Da Saint-Véran al Colle del Preit

Alpi del Monviso

Un parapetto sul mondo

A un tratto, la salita finisce in una rapida curva e si sbuca sul Colle dell’Agnello (2748 m), il terzo valico più alto d’Europa. Ci fermiamo in cima, e, come da un parapetto proteso sul mondo, possiamo guardare dall’altra parte seguendo con gli occhi – e con l’immaginazione – il disegno della Valle Varaita, poi giù la pianura del Piemonte, gli Appennini, ancora più in là il Mediterraneo, le coste d’Africa, l’infinito. Alla nostra destra, molto più vicino, s’innalza la mole possente del Monviso (l’antico Monte Vesulus), con il suo Dado di Vallanta e la cima affilata. Una delle storie più affascinanti legate alla grande montagna piemontese è quella vissuta da Alessandra Boarelli, nell’estate del 1863. Se non fosse arrivato un temporale nel momento fatale, la storia dell’alpinismo (non solo quello femminile) sarebbe cambiata.
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Al Colle di Sampeyre.
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In viaggio nelle valli occitane.
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La chiesa di San Peyre a Paschero, in Valle Maira.
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Incontri in Valle Maira.

La gentildonna che vinse il Monviso

Alessandra Re, sposata Boarelli, era nata a Torino nel 1838, venticinque anni prima del suo tentativo di scalata alla montagna del cuore. Il 5 agosto di quell’anno, Alessandra risalì in carrozza la Valle Varaita accompagnata dal conte Giacinto di San Robert, dalla guida Bartolomeo Peyrot e da altri amici dei quali nessuno oggi sa i nomi. Alessandra era intenzionata a mettere piede sull’aguzza cima, che era stata raggiunta in precedenza solo da due spedizioni britanniche. Dopo una notte nella frazione di Torrette, la comitiva si mise in marcia, entrò nel selvaggio Vallone di Vallanta e, a sera, giunse al vasto pianoro che cinge il Lago Superiore delle Forciolline, 2820 metri (oggi denominato Maita Boarelli, dove si trova l’omonimo bivacco). Fu una notte carica di tensione e speranze. Ma all’alba, quando Alessandra mise fuori la testa dalla tenda, si trovò di fronte all’amara sorpresa. Nuvole minacciose avvolgevano la montagna. Dopo poco, lampi, tuoni. Non ci fu niente da fare. La guida Peyrot ordinò la ritirata. Peccato, la vittoria della Boarelli avrebbe significato un bel colpo di scena nella storia dell’alpinismo, fino a quel punto tutta al maschile. E il Monviso era certo alla sua portata, come lei stessa dimostrò l’anno successivo raggiungendo di slancio i fatidici 3841 metri della vetta, addirittura insieme alla sua damigella quattordicenne Cecilia Fillia. Se non fosse arrivato il temporale, la cordata della Boarelli sarebbe stata la prima interamente italiana ad aggiudicarsi la scalata. Come avrebbero fatto, di lì a qualche mese, i signorotti guidati da Quintino Sella a fondare un club precluso alle donne? Tutto per un temporale.
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Da Saint-Véran al Colle del Preit
Sulle strade della Valle Varaita.
Da Saint-Véran al Colle del Preit
San Magno, soldato della Legione Tebea.
Da Saint-Véran al Colle del Preit
Confine italo-francese al Colle dell’Agnello.
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Le cime dell’alta Valle Varaita.
Da Saint-Véran al Colle del Preit
Il borgo di Chianale, in alta Valle Varaita.
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Il Monviso dal Colle di Sampeyre.
Da Saint-Véran al Colle del Preit
Prati fioriti sopra Elva.
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Nel borgo di Elva.
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Il museo dei capelli a Elva.
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Veduta sulla Valle Maira.
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La Rocca la Meja.

La fortuna della Valle Maira è non avere grande impianti di sci

Il nostro viaggio prosegue seguendo il fondovalle, proprio dove era passata in carrozza la sfortunata Boarelli. Arriviamo a Sampeyre, superiamo il torrente sulla destra e saliamo lungo una strada piena di cacche di mucche (segno della recente transumanza), fin su all’omonimo colle. È qui che inizia la discesa verso la Valle Maira, nel cuore delle Alpi Occitane. Valle un tempo caduta in disgrazia per via dello spopolamento, e oggi tornata alla ribalta, dopo che alcune guide austriache hanno scoperto le immense potenzialità di queste montagne (soprattutto per lo scialpinismo). Oggi tutta la Valle Maira è una delle mete più apprezzate del turismo alpino intelligente, che non segue le mete del mainstream. Su queste montagne si estende una rete di sentieri segnati che raggiunge i 200 chilometri. Tedeschi, austriaci, e diverse guide altoatesine con i loro clienti, trascorrono settimane in inverno per inanellare itinerari di scialpinismo. Qui trovano silenzio, una dimensione che ricorda l’epoca d’oro delle Alpi, luoghi per dormire semplici ma accoglienti e generosi. L’assenza di grandi impianti di sci è la vera ricchezza della valle. La riprova dell’accoglienza di questi valligiani che parlano la lingua occitana, l’abbiamo all’alpeggio dove passiamo la notte, che si trova nei pressi del Colle del Preit, porta dell’Altopiano della Gardetta a oltre 2000 metri di quota. La famiglia Colombero porta avanti con cura questo fantastico posto tappa (agriturismo La Meja), gestisce centinaia di mucche e produce un formaggio che sa di fiori. Usciamo, dopo la cena, per ammirare la prua aguzza della Rocca la Meja che sovrasta l’altopiano. Ubriachi di stelle, ci concediamo una breve passeggiata nella notte. Dicendoci sottovoce che domani la nostra traversata finirà.