
Non tutti i marchi di montagna nascono per la montagna. Millet no. Nasce prima dalla necessità, poi dal lavoro, infine dalla caparbietà. E solo dopo dall’alpinismo.
All’inizio del Novecento, in Francia, la montagna non è ancora un mercato e l’attrezzatura tecnica è un concetto vago. Quello che esiste è la tela, il cucito, l’abitudine a fare bene le cose che devono durare. È in questo contesto che prende forma l’avventura della famiglia Millet, grazie soprattutto alla determinazione di Hermance Millet, che negli anni Venti e Trenta guida l’azienda di famiglia in un’epoca in cui, per una donna, dirigere un’impresa era tutt’altro che scontato.
Quando l’attività si sposta ad Annecy, alle porte delle Alpi, il contatto con il mondo verticale diventa inevitabile. Gli zaini non sono più solo contenitori: devono portare carichi pesanti, resistere, accompagnare uomini che iniziano a spingersi sempre più in alto. È qui che Millet cambia pelle. E lo fa ascoltando chi va in montagna davvero, adattando i prodotti, migliorandoli un passo alla volta.
Da quel momento in poi la storia del marchio si intreccia con quella dell’alpinismo moderno. Zaini, piumini, capi tecnici che finiscono sulle spalle giuste, nel momento giusto. E che, spesso, restano lì quando si scrive una pagina di storia.
Annapurna, 1950: nasce la leggenda
Quando Louis Lachenal e Maurice Herzog raggiungono la vetta dell’Annapurna (primo Ottomila mai salito) Lachenal porta con sé uno zaino in tela progettato insieme ai fratelli René e Raymond Millet. È un oggetto pensato per reggere carichi pesanti, per spedizioni lunghe, per l’ignoto.
Il successo dell’impresa offre grande visibilità all’azienda e pone le basi per un forte investimento nell’innovazione tecnica.
Da lì in poi, per Millet, il metodo è chiaro: si progetta solo con chi la montagna la vive davvero. I feedback degli alpinisti diventano il vero reparto ricerca e sviluppo.
1959: Bonatti e l’idea moderna di zaino
Nel 1959 entra in scena Walter Bonatti, primo consulente tecnico ufficiale del marchio. Bonatti non si limita a usare i prodotti: li mette in discussione, li smonta, li migliora. Per lui lo zaino non è solo contenimento, ma parte della prestazione.
Con equipaggiamento Millet affronta tutte le sue grandi imprese, inclusa la prima invernale della Nord delle Grandes Jorasses nel gennaio 1963, lungo lo Sperone Walker. Un successo che consolida un’idea destinata a durare: il comfort è una forma di sicurezza.
Nylon, Sherpa e la bandierina tricolore
Negli anni Sessanta e Settanta arriva la vera rivoluzione tecnica. La tela lascia spazio al nylon, più leggero e resistente. Le bretelle diventano imbottite, prive di cuciture. Nasce lo Sherpa 50 (1964) il primo zaino Millet completamente in nylon, con tasche removibili e volumi importanti.
È lo zaino con la bandierina triangolare tricolore, quello che accompagna Reinhold Messner e Peter Habeler sull’Everest nel 1978, nella prima salita senza ossigeno. Ancora una volta, un prodotto entra di diritto nella storia dell’alpinismo.
Lo stesso Sherpa è sulle spalle di René Desmaison, protagonista delle grandi battaglie sulle Nord alpine. Non è un caso. Desmaison, già nel 1956, aveva collaborato con Millet alla creazione della prima imbragatura moderna.
Quando Millet veste l’alpinismo
Nel 1977 il marchio compie un altro passo decisivo: entra nel mondo dell’abbigliamento tecnico. Nascono il primo parka con membrana Gore-Tex, il gilet Colorado in piuma d’oca, i completi Blizzard e Glacier. Capispalla pensati per stare fermi in parete, non per sfilare in città.
Sono anche gli anni della sfida tra Christophe Profit ed Éric Escoffier: la concatenazione invernale delle tre grandi Nord delle Alpi. Nel 1987 Profit chiude l’impresa in 42 ore, equipaggiato Millet. Un exploit che segna un’epoca.
Da lì nasce Trilogy, una linea che ancora oggi rappresenta la quintessenza dell’alpinismo tecnico del marchio, sviluppata insieme alle Compagnie di Guide di Chamonix, Cervino e Grindelwald.
Heritage che guarda avanti
Nel 1978 Messner, oltre allo Sherpa, indossa un piumino Millet sviluppato per l’Everest. Oggi quel capo rivive nella Millet Heritage Down Jacket, riproposta con la stessa tonalità Intense Blue della spedizione. Non nostalgia, memoria tecnica.
Dalle Nord alpine all’Himalaya di oggi
Negli ultimi anni, la filosofia non è cambiata. Nel 2024 Charles Dubouloz e Symon Welfringer aprono una nuova via sull’Hungchi (7.029 m), testando sul campo la linea Trilogy Jorasses. Prototipi, modifiche, ritorni continui con il team prodotto. La montagna come banco prova definitivo.
Performance, sostenibilità, futuro
Del presente e futuro di Millet ne abbiamo parlato con Romain Millet, dopo una visita alla sede centrale di Annecy.
“Molti partner siano rimasti gli stessi per decenni, Gore-Tex, Polartec e altri, perché le relazioni lunghe sono ciò che permette ai materiali di evolvere”, spiega Millet. La logica è semplice: le marche chiedono, i fornitori rispondono, e il prodotto cambia forma. “La leggerezza, per esempio, non era un’ossessione negli anni ’80. Arriva dopo, quando diventa evidente che si può ridurre peso senza perdere protezione, e anche dettagli apparentemente banali (zip, tasche, accessi) diventano centrali”.
Le abitudini sono cambiate e la funzionalità è diventata requisito, non vezzo. Lo stesso vale per l’ergonomia generale, che ormai riguarda tanto l’élite quanto chi va fuori nel weekend. Questa trasformazione si vede benissimo sugli zaini: “prima erano voluminosi, pieni di cose, li mettevi per terra, li aprivi, ci frugavi dentro”. Oggi l’obiettivo è l’opposto: minimalismo e accessibilità in movimento. «Ora gli zaini sono progettati per non essere mai tolti. C’è la necessità di riuscire a prendere e sistemare tutto senza fermarti. È una direzione che porta con sé anche un effetto collaterale. Materiali più sottili e minimali possono essere più vulnerabili, quindi diventa centrale l’idea della riparazione”, dice ancora Romain che immagina un futuro in cui a capi tecnici costosi si affianchino kit e servizi per allungarne la vita.
E dentro tutto questo, il motore resta sempre lo stesso: gli atleti come consiglieri tecnici. “Parte tutto dall’atleta che chiede di eliminare una zip perché pesa ed è scomoda con i guanti. Da lì nasce una tasca a rete che poi funziona per tutti. O soluzioni nate per l’agonismo che diventano utili anche fuori dal race mode. È un passaggio chiave: anche quando le esigenze dell’élite non sono vendibili così come sono, i dettagli giusti finiscono per migliorare i prodotti per chiunque”, conclude Millet.