Dal Passo Resia al Passo del Bernina

Bassa Engadina

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Il paesaggio culturale che sembra immutato da secoli

Ora scendiamo nella Valle dell’Inn, dove a quota 1035 le poche case di Martina segnano la frontiera tra Austria e Svizzera. Stiamo per entrare nella Bassa Engadina, nella più linda e ordinata terra che si possa immaginare. L’Engadina è un ventre traboccante di memoria popolare e scivolando in macchina di fronte a questi scenari ti senti racchiuso in un luogo immutato da secoli, dove il tempo scorre da sempre con lenta esattezza, come un pendolo che perpetua il suo moto verso una fine non prevista. È questa, sì, una terra fortemente antropizzata, ma la presenza dell’uomo qui non è annunciata da cemento, industrie o seconde case, dai capannoni o dagli skilift. Qui la civiltà del montanaro si trova nascosta nella natura stessa. Nel verde dei prati sfalciati, nel bruno della terra lavorata, nelle radure difese dall’avanzare dei boschi.
Siamo in una natura modificata nei secoli, in un continuo ripristino e consolidamento per sopravvivere in equilibrio con le instabilità della montagna: lassù un rimboscamento per riparare la frazione dalle valanghe, là una radura per permettere il pascolo, su quel promontorio il terrazzamento per l’orto. Passiamo da Scuol (dominato dal Castello di Tarasi, celebre per le sue sorgenti minerali), poi da Guarda (con i famosi sgraffiti – sì, si chiamano sgraffiti – che decorano le antiche case degli alpigiani, catalogate come monumento nazionale), e da Zernez (sede del Parc naziunal svizzer).

La wilderness, l’opposto del paesaggio culturale

Il Parc naziunal svizzer, così chiamato in romancio, è il più antico parco delle Alpi. Venne istituito nel 1914 con leggi di tutela rigidissime, che non permettono di mettere piede nell’area se non lungo i sentieri autorizzati e solo in determinate stagioni. Il parco si estende a sudest di Zernez fino al confine italiano, e ha i suoi fulcri in tre vallate divenute ormai misteriose: quella del Fuorn, la Val dal Spöl e Val Trupchun, per un totale di 172 chilometri quadrati. Il territorio protetto non è altro che un’area del tutto brada e abbandonata a se stessa, voluta in nome del mito ottocentesco (e ultracontemporaneo) della wilderness. La parola wilderness è intraducibile in italiano, se non con un termine che non esiste nella nostra lingua: “selvaggità”. Wilderness indica l’esaltazione del selvaggio, allude all’elevazione a ideale del mondo naturale. E la wilderness, va detto, è un’eccezione sulle Alpi (a parte piccole riserve integrali come, per esempio, quella famosa del Pedum nel Parco nazionale della Val Grande). Nel Parc naziunal svizzer le regole sono ferree e semplici: niente deve interferire con il corso naturale degli eventi. La mano dell’uomo qui non entra, neppure per aiutare la natura. La natura si autogoverna. Ed è per questo l’opposto del paesaggio culturale costruito dall’alpigiano, che abbiamo osservato fino ad adesso in Engadina. Se cade un albero su un sentiero nessuno lo sposta; saranno funghi, vermi, muschi e insetti xilofagi a distruggerlo lentamente, riciclandone il legno in nuova vita come madre natura vuole. Quando uno dei circa duemila camosci che risiedono nel parco muore, nessuno ne rimuove la carcassa, che diventerà cibo per corvi e avvoltoi. Vita e morte si intrecciano, si aggrovigliano intimamente governate dalla mano invisibile della natura. Non la conservazione ambientale come nei nostri parchi nazionali, ma la deantropizzazione, la cancellazione dell’uomo visto come elemento estraneo, inquinante, destabilizzante

Tra le nuvole che sventolano intorno

Le foreste impenetrabili del parco più selvaggio delle Alpi sfilano sulla nostra sinistra. Noi ce ne stiamo in silenzio, osservando ciò che si distende intorno all’auto. Poi la valle si allarga, il sole diventa radente nel tardo pomeriggio, e arrivati alla piana di Samedan giriamo a sinistra, per imboccare la strada verso il Passo del Bernina. Filiamo veloci, con di fianco il Trenino rosso che ci ricorda uno dei nostri ormai lontani natali e il regalo dei binari, con i vagoni elettrificati, e il piccolo treno che traballando compie i suoi infiniti giri in tondo. Questa notte dormiremo all’Ospizio, su al passo, antico punto (di ristoro e di sosta) per i viaggiatori che lasciavano il mondo cisalpino per quello transalpino, e viceversa. Su in quota, nella neve, tra le nuvole che si rincorrono veloci sopra le nostre teste.
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Dal Passo Resia al Passo del Bernina
Nauders, in Austria, pco dopo la partenza dal Lago di Resia e subito prima di entrare in Engadina.
Dal Passo Resia al Passo del Bernina
Le cime ancora innevate sopra la Bassa Engadina.
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Un momento di pausa, un’occasione per parlare.
Dal Passo Resia al Passo del Bernina
La bandiera svizzera e quella dei Grigioni.
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I ghiacciai del Bernina.
Dal Passo Resia al Passo del Bernina
Marco Albino Ferrari alla guida, salendo al Passo del Bernina.
Dal Passo Resia al Passo del Bernina
Al Passo del Bernina sembra ancora pieno inverno.