Dal Mare Adriatico a Ravascletto

Giulie e Carniche

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Il muro che non c’è più

La frontiera tra Italia e Slovenia taglia in due la città di Gorizia. Due città distinte, come due metà di una mela, sono state Gorizia e Nova Gorica nei lunghi anni della Cortina di ferro. Certo, un muro molto meno famoso di quello di Berlino le divideva, eppure anche questo era un vero e proprio muro politico: il Muro di Gorizia. Con la redazione di “Meridiani Montagne” lo avevamo attraversato la prima volta quando siamo venuti qui a realizzare il numero sulle Alpi Giulie (luglio 2003). Ora, sedici anni dopo, tutto appare cambiato. Attraversiamo il vecchio checkpoint senza neppure rallentare e siamo dall’altra parte. Il nostro viaggio oggi prevede la risalita dell’asta dell’Isonzo, poi il superamento del ripido Passo Vršič ai piedi del Tricorno, la discesa a Kranjska Gora, una virata a sinistra verso Tarvisio e ancora un lungo tratto di fondovalle verso Tolmezzo, da dove faremo l’ingresso in Carnia. «Dai, andiamo!» ci diciamo accelerando sulla strada a rapido scorrimento.

Come ai tempi imperiali di Maria Teresa

L’Isonzo che seguiamo, ora a sinistra ora a destra, è un fiume speciale, dalle acque azzurrissime come se ne vedono poche ormai. Ciò è dovuto alla mancanza di inquinamento, ovviamente, poi a speciali sospensioni e al calcare bianco del suo letto. 136 chilometri serpeggianti, che cambiano più volte nome: Isonzo verso le piane umide di Monfalcone, poi Soča e in cima Trenta. Sfiliamo tra le colline del Natisone, entriamo e usciamo da Caporetto (Kobarid), poi entriamo nelle Prealpi Giulie, dove svetta la cresta di confine del Canin. Lassù ai tempi della guerra fredda girovagavano le guardie jugoslave, i cosiddetti graniciari. Sempre in coppia, due cani lupo, fucili, pistole e molte munizioni, i terribili graniciari avevano un benefit in più, un premio in denaro per ogni fermato (o ammazzato) mentre tentava di attraversare la linea fatale tra Italia e il blocco dell’Est. Oggi nessuno controlla e si accorge di te se camminando scavalchi il confine, e questo è un altro regalo che ci fa la nostra amata Europa.
I luoghi che stiamo attraversando, dal punto di vista di noi italiani, sono stati per decenni un mondo distante perché associato all’estremo, a quel confine che portava all’“Impero del Male” (anche se la Jugoslavia ne era solo un satellite minore). Ogni cosa qui in Slovenia parla di un altrove che a noi pare sconosciuto. Il turismo di massa e la speculazione edilizia non sono mai arrivati. Siamo sulle Alpi, sì, ma potremmo essere già nei Balcani, o in qualche valle secondaria dell’Albania. Fattorie linde e arcaiche, come ai tempi imperiali di Maria Teresa, punteggiano mari d’erba lucida e delimitano boschi di cui non si percepisce la fine. E, così, curva dopo curva, arriviamo in Val Trenta, incassata sotto alte pareti, dove le tracce di cemento sono rare come sul resto delle Alpi lo erano nell’Ottocento. È questo uno dei luoghi più intatti dell’intera catena.
Dal Mare Adriatico a Ravascletto
Monumento dedicato all’alpinista Julius Kugy sul Passo Vršič.
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In arrivo sul Passo Vršič.
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Un ponte sull’Isonzo, il Soča sloveno.
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Le acque turchesi del torrente Barman, in Val Resia (Prealpi Giulie), in veste autunnale.

Dalla vita di un alpinista

A un tornante verso sinistra che sale al Passo Vršič, spunta la celebre statua bronzea di Julius Kugy. Parcheggiamo e scendiamo a farle visita. Ne abbiamo parlato varie volte, di Kugy, su “Meridiani Montagne”, perché è stato da noi adottato come uno dei padri della cultura alpina romantica. E infatti lo è. Eccolo lì, eternato nella statua a grandezza naturale, intento ad ammirare le sue cime di calcare chiaro con il viso leggermente piegato su un lato. Questo è davvero un posto magico, un pulpito circondato da pareti argentee, che consigliamo a tutti di visitare.

Da queste parti gli alpinisti amano Julius Kugy, e non solo gli alpinisti: a lui sono dedicate piazze e vie nei paesi ai piedi delle montagne (e anche una scuola elementare a Trieste). Fu alpinista e scrittore; uno scrittore malato d’amore per le Alpi Giulie, così contagioso che i suoi fortunati libri hanno influenzato migliaia di lettori. Nelle pagine di Kugy (come Dalla vita di un alpinista, che pubblicammo in allegato alla rivista) vediamo disegnarsi mondi fatati, grandiose avventure intimamente rivissute nei ricordi. «Io amavo la montagna e tornavo sempre a lei. E non a sbalzi. Anzi».Torna, per esempio, circa quaranta volte sulla vetta di quel «regno impressionante» che è il Triglav (o Tricorno): 2864 metri, la più alta montagna delle Giulie. E su quella cima gli piace soprattutto passare la notte, «non conosci veramente una montagna se non ci hai dormito sopra», scrive. Oggi il Triglav è il simbolo della Slovenia, tanto da campeggiare sulla bandiera nazionale.

Kugy viene oggi rievocato come un alpinista apolide. E così, dopo l’entrata della Slovenia nell’area Schengen (2004), è diventato l’uomo-simbolo di questo spazio che era stato sovranazionale ai tempi dell’impero e dell’Austria Felix. Le utopie mitteleuropee rifiorite con la caduta delle frontiere slovene hanno trovato in Julius Kugy una voce da riascoltare.

Intanto corriamo sull’autostrada dopo Tarvisio ed entriamo in Carnia, subregione alpina ferita dallo spopolamento di cui parleremo la prossima puntata.

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Annibale Salsa e Marco Albino Ferrari al Castello di Gorizia.
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L’Isonzo, Soča in sloveno, poco prima di Bovec.
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L’edificio sommitale del Triglav (2864 m), montagna simbolo della Slovenia.
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Panorama sulla Valle del Tagliamento, con la piana di Tolmezzo.
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Il massiccio della Škrlatica dalla valle di Kranjska Gora.
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Lo Špik (1742 m), nel Gruppo della Škrlatica, seconda elevazione della Slovenia.
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Panorama sulle Alpi Giulie dalla vetta del Triglav.
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Le Alpi Giulie slovene dalla valle dell’Isonzo.