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Oman, molto più di pareti da scalare

Un viaggio di arrampicata induce a riflettere sull’anima e sulle usanze di un Paese neppure troppo lontano. Ma che sembra davvero appartenere a un altro mondo. Fantastico

Era da anni che non uscivo davvero dalla montagna di casa. Poi l’Oman. Un viaggio con un gruppo di amici, fratelli di parete, legati da un’affinità più che dalle linee di salita. Avanziamo verso le rocce, e già i nomi dei luoghi portano con sé rebus da decifrare, come antiche tracce che attendono di essere riconosciute. Qui la roccia non si nasconde, il clima arido ha spogliato tutto, non c’è vegetazione a ingannare lo sguardo. Le pareti sono lì, nude, sempre esposte, visibili da lontano come animali immobili.

Una moltitudine di rocce diverse. Basalti, gabbri, pietre verdi e pareti di calcare enormi, con stratificazioni infinite, milioni di anni di deposizione compressi in muri verticali, strapiombi, antri, cavità, grotte. Pareti di ogni forma e dimensione. Radi spit, spesso nessuno, più terreno d’avventura che palestra. Isolamento vero, ricerca della via, roccia a volte dubbia, incertezze. Descrizioni imprecise, difficoltà che cambiano a seconda dello sguardo. Nessuna impresa da raccontare, nessun elenco di trofei, la scalata come pretesto di viaggio, mai come fine.

Perché non importa quello che abbiamo fatto noi. Importa quello che i luoghi fanno a noi. Ciò che le pareti lasciano dentro, sensazioni che non chiedono di essere nominate, emozioni che non hanno fretta, ricordi che si mescolano alla polvere, dubbi, paure, pensieri che affiorano solo quando smetti di cercarli. Guardando dall’alto arriva netto un pensiero, la finitezza umana. Siamo ospiti, provvisori.

L’Oman è terra di contrasti, il domani qui sembra sempre imminente. Un luogo che conserva ancora una certa misura, una saggezza che lo distingue dai vicini, l’autoritarismo petrolifero saudita, il turbo-capitalismo e il cantiere permanente, senza limite, degli Emirati Arabi. Ma il cambiamento avanza anche qui. Sulla costa l’assalto dei resort, le spiagge rapite, i campi da golf nel deserto, le protesi del turismo globale, la plastica e i neon.

Viene allora spontaneo pensare a Pier Paolo Pasolini e al suo “Le mura di Sana’a”, il film-documento girato come appello disperato contro la distruzione di una civiltà millenaria soffocata da una modernità senza memoria. Ma il pensiero si incrina subito, quel modello di distruzione è il nostro. È occidentale, esportato, replicato. Forse lamentarsene qui è improprio, o quantomeno parziale, visto che lo pratichiamo da decenni a casa nostra, sulle nostre coste, nelle nostre valli, nei nostri centri storici ridotti a scenografie.

Il dubbio ritorna forte davanti ai residui, ai brandelli delle splendide case di mattoni di fango e paglia di Al Hamra, ancora in piedi per inerzia, accerchiate dalla contemporaneità, asfalto, cemento, elettrodotti e parabole. Architetture nate da un’intelligenza antica, oggi lasciate marcire come se fossero povertà da cancellare, non ricchezza da custodire. Pasolini parlava dello Yemen, ma sembra parlare anche di qui, di ora.

Eppure restano i momenti. Il profumo dell’incenso, raccolto millenario di questa terra. Il vestito candido e profumato di un pastore incontrato lungo la strada. Il richiamo del muezzin che si allunga nell’aria, rimbalza sulle pareti calcaree e raggiunge villaggi sperduti. Oasi incredibili, con i falaj che irrorano pazientemente migliaia di palme da dattero, ognuna aggrappata a una goccia d’acqua che arriva da wadi invisibili. Il silenzio del deserto, l’assenza totale di luce artificiale. Il bivacco sotto le stelle, un cielo che non finisce.

Le gole segnate da petroglifi antichi, pareti calcaree lucidate e ferite dalle piene che nel corso del tempo hanno scavato i wadi. Le acacie resistenti, aggrappate ai suoli più aridi. Il grande patriarca arboreo, forse un sicomoro, nel centro del villaggio, un vero e proprio albero “sociale”, punto di ritrovo che dispensa ombra e fresco. I sorrisi dei bambini. E poi la cattiveria dell’uomo, improvvisa e banale: un cane randagio che cerca ombra sotto un’auto a Muscat, scacciato da un ragazzo annoiato. Homo sapiens, sì. Non sempre sapiente.

Scaliamo poco o tanto, non ha importanza. La roccia resta, noi passiamo. Ci torneremo? Non lo so. Ma alcune pareti, una volta entrate dentro, non se ne vanno più. Continuano a scalarci, anche quando siamo tornati a casa.

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