
Situato a 1.892 metri di quota nella Valle di Scais, il Rifugio Merelli al Coca è uno dei punti d’appoggio più strategici per chi affronta le montagne orobici. La struttura, abbarbicata sul nulla, sorge all’imbocco del vallone che conduce al Pizzo Coca, la vetta più alta di tutta la catena. La posizione lo rende tappa obbligata non solo per chi punta ai 3.052 metri del Coca, ma anche per gli escursionisti diretti verso il Porola, il Dente di Coca o la traversata delle Cresta di Arigna. Il rifugio è inoltre un riferimento fondamentale lungo il Sentiero delle Orobie, itinerario di lunga percorrenza che attraversa l’intero versante bergamasco. L’area in cui sorge è conosciuta come Conca dei Giganti: oltre al Coca, a fare da corona sono qui il Pizzo Redorta e la Punta Scais (entrambi, curiosamente, 3.038 m).
La storia del rifugio parte all’inizio del secolo scorso, quando il CAI Bergamo investì nella costruzione di nuove strutture per sostenere lo sviluppo dell’alpinismo sulle Orobie. La prima versione della struttura, inaugurata nel 1919, era essenziale e priva di comfort, pensata esclusivamente come punto di riparo. Negli anni Cinquanta, l’aumento della frequentazione del Pizzo Coca spinse il CAI a realizzare lavori di ampliamento e modernizzazione. Interventi più recenti hanno consolidato l’edificio attuale, poi dedicato alla memoria di Mario Merelli, l’amatissimo alpinista bergamasco scomparso nel 2012 sullo Scais.
Com’è nato il vostro percorso qui al Merelli al Coca?
Io e Silvana volevamo lavorare insieme, era il nostro sogno. Proprio in quel periodo si liberò la gestione del Coca. È stato un incastro perfetto. Prima vivevamo a Valbondione, paese natale di Silvana, poi ci siamo trasferiti a Rovetta. Ma in estate viviamo entrambi su in rifugio. Silvana è il vero motore di tutto: senza una compagna che ti segue in questa vita sarebbe complicato, se non impossibile. Non fa solo la moglie, ma anche la cuoca e si occupa di gestire le cose insieme a me… e poi fa la mamma, un ruolo che non va certo sottovalutato! Non è raro vederla ai tavoli, nelle ore pomeridiane, mentre aiuta i ragazzi (ormai soprattutto il più piccolo) a fare i compiti delle vacanze.
Quali sono le principali difficoltà del vostro lavoro?
La prima è l’approvvigionamento: qui dipendiamo dall’elicottero. Poi c’è la corrente, che arriva grazie a una turbina ad acqua… e bisogna sperare che tutto funzioni. E ovviamente ci sono gli imprevisti della montagna: quando succede un incidente siamo quasi sempre il primo riferimento, sia per chi si è fatto male sia, purtroppo, per chi ha perso qualcuno. Dal punto di vista umano questo è un aspetto dura da gestire, ma noi cerchiamo di farlo al meglio.
Che tipo di ospiti raggiunge il rifugio?
Tre categorie: camminatori esperti, i “poco più che neofiti” e gli alpinisti. Negli anni il numero di persone in montagna è aumentato molto, e tra queste ci sono anche persone che di montagna sanno poco. Bisogna saper rispondere alle esigenze di tutti. Fino a un certo punto, però. L’errore nel quale noi, per scelta, non vogliamo incappare è quello di snaturare i rifugi: se vuoi la nottata, la cucina stellata o certi comfort, non vai in un rifugio come il nostro. Chi viene qui deve capire in che ambiente si trova, e noi ci teniamo perché rimanga autentico.
Vi arrivano richieste curiose?
Oh sì! Dal prosciutto e melone ai gelati, fino al diffusore per i capelli. Fa sorridere, ma rende anche l’idea di quanto a volte manchi la percezione dell’ambiente in cui ci si trova.
La vita quassù cambia molto a seconda del meteo?
Tantissimo. Se il meteo è bello, è tutto bellissimo anche per noi. Se il tempo gira, diventa tutto più pesante. Qui impari ad accettare i ritmi della natura e le regole della montagna. E ad apprezzare anche le giornate al chiuso, magari facendo giochi da tavolo, perché fuori piove.
E la connessione?
Il cellulare prende solo in un punto e non c’è wi-fi (o meglio c’è solo per il personale di servizio e le emergenze). Paradossalmente è una ricchezza: le persone si disintossicano dal telefono e ricominciano a parlare tra loro.
Avete mai pensato di cambiare vita?
Momenti di sconforto veri, del tipo “basta, cambio lavoro”, mai. Non so se riuscirei a stare senza il rifugio. Il giorno in cui dovremo andare via — spero il più tardi possibile — non sarà un giorno felice. Vorremmo restare qui più a lungo che possiamo.
Come gestite i periodi di maggiore affluenza?
In piena stagione non bastiamo io e Silvana. Abbiamo un gruppo di collaboratori che ogni anno ci raggiunge e ci dà una mano.
Negli ultimi anni ci sono stati interventi sulla struttura?
Sì, grazie al CAI Bergamo e a Regione Lombardia abbiamo ristrutturato tutte le camere, sostituito gli infissi e cambiato la turbina. Un lavoro di riqualificazione importante, fondamentale per garantire continuità alla vita del rifugio.