Incontri e divertimento a Chamonix in occasione delle gare UTMB
Tra gli stand del village delle gare di trail running più famose del mondo, si è guadagnato molta attenzione quello di Millet: atleti, nuovi prodotti e una divertente caccia al tesoro
Alla settimana santa del trail running non poteva certo mancare un brand che della verticalità ha fatto il suo mantra. Gli stendardi blu di Millet sventolano a Chamonix, con sullo sfondo il terreno di gioco preferito dalla casa francese: il Monte Bianco.
Di sicuro il trail non è il core business di Millet. Ma la montagna, sì. «Ormai tutti gli alpinisti fanno anche del trail running. Gli appassionati di outdoor sono sempre più polivalenti e noi ci siamo!» raccontano dal team. E in effetti basta guardarsi intorno per capire che è vero: in pochi metri quadrati di stand si incrociano runner, guide alpine, curiosi e vecchie glorie dell’alpinismo, come François Damilano che si concede volentieri a chiacchiere e granite rigorosamente blu.
La presenza Millet a Chamonix è viva, energica, giovane. Léo Tuaz, cresciuto nella Colibri Academy – la fucina di talenti nata grazie alla collaborazione tra Millet e Aux Vieux Campeur – conquista il secondo gradino del podio della MCC, confermando che la nuova generazione di trail runner francesi ha spalle larghe e gambe veloci. Intorno a lui, altri atleti della scuderia si fanno notare sui sentieri chamoniardi, portando quella freschezza che sa di futuro.
E mentre i fan più accaniti partecipano a una divertente caccia al tesoro alla ricerca di cristalli blu nascosti in città – un omaggio alla tradizione dei cristallier chamoniardi – Millet dimostra di saper raccontare la montagna proprio a tutti: dall’alpinismo al trail, dalla tradizione alla sperimentazione.
Ma se a Chamonix si fa festa e si corre, tra gli stand Millet non si vedono due volti noti: Charles Dubouloz e Symon Welfringer. I due alpinisti francesi si stanno probabilmente riprendendo dalla recente spedizione in Karakorum, dove hanno tentato la leggendaria Shining Wall del Gasherbrum IV (7.925 m).
Dopo settimane di attesa al campo base e un tentativo lanciato in condizioni proibitive – neve profonda, instabilità e la quasi totale assenza di ghiaccio per proteggersi – la cordata si è fermata a quota 6.900 metri. «Abbiamo osato», hanno raccontato poi, sottolineando come non fosse un fallimento ma un’esperienza di crescita. «Quando rientri da una spedizione hai la testa incolta, come un campo. Bisogna lavorare il terreno, ripulire, fare ordine… per poi piantare nuovi semi. È stata la mia ventesima spedizione e mi fa ancora questo effetto, ogni volta» ha raccontato proprio ieri Welfringer al magazine francese Alpine Mag. «È la prima volta che torno da una spedizione sentendomi inevitabilmente un po’ insoddisfatto, ma soprattutto impaziente di riprovare e di capire come fare meglio. Come utilizzare tutte le informazioni che abbiamo raccolto per ottimizzare il prossimo tentativo» conclude Welfringer. I due, appena tornati alla base, avranno bisogno di qualche tempo per metabolizzare tutto ciò che è successo e noi non vediamo l’ora di ascoltarli!