Montagna.TV

A tu per tu con Daniele Zovi, vincitore del Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo

“Sulle Alpi - Un viaggio sentimentale”, questo il titolo del libro vincitore del prestigioso premio letterario che racconta con delicatezza momenti poetici e introspettivi di una vita trascorsa sulle terre alte

Ha cominciamo a scrivere libri dopo essere andato in pensione mettendo a frutto le esperienze di tutta la sua vita in montagna. In questo senso Daniele Zovi è uno scrittore un po’ anomalo. Nato a Roana, sull’Altopiano dei Sette Comuni, il cimbro di Asiago, l’alpinista lettore di Buzzati e Rigoni Stern, laureato in scienze forestali, con il suo ultimo libro Sulle Alpi (Raffaello Cortina Editore) si è aggiudicato il Premio della Montagna Cortina d’Ampezzo. Per quarant’anni ha prestato servizio nel Corpo forestale dello Stato concludendo la sua carriera con i gradi di generale di brigata del Comando carabinieri- forestale del Veneto.

«Daniele Zoli unisce la passione dell’alpinista, sensibile al silenzio, alla natura, all’ambiente, con la curiosità del letterato che viaggia con una scorta inesauribile di classici», scrive nella motivazione Marina Valensise, presidente della Giuria del Premio per la sezione Montagna, giunto alla sua quindicesima edizione, di cui è responsabile Francesco Chiamulera, presidente dell’Associazione Una Montagna di Libri.

La copertina di Sulle Alpi

«Sin dall’inizio – continua la motivazione – Zovi avanza sottovoce come le Alpi Marittime che s’alzano modeste nella Liguria di Ponente, pronto a “osservare tra le fronde il palpitare/lontano di scaglie di mare” come scriveva Montale. Così il suo cammino si tinge di poesia, quando ricorda i licheni di Camillo Sbarbaro che per primo ne classificò 127 specie, o descrive coi versi di Dante e di Virgilio il Monviso, circondato dai pini, e scalato per la prima volta da Quintino Sella nel 1863, prima di fondare il CAI, o quando immagina, duemila anni dopo, la strada che avrebbe scelto al posto di Annibale per transitare coi suoi elefanti sul Monginevro, e di quella spedizione ricorda le insidie citando Tito Livio, che descrive lo sforzo aspro, insopportabile dei soldati in marcia su un suolo di ghiaccio ricoperto dalla fanghiglia di neve, mentre Polibio parla di un esercito ridotto a ventiseimila uomini».
Quello che fa subito capire dove il libro porterà il lettore è il sottotitolo “Un viaggio sentimentale”.

Zovi, perché sentimentale?
Perché è un cammino, un’antologia dei ricordi di una vita passata a perlustrare le Alpi, dove l’amore per la bellezza della natura s’unisce alla passione per la cultura. Il filo conduttore principale è la filastrocca che mi insegnò la maestra alle elementari, una frase che non vuol dire niente Ma Con Gran Pena Le Reca Giù, per ricordarne i nomi dei gruppi montagnosi – Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Retiche, Carniche, Giulie.  È impossibile parlare delle Alpi in maniera completa, tanto sono vaste e articolate, ricchissime di biodiversità. Quindi, la chiave di un viaggio sentimentale mi è stata utilissima: sono le Alpi che ho vissuto io.

Un lungo percorso quindi?

Mi sono accorto che, nella mia vita, avevo viste quasi tutte le cime o vi ero salito. In questo lungo cammino mi sono fermato a osservare dei luoghi interessantissimi e unici. Per esempio, in Piemonte il bosco dell’Alevé, addossato al versante meridionale del massiccio del Monviso, è una foresta pura di pino cembro. Oppure le foreste del Trentino dove crescono gli abeti che hanno il legno di risonanza, quello dei famosi violini di Stradivari. Non sono solo un insieme di alberi ma si respira un’atmosfera particolare.

Qual è stato il suo approccio con la scrittura?
Scrivere è come camminare in montagna, come scalarla: vai e ti fermi, altre volte non ce la fai. La scrittura è analoga. Quella vera è dentro la carne, nella vita quotidiana dell’uomo. Capisco dove il mio cuore batte più forte. Siamo progettati per camminare. E’ un gesto naturale e i pensieri si ripuliscono. Troviamo anche negli alberi somiglianze con noi. Ma la mia è la prima generazione che va in montagna solo per camminare. I montanari stessi, nella quasi totalità dei casi, non salivano le montagne per diletto. Persino con mio padre dovevo cercare delle giustificazioni per andare in montagna: dovevo andare a funghi, fare legna. Non bastava gli dicessi che andavo a camminare. Andare in montagna è un esercizio spirituale sotto certi aspetti, perché mai la montagna ti lascia indifferente. Ti obbliga a pensare, a rapportare la sua dimensione col resto del mondo.

Oggi è ancora conciliabile questa spiritualità con quello che sta accadendo, almeno nei settori più frequentati della montagna?
No. Non si può conciliare il sovraffollamento con i doni che la montagna normalmente elargisce senza che tu nemmeno li chieda, cioè il dono della contemplazione della bellezza, del silenzio, del buio di notte con le stelle, che tanto ci manca in città.

E allora?
Dobbiamo imparare ad aprire il ventaglio. La montagna italiana ci offre ambienti spettacolari, con pochissime persone, che tu puoi godere intimamente e fisicamente, scegliendo itinerari diversi da quelli soliti. Noi, credo, siamo in grado di diversificare le nostre mete e questa è la risposta. Io non vado più alle Tre Cime di Lavaredo.»

Ma la montagna che non gode dei benefici portati dal turismo soffre anch’essa. E si spopola.
La montagna deve essere di tutti. Ci sarà un ritorno alle terre alte. Bisogna aiutare a resistere chi già c’è. Ma è un processo che va governato. Il singolo cittadino non riesce a farlo, ci vuole uno sforzo, io credo a livello dei governi di ogni singolo territorio, perché intervengano nell’amministrare i pacchetti turistici. Preparare nuovi percorsi, preparare le persone, e a un certo punto anche le agenzie dovranno prendere atto che esistono altri percorsi. Bisogna tener conto che la montagna sarà la scialuppa di salvataggio dai lunghi periodi troppo caldi che ci stanno affliggendo.

Exit mobile version