
Prima che “quelle montagne” avessero un nome capace di distinguerle, prima che divenissero oggetto di desiderio estetico e di esplorazione alpinistica, furono per lungo tempo soltanto un’appendice silenziosa delle Alpi. Fu lo sguardo di uno scienziato in viaggio a incrinare per primo quella indistinta continuità.
Per secoli le Alpi orientali non avevano goduto di una vera identità. Agli occhi dei cartografi, dei viaggiatori e persino degli studiosi apparivano come una prosecuzione marginale delle grandi catene alpine, una regione di transito più che di destinazione. I loro massicci chiari, le pareti severe e le imponenti forme che oggi riconosciamo come uniche, non erano ancora state lette come segni distintivi ma assimilate genericamente ai monti calcarei dell’arco alpino. Mancava un nome, ma soprattutto mancava una differenza riconosciuta.
Fu nel Settecento, quando il viaggio scientifico divenne uno strumento di conoscenza del mondo naturale, che qualcosa iniziò a mutare. Non per effetto di una spedizione eroica o di una conquista spettacolare, ma grazie a una lunga e paziente osservazione, condotta sul terreno taccuino alla mano, da uno studioso che seppe unire la curiosità del viaggiatore alla precisione dell’analista.
Il 23 giugno 1750 in Francia nasce l’uomo che darà il nome a uno dei gruppi montuosi più famosi al mondo. Dedicò gran parte della sua vita a viaggi di osservazione geologica in Europa e nel Bacino del Mediterraneo, esplorò le Alpi, la Sicilia, le Isole Eolie, la Calabria, il Portogallo e il Nord Africa. Geologo, mineralogista e viaggiatore scientifico; membro dell’Accademia delle Scienze di Parigi (1780) e professore di geologia all’École des Mines, Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu legherà in modo indissolubile il suo nome alle montagne.
Prima ancora che alla dolomia venisse dato il suo nome, Dolomieu aveva già contribuito a modificare il modo di interpretare la visione del mondo minerale anticipando l’idea darwiniana di un pianeta in evoluzione. La sua sensibilità per il paesaggio, quella capacità di unire lo sguardo del viaggiatore a quello dello scienziato, spiega perché un secolo dopo i monti che portano il suo nome sarebbero diventati il simbolo stesso dell’incontro tra scienza e meraviglia.
Negli anni Ottanta del Settecento Dolomieu viaggiò spesso verso il nord-est delle Alpi, recandosi in Carinzia, Stiria, Tirolo e Friuli, territori allora appartenenti all’Impero asburgico. Per i suoi spostamenti si muoveva a cavallo, accompagnato da guide locali e accumulando numerose casse di campioni di minerali. Guardando gli imponenti massicci calcarei lungo il suo cammino si rese conto che la consistenza, il colore e l’aspetto in genere erano profondamente dissimili dal calcare comune. Aveva l’abitudine di scrivere ogni pensiero e nel suo taccuino annotò che “alcune pietre calcaree del Tirolo non si lasciano mordere dall’acido come le altre” e che “divengono talvolta fosforescenti per percussione”.
Queste osservazioni e altre contribuirono anni dopo alla stesura del suo scritto più famoso; tuttavia, già nei suoi appunti traspare la capacità di vedere differenze dove altri vedevano uniformità e di legare le proprietà fisiche delle rocce alla loro origine geologica. In un’epoca in cui il paesaggio montano era ancora letto attraverso categorie grossolane, Dolomieu stava isolando un dettaglio destinato a cambiare la percezione di un intero territorio.
Tra il 1788 e il 1790 Dolomieu frequentò spesso la fascia alpina tra il Salzkammergut e il Cadore, entrando in contatto con geologi austriaci e italiani. È probabile che alcuni dei campioni analizzati a Parigi e che condussero poi Nicolas-Théodore de Saussure a identificare la nuova composizione chimica della “roccia dolomitica” provenissero proprio da quelle regioni, forse dai dintorni di Predazzo, Auronzo o Ampezzo, dove il “calcare dolomitico” affiora in superficie dando forma alle straordinarie montagne che tutti conosciamo. Una teoria molto accreditata indica, però, nella Val di Fleres il luogo in cui Dolomieu individuò la “nuova” roccia.
Nel 1791, pubblicando nel Journal de Physique il suo “Sur un genre de pierres calcaires très peu effervescentes avec les acides et phosphorescentes par collision”, egli portò a compimento oltre un decennio di osservazioni e confronti. La scoperta, come spesso accade, nacque da un dettaglio sperimentale: una pietra che non reagiva come le altre. Ma dietro quel dettaglio si celava una rivoluzione nella comprensione della Terra.
La novità non consisteva soltanto nell’identificazione di una nuova roccia, ma nell’introduzione di un principio destinato ad avere conseguenze profonde: il paesaggio montano non era più un insieme indistinto di forme, bensì l’espressione visibile di una storia geologica complessa leggibile nella materia stessa delle montagne. Con Dolomieu, le Alpi orientali cessavano di essere una periferia senza volto e iniziavano a rivelarsi come un territorio dotato di una propria identità.
Il nome “dolomia”, attribuito inizialmente alla roccia, compì nel corso dell’Ottocento un percorso singolare: dalla chimica passò alla geografia, dalla scienza al linguaggio comune. Quelle montagne, riconoscibili per il loro colore chiaro, per la verticalità improvvisa delle pareti, per la luce che le trasfigura all’alba e al tramonto, divennero le Dolomiti. Il nome non si limitò a descriverle: le creò, nel senso pieno del termine, rendendole identificabili, pensabili, raccontabili.
Fu allora che la scienza incontrò l’estetica. I geologi, i viaggiatori, i pittori e infine gli alpinisti trovarono in quelle montagne qualcosa di radicalmente diverso dalle Alpi centrali: non la massa, ma la forma; non l’ampiezza, ma la verticalità; non la continuità, ma la frattura. La conoscenza scientifica aveva preparato il terreno al mito, fornendo le categorie necessarie per vedere ciò che prima restava invisibile.
Le Dolomiti divennero così le montagne iconiche per eccellenza. Lo diventarono grazie alla scienza. La loro bellezza, lungi dall’essere un’evidenza immediata, fu il risultato di uno sguardo educato alla differenza, inaugurato da un viaggiatore settecentesco che, osservando una pietra che non reagiva all’acido, aveva inconsapevolmente aperto la strada a uno dei paesaggi più riconoscibili del mondo.