Mestieri che scompaiono: i largaioli del Trentino
Sono i raccoglitori di resina, prelevata dai larici per ricavare la trementina. In tutta la provincia di Trento una sola famiglia si dedica ancora a questo lavoro. Antico e affascinante
Succede spesso, in montagna: una frana o una valanga abbattono il bosco, portando a valle una massa di detriti e rocce. Fra i sassi che hanno creato un paesaggio lunare, con il passare del tempo compaiono i primi alberelli coraggiosi, che crescono solitari. Spesso sono larici, piante pioniere che in virtù della loro resistenza agli sbalzi di temperatura e della loro capacità di stare bene al sole preparano il terreno all’arrivo di altre piante. Dove creano una foresta, i larici sono uno spettacolo soprattutto d’autunno. Gli aghi passano dal verde al giallo oro, prima di cadere. Il larice è infatti l’unica conifera decidua, cioè perde le foglie – i suoi aghi – che poi rispuntano la primavera successiva. Ma le particolarità del larice non finiscono qui. Al suo interno racchiude un tesoro: una resina speciale, detta trementina di Venezia, che per secoli è stata estratta dall’uomo con una tecnica particolare, che non danneggia la pianta. Oggi il mestiere del resinatore, che in Trentino è detto “largaiolo” (la resina di larice in dialetto si dice “l’argà”) ormai è una rarità. Ma la famiglia Iori di Dimaro Folgarida, in Val di Sole, continua la tradizione iniziata dal nonno e portata avanti dal 1999 dal genero Mauro come titolare della ditta di estrazione e lavorazione della trementina, insieme alla moglie Luisa e i figli Chiara, 31 anni, e Oscar, 26. «In Trentino siamo rimasti solo noi», racconta Mauro Iori. «In Alto Adige ci sono altri due o tre che fanno il nostro mestiere».
Il legno di larice è particolarmente resistente e impermeabile. «I veneziani se ne erano accorti: per accentuare questa caratteristica, le travi di larice usate per la costruzione della città erano immerse nella trementina», spiega Iori. «Anche i terrazzi venivano resi impermeabili con uno strato di sabbia e trementina, sopra il quale si ponevano le pietre della pavimentazione. I larici utilizzati dalla Serenissima provenivano dalla Val Di Sole e dalla Val di Rabbi». Oggi la chimica ha sostituito tante sostanze in passato ottenute dalle piante, ma la trementina resiste per alcuni usi speciali. «È utilizzata nell’industria farmaceutica: è antifungina, antireumatica e callifuga. Ma funge anche da diluente dei pigmenti nella pittura a olio e per la creazioni di vernici usate dai liutai sugli strumenti musicali, anche da Stradivari. La resina di larice per le sue caratteristiche consente vibrazioni particolari», commenta Iori. Perché i larici producono questa sostanza? Tutte le conifere secernono resina per cicatrizzare le loro ferite. «Un ramo spezzato espone l’albero all’attacco di funghi e batteri. Per proteggersi, la pianta genera questa sostanza, che ha la funzione di un cerotto», dice Iori. «C’è una differenza fra larice e pino, da una parte, e abete, dall’altra. I primi due producono la resina all’interno del legno, in canali resiniferi. L’abete la crea nel tronco, per curare danni interni o esterni». Oggi la legge italiana autorizza esclusivamente la raccolta della resina di larice, e non di altre conifere.
Il rispetto per le piante
Il lavoro del largaiolo è stagionale: si svolge da giugno a fine settembre, raramente fino a ottobre se fa caldo. Il motivo è presto detto: con il freddo, la resina diventa dura come un sasso ed è impossibile raccoglierla. «Ci svegliamo alla mattina verso le 5.30 per raggiungere la montagna dove stiamo lavorando. Si cammina di pianta in pianta per sei-sette ore. È un lavoro che mantiene il corpo allenato: i boschi non sono mai in piano, la montagna è scoscesa. Non è un problema per noi: abitiamo a 20 minuti in auto da Madonna di Campiglio, siamo circondati dalle Dolomiti del Brenta. Nel tempo libero, ci piace andare in montagna per rifugi». Una volta individuata la pianta da cui ottenere resina – che deve avere almeno 40 cm di diametro e 1,30 m di altezza – Iori pratica un foro alla base dell’albero, con una trivella cui è applicato un motore a scoppio (uno strumento di sua ideazione). Questo buco, con un diametro di 3,6 cm e di lunghezza variabile a seconda delle dimensioni della pianta, scende in verticale verso l’interno. Una volta fatto, va chiuso bene con un tappo di larice, proprio per evitare infezioni. La prima raccolta della resina avviene dopo quattro o cinque anni togliendo il tappo con un piccone. Poi, usando la sgorbia, una sorta mezza canaletta lunga 25 cm che viene introdotta nel foro, si raccoglie la resina. Un altro strumento tradizionale, la palòta, aiuta a ripulire bene la sgorbia. Il contenitore di raccolta, ovale e in ferro, si chiama bazòn. Dopo la raccolta, viene riposizionato il tappo di larice e la seconda raccolta avverrà dopo cinque o sei anni.
Colpisce l’attenzione e il rispetto che il largaiolo ha per le sue piante. «Ci tengo che i larici rimangano in salute e possano produrre resina per i prossimi 50 anni. Inoltre, in un bosco ben tenuto si fa meno fatica a lavorare. Sì, abbiamo un legame forte con le piante. Certi larici particolari, che spiccano per produzione, me li ricordo a memoria, so esattamente dove sono», commenta Iori. Certo, ricordarsi migliaia di piante è impossibile. Quindi, Iori ha un sistema di segnatura basato su tacche sulla corteccia vicino al foro per ricordarsi quali larici ha già visitato per raccogliere la resina.
Da un larice si ricavano in media 100 grammi di resina ogni 5 anni
A quanto ammonta il raccolto di una stagione? «Quest’anno prevediamo di trattare almeno 25 mila larici. Ci sono piante che arrivano a dare mezzo chilo di resina, ma la media è di 100 grammi per albero. Arriveremo a 24,5-25 quintali. Conta molto l’esposizione: gli alberi che guardano a nord prendono meno sole e rendono di più. Troppo sole può seccare la pianta. I primi due raccolti nell’arco di dieci anni sono in genere i migliori, poi il rendimento cala», spiega Iori. «I nostri larici si trovano dai 750 ai 1500 metri di altitudine». Dopo aver portato la resina di larice in laboratorio, viene filtrata 12 micron e assume una colorazione e una densità che la fanno assomigliare a miele. La preziosa trementina viene poi venduta dalla famiglia Iori attraverso un mediatore austriaco ed è destinata per lo più al mercato tedesco. La resina di larice è ormai una tale rarità che si può immaginare che renda molto bene a chi la estrae. «Come avviene nelle attività agricole, il produttore non diventa mai ricco. Il prezzo del prodotto sale nei diversi passaggi della commercializzazione», commenta. C’è poi da tenere conto del costo dell’affitto per la montagna che il largaiolo deve pagare: in Trentino, va alle Asuc, una sigla che sta per Amministrazione separata dei beni frazionali di uso civico, come i boschi. Quando bisogna praticare i fori, la durata minima del contratto è di 10 anni, per poter fare almeno due raccolti, che ricompensino della fatica fatta. Poi, se necessario, si può affittare di nuovo una data montagna per un periodo di quattro o cinque anni. «Il nostro lavoro si svolge in buona parte nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio, ho 10-15 mila piante in quest’area. C’è uno stretto controllo da parte dei forestali e dei guardiaparco. Comunque, operando in Trentino rispettiamo tutte le norme della provincia autonoma di Trento».
Se nei secoli addietro i largaioli salivano le montagne con carri e muli, oggi per fortuna ci sono le auto, che aiutano anche a coprire le distanze. «L’anno scorso avevo due montagne, la più vicina era a 40 km da casa», racconta Iori. «L’anno prossimo andremo a oltre 100 km, in Val di Cembra». Malgrado la fatica e le difficoltà, Mauro Iori e i suoi familiari rimangono innamorati di questo mestiere. «In mezzo al bosco si sta bene, si gode di un grande senso di libertà». Durante l’inverno, mentre i larici riposano, Mauro e i figli lavorano per gli impianti di risalita di Folgarida Marilleva. In attesa dell’estate successiva, quando potranno tornare nei lariceti e, nel tempo libero, nella loro meta del cuore: la Malga Monte Sole, in Val di Rabbi, nel cuore del Parco dello Stelvio.