
La filiera lattiero‑casearia italiana attraversa una delle fasi più critiche degli ultimi anni. Mentre il latte alla stalla viene pagato a livelli storicamente bassi, gli allevatori nelle zone montane lanciano un grido d’allarme: se non cambia radicalmente l’organizzazione del mercato e delle politiche agricole, il presidio sociale e produttivo delle valli rischia di scomparire.
Ad alimentare questa situazione di crisi il prezzo del latte spot (prezzo al litro del latte venduto sul mercato libero, senza contratti a lungo termine, e soggetto a fluttuazioni immediate in base a domanda e offerta) che, dall’inizio del 2026 ha visto un calo rapido che ha allarmato operatori e istituzioni. Infatti, secondo i dati ufficiali, il latte spot è passato da circa 0,54 €/litro a gennaio 2025, a 0,30 €/litro a dicembre 2025, fino ad attestarsi a 0,27 €/litro a gennaio 2026. In alcune aree e per consegne immediate agli allevatori, i prezzi sono scesi sotto 0,25 €/litro, un livello insostenibile considerando che i costi medi di produzione nelle aziende montane superano 0,60 €/litro.
Questa dinamica ha radici profonde: dalla fine del regime delle quote latte, l’Italia ha visto una drastica diminuzione del numero di aziende lattiero‑casearie, con solo una frazione delle stalle originarie a continuare l’attività. Oggi il sistema italiano conta circa 36mila aziende, con il rischio crescente di chiusure tra i produttori più piccoli.
La situazione in montagna
Le aree montane, che ospitano molte piccole stalle e allevamenti di piccole dimensioni, sono tra le più vulnerabili alla crisi. Come abbiamo già evidenziato, il costo medio di produzione nelle aziende montane si aggira intorno (o supera) i 0,60€/litro, parliamo del doppio dei costi medi in pianura. Le conseguenze di questo possono essere molteplici, come il rischio di abbandono delle stalle, che porta via attività economiche locali e riduce il presidio del territorio; ma anche la perdita di prodotti tradizionali legati alla montagna; e ancora la riduzione dei pascoli, con impatti ambientali su biodiversità e prevenzione idrogeologica.
A questo proposito si è levata la voce degli allevatori, che sottolineano come la montagna non possa essere trattata come le aree di pianura: qui la produzione è frammentata, legata al pascolo stagionale e alla gestione di malghe, e l’incremento dei volumi è limitato dalle caratteristiche naturali. Da qui la richiesta di politiche agricole nazionali e comunitarie mirate per tutelare la marginalità economica delle aree montane, valorizzando il latte prodotto ad alta quota e incentivando la filiera dei prodotti tipici locali.
Le soluzioni?
Per fronteggiare la crisi, istituzioni e filiera hanno avviato una serie di interventi. Al Tavolo del Latte del Ministero delle Politiche Agricole si discutono misure di programmazione della produzione e incentivi per ridurre i volumi nei periodi di surplus, mentre le Organizzazioni di Produttori sono chiamate a coordinare l’offerta. Le associazioni cooperative propongono anche strumenti comunitari previsti dalla PAC (Politica Agricola Comune dell’Unione Europea), come lo stoccaggio privato e la riduzione temporanea del potenziale produttivo, con l’obiettivo di stabilizzare i prezzi. Sono stati inoltre sottoscritti accordi di filiera tra allevatori, cooperative e industrie per fissare valori minimi di riferimento del latte e garantire continuità nei contratti.
Si punta però anche a promuovere i prodotti lattiero‑caseari italiani e DOP sui mercati nazionali e internazionali, valorizzando le produzioni di montagna. Iniziative che mirano a sostenere economicamente le aziende montane, preservare il presidio del territorio e tutelare la produzione di formaggi tipici, considerati strategici per l’economia e la cultura delle valli alpine.