della Radigue ho trovato una citazione, che qui traduco dall’inglese (la musicista ha vissuto per diversi anni a New York): “Capirei perfettamente un ascoltatore che dicesse che non c’è nulla da ascoltare. Che non c’è nulla. E non lo incolperei certo se si arrendesse a questo sentimento. Anzi, lo incoraggerei ad approfondirlo, a sviluppare questo suo pensiero. Forse, nelle profondità di questo nulla, qualcosa di nuovo potrebbe essere scoperto”.
Quando ho letto queste parole, ho iniziato a interrogarmi sul significato del suono del silenzio, quello che i musicologi chiamano musica minimalista e prevede schemi semplici e ripetitivi che tendono, alla fine, ad annullarsi. Ipnotica, proprio come un mantra. Cos’è quel “nulla” da ascoltare, dove si trova, mi sono chiesto. E mi è venuta alla mente l’immagine di un bosco di fine inverno, abeti dal verde esausto, larici spogli, formicai che paiono fortezze abbandonate, qualche chiazza di neve vecchia, un ambiente sospeso chiuso in un’assenza di vita che presto si romperà, come il guscio di un uovo, per rilasciare una vita nuova. Nuova musica. Il silenzio in realtà non esiste. Basta ascoltarlo, (per esempio, proprio nella solitudine di un bosco) per percepire tutti i fremiti sonori che lo riempiono. Si spezza un ramo, cade una foglia, un fruscio tradisce la presenza di una lepre, una nocciolaia sbatte le ali e un francolino di monte emette il suo sottile pigolio, perché la primavera è alle porte. È un silenzio bianco e monocromo come una tela di Piero Manzoni: avvicinatevi, e vedrete che dal bianco emergono segni minimi, le sue impronte digitali, la firma dell’artista.
Parto da Éliane Radigue e dalla sua capacità di percepire il silenzio come culla dell’arte, per parlarvi in realtà di montagna e natura, e della interazione terapeutica tra noi uomini e l’ambiente alpino. Noi curiamo la natura, salvaguardiamo il territorio, rispettiamo l’equilibrio di boschi e pascoli, ci avviciniamo con rispetto alle nevi e alle rocce, e la natura curerà noi: è uno scambio necessario, e non c’è bisogno di essere buddhisti per comprenderlo. Questa pratica ecologica, la restaurazione di un equilibrio “giusto” tra uomo e ambiente, non è consuetudine per tutti: la violenza della gestione delle trascorse Olimpiadi invernali è davanti agli occhi di tutti. Di certo se ne parla molto.
C’è stato per esempio un ciclo di incontri promosso dall’Unione Buddhista Italiana (paradossalmente, in occasione di Milano-Cortina), che ha portato in primo piano la sacralità dell’ecosistema (ultimo evento il 14 marzo al teatro Elfo Puccini di Milano, dal titolo Cura la montagna. Un approccio interdipendente tra uomo e natura). Ed è di recente pubblicazione un piccolo, illuminante libretto di Max Cassani che raccoglie “dieci storie di salvezza grazie alla montagna” (Rialzati e cammina, edizioni MonteRosa). Storie semplici, di resilienza e rivoluzione interiore, come quella di Daniele Signorini, motociclista che nel 2019 perde una gamba in un incidente e solo con la protesi, dopo una vita sedentaria, scopre il trail running. Di Barbara Biasia, che si dedica con passione al trekking dopo la sua recidiva di tumore al seno. Di Michele Annovazzi, che ha iniziato una carriera d’alta quota dopo due infarti: oggi a 65 anni è al suo quinto Ottomila senza ossigeno.
Sono racconti felicemente leggeri e privi di retorica: l’enfasi è solo su quanto il rapporto con l’ambiente alpino possa cambiare (migliorare, curare) la nostra vita. Casi estremi, certamente. Ma ci obbligano a guardare dentro noi stessi e a farci una domanda: anch’io, apparentemente sano ma in fondo “malato” di modernità, anch’io che vivo in un ambiente urbano inquinato, anch’io che sto immerso ventiquattr’ore al giorno in questa foschia carica di rumore, di iperinformazione, di continue e inutili stimolazioni sensoriali e psicologiche. Anch’io posso essere curato? Dalla montagna, dal silenzio?
Vorrei chiedere a Max Cassani di riaprire il suo racconto e aggiungere a quelli già stampati un undicesimo capitolo virtuale: ognuno ci metta il proprio nome, i propri malesseri, le proprie aspettative di guarigione. Le proprie montagne. Questo capitolo lo intitolerei: Ascoltare il nulla. Mi sembra un titolo riposante, e pieno di speranza.