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Folla in parete: il prezzo del tutto e subito

Lungo le vie classiche le code sono all’ordine del giorno. In tanti vogliono la foto ricordo su “quella” vetta, ma il traffico in parete azzera il piacere dell’arrampicata. Eppure le alternative non mancano

Con il tempo certe insofferenze diventano più nitide, come rumori che non si riescono più a ignorare. Fra queste, la difficoltà a sopportare la montagna affollata, specie sul terreno alpinistico, dove la folla diventa intollerabile non solo per una questione estetica – con rumori e colori stonati – ma perché impedisce di muoversi in piena consonanza con l’ambiente. Le immagini delle code all’Everest, delle processioni serrate sulla cresta dell’Hörnli al Cervino o degli sciami di cordate sui ghiacciai del Monte Rosa non sono più eccezioni lontane, raccontano un modo di vivere la montagna che si sta diffondendo ovunque.

In parete, le cordate si ostacolano a vicenda, c’è chi spinge troppo, chi va piano, chi si attacca alle soste come fossero caselli autostradali.

Come guida, passo più tempo a decifrare i ritmi degli altri che a gustarmi la salita: capire se spingere o rallentare, se farmi sorpassare o difendere la mia sosta per non trovarmi le corde annodate. Ammiro i colleghi che, forti del mandato di portare i clienti in cima, sanno farsi largo con decisione arrembante, guadagnandosi imprecazioni in tutte le lingue e conquistando comunque la vetta in apparente serenità. Io non ne sono capace, subisco ingorghi, lentezze, pressioni, e alla fine scelgo di schivarli.

Da anni cerco di evitare le classiche sovraffollate – dal Bianco alle Dolomiti – rifugiandomi sulle pareti meno in voga delle Alpi Centrali. Lì, basta aprire con curiosità le vecchie guide CAI-Touring per trovare salite dimenticate, senza blasone, senza trofeo da esibire, ma con la quasi certezza di muoversi in libertà.

Certo, il prezzo da pagare c’è, roccia non sempre eccellente, avvicinamenti scomodi, orientamento complesso. E spesso è più complicato convincere i compagni di cordata e orientarli verso salite che non danno medaglie e richiedendo pazienza. Ma è proprio questo disagio, se ben gestito, a restituire il gusto dell’alpinismo autentico. Si procede “a orecchio basso”, tra vecchi chiodi, a volte lasciati dai primi salitori e rari ometti di pietra. Serve tempo, margine, attenzione. E la cima, quando arriva, non è mai scontata.

Un piccolo gesto di ribellione al “tutto e subito” che richiede fatica, gradualità, affiatamento di cordata, capacità di affrontare dubbi e incertezze passo dopo passo. È questo, in fondo, l’alpinismo. Ed è per questo che qualcuno sceglie una guida, per condividere un’esperienza vera, o solo per garantirsi la foto di vetta?

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