Dal Colle del Preit a La Turbie

Le Alpi del Mare

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Al sud, nel gelo

Ci siamo, diciamo tra noi, mentre usciti dalla Valle Varaita puntiamo attraverso la pianura a Borgo San Dalmazzo, snodo viario dal quale si diramano le principali valli delle Alpi Marittime. Infiliamo la Valle Vermenagna sulla SS20 che porta di nuovo verso la Francia. L’ultimo tratto di questa traversata alpina – al fondo della quale avremo toccato i duemila chilometri di strada asfaltata – si svolge quasi interamente tra le Marittime, cime e creste comprese tra il Colle della Maddalena e il Colle di Tenda. Siamo a sud, vicino al mare, eppure qui nevica più che nelle Grandi Alpi del Vallese. Masse di aria calda e umida provenienti dal Mar Ligure si scontrano con quelle fredde della Pianura Padana, determinando abbondanti precipitazioni, anche estive. Sono montagne famose anche per la storia dell’alpinismo, come il Corno Stella, come la Serra dell’Argentera che si erge su una dorsale secondaria della Valle Gesso e costituisce l’elevazione maggiore, o come il gruppo Clapier-Maledia-Gelas, forse l’essenza di questo spazio alpino. Qui si trovano i ghiacciai più meridionali dell’intera catena, a tremila metri e a solo una quarantina di chilometri dalle località più calde della Costa Azzurra. Il Gelas (“Monte Gelato”) è chiamato anche Monte Bianco delle Marittime per il suo ghiacciato versante settentrionale.

Al cospetto del dio toro

Oltre il tunnel di Tenda (l’omonimo Colle a 1871 metri segna il confine con le Alpi Liguri), scendiamo nella Vallée de la Roya, un tempo italiana e dopo il 1947 divenuta francese. Si scende rapidi, seguendo le curve scavate nelle pareti giallastre di calcare. L’umidità aumenta, il caldo pure in questa giornata ormai estiva. Vogliamo arrivare al mare, alla costa, dove le nostre montagne si inabissano: saremo sulle Alpi propriamente dette anche lungo il bagnasciuga, perché dal punto di vista orografico lo spazio alpino arriva a quota 0. Ma c’è una sosta cui teniamo particolarmente. Si trova a Tenda, lungo la strada: è il Museo delle Meraviglie, appena ristrutturato. Qui sono raccolti i calchi delle incisioni rupestri più significative della Valle delle Meraviglie (Vallée des Merveilles), dominata dal Monte Bego, cima rocciosa alta 2872 metri e visibile da molto lontano, da Antibes e da Ventimiglia. Sono state censite qualcosa come 36mila incisioni, concentrate soprattutto sulle rocce di un vallone austero, cosparso di pietraie, pascoli radi e laghetti glaciali, fino a oltre 2500 metri. L’immagine ricorrente è quella di un dio toro dalle lunghe corna (forse un guerriero?), ma anche altri simboli misteriosi si susseguono sulle rocce montonate che brillano al sole, e alla luna. Chi li ha fatti? A che epoca risalgono? Risposte che rimangono vaghe. Si sa solo che la maggior parte di queste incisioni risale tra il tardo Neolitico e all’Età del bronzo.
Dal Colle del Preit a La Turbie
Ultimi chilometri nelle valli piemontesi.
Dal Colle del Preit a La Turbie
Un ponte a Sospel.
Dal Colle del Preit a La Turbie
L’ingresso del Museo delle Meraviglie (Musée des Merveilles) a Tende.
Dal Colle del Preit a La Turbie
Annibale Salsa e Marco Albino Ferrari a La Turbie, affacciati sul Mar Ligure.

Il più grande laboratorio di diversità del nostro continente

Mentre guidiamo verso la fine (o l’inizio) delle Alpi, Annibale Salsa – il nostro preziosissimo Virgilio in questo lungo viaggio – ci offre la sua prospettiva d’antropologo. Il Neolitico è identificato con il passaggio all’agricoltura, e ciò avviene circa diecimila anni fa, dopo l’ultima glaciazione. Poi, l’uomo ha iniziato ad adattarsi al difficile ambiente alpino: ha dovuto operare dissodamenti, spietramenti, ha dovuto terrazzare i pendii, anticipare le stagioni imparando a mettere da parte le scorte di cibo. E ha vissuto per millenni con il poco che la montagna poteva offrire, il calore delle mucche, il latte, la lana, il ferro. Così, per millenni, con pochissime variazione. «La rottura traumatica» dice Annibale, «si è verificata con la Rivoluzione industriale: a quel punto le trasformazioni antropiche non sono avvenute in consonanza con le leggi naturali, ma l’effetto moltiplicatore della tecnica ha fatto sì che prevalessero veri e propri stravolgimenti». Da un certo punto di vista il contadino delle Alpi dei primi dell’Ottocento era più simile all’uomo del Neolitico – a colui che ha inciso quelle magiche figure di toro – piuttosto che a noi, uomini dell’età digitale. Quattrocento generazioni, diecimila anni, ha resistito quel mondo incantato che i romantici del Sette-Ottocento celebravano nel mito del “buon selvaggio”. Oggi resistono gli echi del passato, i retaggi, le tracce incise nei luoghi. Sono quelle tracce che abbiamo voluto cercare lungo i 12 giorni del nostro viaggio. E le Alpi, ormai alle spalle, rimangono il più un grande laboratorio di diversità del nostro continente.
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Dal Colle del Preit a La Turbie
Piccolo borgo in Valle Grana.
Dal Colle del Preit a La Turbie
Il santuario di San Magno, in Valle Grana.
Dal Colle del Preit a La Turbie
A Borgo San Dalmazzo, presso la rotonda dove si diramano le strade per le diversi valli.
Dal Colle del Preit a La Turbie
L’Arco di Augusto a La Turbie.
Dal Colle del Preit a La Turbie
Il Mediteranneo, dove sorgono e tramontano le Alpi