News

In gita con ChatGPT: troppe, e gravi, le informazioni sbagliate

Abbiamo provato a pianificare un’escursione con ChatGPT: tra rifugi consigliati ma presenti sul versante opposto della montagna e assenza di indicazioni precise in merito ai pericoli oggettivi, l’intelligenza artificiale rischiava di mandarci dritti all’altro mondo

A fine 2025, il Time ha eletto a persona dell’anno nientemeno che l’intelligenza artificiale. O meglio ancora, gli sviluppatori che hanno contribuito ad implementarne le funzioni nell’ultimo periodo storico. Una scelta forse un po’ estrema, soprattutto dopo gli anni di Volodymyr Zelensky, Taylor Swift e Donald Trump, anche se è del tutto inutile negare gli impatti dell’IA sulle nostre vite e nel nostro quotidiano.
Ci è sorta, così, una domanda: quali effetti può avere l’intelligenza artificiale sull’andare in montagna? Abbiamo già affrontato il tema dell’introduzione di queste nuove tecnologie nelle tecniche di soccorso, mentre, sul fronte opposto, a richiedere soccorso dopo aver pianificato la propria gita con ChatGPT ci hanno pensato due giovani canadesi, la cui vicenda ha fatto scalpore nel giugno scorso.
Perché dunque non tentare di sperimentarne l’utilizzo anche nelle Dolomiti da cui scrivo? Ovviamente senza finire nei guai seguendo pedissequamente le indicazioni che riceverò, ma provando comunque a capire se ciò che mi verrà proposto trova una sua aderenza alla realtà o conduce piuttosto, in modo repentino, verso il pericolo più nefasto.

Il test con domande basiche

Eccomi dunque in un tranquillo pomeriggio di inizio gennaio, pronta per pianificare la mia gita ad una vetta che conosco piuttosto bene ma di cui fingerò di non avere contezza. Cima Santa Maria non è fra le più famose delle Dolomiti di Brenta, anche se con i suoi 2.678 metri sa offrire a tutti gli appassionati un panoramico trekking in estate e una deliziosa gita scialpinistica d’inverno. A patto che vi sia sufficiente neve. In quest’ultimo mese le precipitazioni hanno scarseggiato, eppure, stando alle informazioni reperite da persone in carne ed ossa, dopo aver portato in spalla gli sci per molto dislivello può essere possibile, meteo e rischi valanghivi permettendo, affrontare buona parte della salita con le pelli.
Io però non lo so, o fingo di non saperlo, mentre mi accingo ad interrogare ChatGPT sulla possibilità di portare a termine il mio trekking alla vetta prescelta nella giornata di domani. Neanche il tempo di chiederglielo, perché, nel giro di due secondi, lo strumento inizia ad elencarmi informazioni apparentemente preziose, oltre che accattivanti e facili da leggere. Anzitutto vi è una romantica panoramica di quanto mi attende – “Cima Santa Maria, nel sottogruppo della Campa, ha un profilo piramidale e offre panorami molto ampi su tutto il Brenta” –, seguita dalla rassicurazione di come la salita sia “visibile da lontano con tracce segnate da ometti di pietra verso la cima”. In seconda battuta, mi viene descritto l’itinerario, che dal parcheggio di Malga Arza prosegue per Malga Loverdina e Malga Campa, salendo alla Sella del Montoz ed infine alla vetta. Venti km e 1.800 metri di dislivello: in realtà, a quanto ricordo, sarebbero 18 km e 1.200 metri di dislivello, ma lasciamo pure un margine più ampio, cosa che non guasta nel mettere in guardia gli escursionisti. Non riesco però a capire come mai ChatGPT non mi proponga la variante più comoda e meno esposta che sale da Andalo, passando nei pressi di Malga Spora, salendo lungo la Val dei Cavai e poi, una volta giunti alla Sella del Montoz, spingendo fino in vetta. In fondo si tratta di 16 km e 1.500 metri di dislivello, uno sforzo perfettamente in linea con quello proposto.
Non faccio in tempo ad interrogarmi sulla mancanza di alternative alla “via maestra” che nel paragrafo immediatamente successivo ChatGPT mi ricorda che siamo in inverno e che potrebbero esserci “neve e terreno ghiacciato già di primo mattino e per tutta la giornata”. “Senza attrezzatura invernale – prosegue – e senza competenze in ambiente invernale, la salita può diventare estremamente pericolosa”. Fra parentesi, viene anche indicato ciò che s’intende per attrezzatura invernale: ramponi, piccozza, scarponi da neve. Tutto qui. Non viene menzionata la possibilità di affrontare la salita con gli sci d’alpinismo né tantomeno le ciaspole, che durante questa particolare salita, in caso di neve non troppo abbondante e in assenza di sci, risultano non soltanto comode ma indispensabili.

Di Artva, pala e sonda non viene fatta menzione alcuna, mentre si insiste sull’insidiosità dei sentieri scivolosi ma non sulla concreta possibilità di distacchi nevosi o valanghivi. ChatGPT mi propone però di generare ad hoc una traccia gpx in modo da poter avere sempre sottomano il percorso che andrò ad affrontare. Accetto, la scarico e… sorpresa! La traccia che vado ad aprire non ha niente a che vedere con la cima che voglio affrontare: parte da un non meglio precisato punto, posto sulle curve di livello immediatamente sovrastanti i comuni di Terres e Flavon, in Val di Non, e arriva, dopo 5 km e 655 metri di dislivello (negativo!!!) all’altezza del comune di Tassullo. Un vero flop!

Il test dell’escursionista esperto

Provo a seguire un procedimento analogo ma diverso, aggiungendo alcuni elementi. Mi fingo pertanto un’escursionista alle prime armi, ma più curiosa riguardo ai rischi oggettivi che dovrò affrontare. Quindi, nel mio secondo tentativo di rivolgermi all’intelligenza artificiale per pianificare la mia gita di domani, non mi limito ad esprimere il desiderio di affrontare questo trekking domandandole consigli, ma aggiungo la richiesta di alcune informazioni specifiche, quali l’effettiva presenza di neve e ghiaccio sul percorso, le previsioni meteo, l’esposizione e l’eventuale disponibilità di rifugi o punti d’appoggio. La prima parte del quadro è pressoché identica. Per quanto riguarda la meteo, ChatGPT mi preannuncia una giornata molto fredda, con temperature sotto lo zero in alta quota e cielo variabile, al netto di parziali aperture pomeridiane. Sulla presenza di neve e di ghiaccio mi consiglia di portare con me “ramponcini, bastoncini da trekking e, se hai esperienza, piccozza e ramponi veri”. Il che mi porta a chiedermi per un buon quarto d’ora che cosa s’intenda invece per ramponi falsi. In merito all’esposizione, non mi vengono forniti elementi significativi, se non il fatto che mi troverò ad affrontare un terreno di “alta montagna aperta con pendenze importanti”. Qualsiasi cosa questo significhi.

Interessante, ma del tutto fuorviante, è la parte che riguarda rifugi e punti d’appoggio. Fra questi, mi vengono consigliati il rifugio Brentei, il rifugio Pedrotti, il rifugio Alimonta e il rifugio Graffer. Poco importa che tre di questi siano soltanto estivi e che nessuno di loro si trovi nel sottogruppo montuoso in cui intendo avventurarmi. La checklist d’alta quota che mi viene proposta subito dopo è precisa ma sostanzialmente generica: non menziona ciaspole e materiale d’autosoccorso e potrebbe essere adoperata per una qualsiasi escursione d’alta quota in estate. Accetto volentieri l’ultimo suggerimento di ChatGPT: quello di sottopormi “una versione testuale colorata e con simboli della mappa del trekking”. Incuriosita da qualcosa di tanto creativo e promettente, mi trovo davanti un riassunto di quanto è stato detto finora reso in forma di lista della spesa, con tanto di caloroso consiglio finale: “salva questa mappa come nota o screenshot” e “mantieni il telefono carico, tienilo al caldo”. In entrambi i miei tentativi è inoltre mancato un fondamentale riferimento alle cose da fare se ci si trova nei pasticci, fino alla più importante indicazione del Numero Unico per le Emergenze, il 112.

L’intelligenza artificiale in montagna deve camminare ancora molto

A conti fatti, non credo che l’intelligenza artificiale possa essere annoverata fra le 50 persone dell’anno per Montagna.tv, ma ciò di cui occorre prendere atto è quanto un suo uso massivo in situazioni oggettivamente più insidiose della semplice domanda di costume che prima eravamo soliti googlare, possa portare a risultati alla meglio spiacevoli e alla peggio funesti.
Non è questione di impedire all’intelligenza artificiale di entrare nelle nostre vite. Anche perché lo ha già fatto da tempo. Sarebbe anche ingenuo pensare che le applicazioni cui ci rivolgiamo più o meno abitualmente per pianificare le nostre gite non abbiano iniziato a fare uso di modelli concepiti a partire dall’IA e dai suoi molteplici sviluppi. Ma farne uso non significa lasciarsi usare, quanto piuttosto mettere l’IA a servizio dei nostri bisogni, che devono essere più esigenti e complessi di qualche domanda dettata nell’interfaccia di un’applicazione. Occorre comunque saper utilizzare la cartografia digitale e quella “analogica”: non una o l’altra, ma entrambe. Occorre saper chiedere informazioni a chi ha frequentato quel posto prima di noi e utilizzare (perché no?) la geolocalizzazione sui social, strumento che ci permette di trovare facilmente i post di chi ha fatto quella stessa gita in tempi recenti, valutando con i nostri occhi – o comunque attraverso degli occhi umani – la reale situazione che stiamo per affrontare. In ultima analisi, però, domani non andrò su Cima Santa Maria. Checché ne dica ChatGPT.

Tags

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close