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Il ghiaccio del Grand Combin e del Monte Bianco è arrivato in Antartide

Una parte delle “carote” di ghiaccio estratte dal progetto Ice Memory sulle Alpi è stata deposta in una grotta-santuario accanto alla Base Concordia, uno dei luoghi più freddi della Terra. E’ un invito a conservarle e studiarle, nell’interesse dell’intera umanità

Mercoledì 14 gennaio, nella tarda mattinata italiana (pomeriggio per convenzione in Antartide, ma lì in questo periodo il sole non tramonta mai), circa 200 tra ricercatori, giornalisti e dirigenti di enti internazionali e nazionali hanno assistito online in diretta a un evento che potrebbe sembrare inutile, ma di straordinario fascino. 

Diciassette quintali di “carote” di ghiaccio, estratte negli scorsi anni dalle colate del Grand Combin e del Monte Bianco, sono state trasportate con un viaggio durato 50 giorni dalla nave rompighiaccio Laura Bassi fino alla costa dell’Antartide. Il viaggio, a una temperatura costante di -20 gradi, è proseguito in aereo fino alla base italo-francese Concordia, sull’altopiano antartico a 3233 metri di quota. 

Lì, nel luogo più freddo della Terra, il ghiaccio arrivato dall’Europa è stato immagazzinato in un tunnel (ma nella cerimonia si è parlato di un santuario) lungo 35 metri e largo 5, collocato a 800 metri dagli edifici della base e a una temperatura costante di -52 gradi. Al momento dell’inaugurazione in superficie c’era il sole, il vento era quasi assente, e il termometro toccava i -32 gradi. Con i blizzard dell’inverno, le condizioni all’esterno e all’interno diventeranno simili. 

Sono stati Riccardo Scipinotti e Vito Stanzione, dirigenti del Programma Antartico nazionale italiano, a tagliare alle 10.44 italiane il nastro che ha inaugurato ufficialmente il Santuario. Accanto a loro le tute rosse dei ricercatori e tecnici arrivati dall’Italia, e quelle blu degli uomini e delle donne dell’IPEV, l’Institut Polaire Français Paul Émile Victor, che lavorano insieme ai colleghi italiani a Concordia.     

Finita la cerimonia, mentre ricercatori e tecnici tornavano a piedi o in motoslitta verso il tepore della Base, una ventina di interventi ha raccontato il progetto Ice Memory. E soprattutto ha spiegato il perché di un’operazione suggestiva e che al tempo stesso può apparire bizzarra.  

“Dal 2015 a oggi abbiamo estratto una decina di “carote” di ghiaccio, sulle Alpi e in altre zone, in futuro ne preleveremo altre. Lo scopo è di studiare i cambiamenti del clima della Terra grazie alle sostanze rimaste intrappolate in passato nel ghiaccio” ha spiegato il professor Carlo Barbante dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ideatore del progetto, al quale lavorano il CNR italiano, il suo omologo francese CNRS, l’Université Grenoble-Alpes, l’Institut de Recherche pour le Développement transalpino e il Paul Scherrer Institut elvetico. 

La ricerca sul clima del passato consente già oggi di mitigare gli effetti del cambiamento climatico e di altri fenomeni potenzialmente devastanti come i monsoni. Lo consentirà ancora di più in futuro, quando ci saranno strumenti e conoscenze migliori. Nei prossimi anni estrarremo altre “carote” di ghiaccio ma dobbiamo fare in fretta, perché l’acqua di scioglimento che corre all’interno delle colate rischia di portar via i materiali da studiare” ha concluso Barbanti. 

Una ricerca necessaria e urgente

I campioni di ghiaccio, con le loro informazioni uniche, devono restare accessibili a tutta l’umanità, con un accesso basato esclusivamente su criteri scientifici. Sono un bene comune globale. Dovremo garantirlo nei prossimi anni, nel Decennio delle Nazioni Unite per le Scienze della Criosfera” ha aggiunto Thomas Stocker, climatologo dell’Università di Berna e presidente della Ice Memory Foundation.

A ricordare l’importanza della ricerca sul clima attraverso il ghiaccio sono state due ricercatrici abituate a climi decisamente più caldi come la mozambicana Lidia Brito dell’UNESCO, e l’argentina Celeste Saulo, presidente della World Metereological Organization. E’ stata quest’ultima a ricordare che “ogni anno sulla Terra scompaiono 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio, riducendo drammaticamente le scorte di acqua potabile e per irrigare”.
Numerosi altri interventi (per l’Italia Silvano Onofri responsabile del Programma di Ricerca Antartica, Gianluigi Consoli del Ministero dell’Università e della Ricerca e Andrea Lenzi presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche) hanno sottolineato l’impegno dei rispettivi enti e ministeri su questi temi, in un’epoca in cui il cambiamento climatico sembra essere sparito dall’agenda di gran parte dei governi.  

L’ingresso del santuario di Concordia© Vito Stonzione – PNRA-ENEA

Il sostegno concreto di Alberto II di Monaco

Ha mostrato grande capacità di sintesi e un’ottima conoscenza del problema il principe Alberto II di Monaco, storico partner filantropico della Ice Memory Foundation e impegnato da sempre nella conservazione dell’ambiente. “La mia Fondazione è impegnata in questo progetto fin dalla sua nascita nel 2015. Gli archivi di Ice Memory devono diventare un patrimonio per i nostri figli, i ghiacciai devono diventare patrimonio dell’umanità”, ha spiegato il sovrano. 

La rapidità del cambiamento climatico, e le sue conseguenze che interessano gli esseri viventi e il pianeta, fanno capire che un’iniziativa spettacolare, mediatica e forse paradossale come quella di portare ghiaccio in Antartide ha un senso. 

Da qualche tempo, spiegano i responsabili di Ice Memory, nuovi Paesi e nuove istituzioni si avvicinano al programma, con finanziamenti o proponendo dei progetti in comune. Nel 2025 il Tajiklistan ha estratto con l’aiuto svizzero e donato agli archivi del progetto una “carota” estratta a 5800 metri di quota sul ghiacciaio di Kon Chukurbashi, nel Pamir. 

Ma il tempo per studiare e intervenire non è molto. Sulla porta della grotta-santuario del ghiaccio, accanto alla Base Concordia, qualcuno ha scritto due parole in latino, seguite da un punto interrogativo. La domanda “quo vadis?”, “dove vai?”, rivolta all’intera umanità, ricorda l’importanza dello studio (e del rispetto) del clima della Terra.     

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