Da Ravascletto a Selva di Val Gardena

Dolomiti Orientali

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Nel cuore delle Alpi rocciose della Carnia, dove il vento Vaia dello scorso ottobre ha lasciato le sue spaventose tracce. Poi la Gailtal, quasi l’Austria Felix come lo era ai tempi dell’Impero e il suo paesaggio modellato nei secoli dalla mano degli alpigiani, nel grande fiume della vita che tira avanti silenzioso. Infine le Dolomiti, un assaggio alle porte delle montagne più famose del mondo, con i masi, le grandi pareti gialle e arancioni, i segni del turismo di massa. E sul Passo Gardena una nevicata improvvisa di tarda primavera.

Le tracce di Vaia

Una notte a Ravascletto, cuore di Carnia sotto il Monte Zoncolan. Carso, Carniola, Carinzia, e infine Carnia, ovvero le quattro regioni che abbiamo attraversato fin qui hanno tutte e quattro lo stesso prefisso “ca” di matrice celtica “kar”, ovvero pietra, sasso, roccia. Dunque, siamo in un mondo caratterizzato prima di tutto dalle rocce, che imprimono un segno inconfondibile in questo spicchio di Alpi. Rocce e anche boschi. Infiniti boschi: la Foresta di Tarvisio, che unisce in un mare verde le Giulie alle Carniche, è la più vasta e antica distesa di alberi d’Italia. Oggi, però, risalendo la strada che porta al Passo di Monte Croce Comelico, la vediamo devastata dall’uragano chiamato Vaia, abbattutosi alla fine di ottobre dell’anno scorso su questa parte di catena, con venti a oltre 200 chilometri all’ora, e provocando un numero incalcolabile di schianti. In certi punti della valle, per il micidiale effetto venturi che comporta accelerazioni dei fluidi e dei gas nelle strettoie, il vento ha portato una distruzione immane. In più, l’effetto devastante è stato aggravato dalla presenza di boschi coetanei, quindi frutto di rimboschimenti uniformi avvenuti nel passato, il che ha indebolito l’intero ecosistema. I larici hanno resistito di più alla furia del vento, perché sono provvisti di un apparato radicale profondo e una maggiore flessibilità del fusto. Il larice, albero meraviglioso, è una pianta pioniera, e come tutte le piante pioniere ha un livello di resistenza maggiore rispetto, per esempio, all’abete rosso che è il più fragile di tutti. Un disastro che vediamo intorno a noi e non ha precedenti a memoria d’uomo.

Terre semidisabitate

Ma la Carnia non è solo roccia e boschi. La Carnia è una subregione molto definita dal punto di vista geografico, etnografico ed etnolinguistico: rappresenta l’area montana più caratterizzata del Friuli, e una delle più caratterizzanti delle Alpi. Qui si sente un forte senso di appartenenza da parte degli abitanti locali, ormai però ridotti al lumicino dopo il lungo fenomeno degli abbandoni e dello spopolamento. Nelle terre di emigrazione, i carnici hanno spesso mantenuto un legame saldo, sentimentale, con il territorio d’origine, mettendo in atto quel fenomeno chiamato dagli antropologi la “nostalgia della lontananza”, che alimenta il mito e contribuisce a definire i luoghi. I carnici sono emigrati in Sudamerica, in Austria, in Baviera. E la loro lingua carnica rientra nella koinè della comunità linguistica retroromancia che si estende dal territorio della Rezia Grigionese (Svizzera) e arriva come estremo limite orientale proprio da queste parti.
Mentre saliamo verso il passo che ci porta in Austria, vediamo sopra di noi le grandi montagne di calcare grigio: il Monte Coglians, la Creta Verde, l’Antola. Solo pochi chilometri in linea d’aria e caliamo dall’altra parte della catena alpina, nelle atmosfere ridenti tra Carinzia e Sud Tirolo. Anche nell’austriaca Gailtal, dove stiamo scendendo, la densità demografica è piuttosto bassa, anche qui si è in pochi, ma a differenza della Carnia, nella Valle del Gail lo si è sempre stati. Nessun abbandono ha deformato l’aspetto della valle. Tutto è come ieri. Il grande fiume della vita, come sempre, tira avanti silenzioso.
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Intere porzioni di bosco rase al suolo dalla furia del vento a fine ottobre 2018.
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I tronchi abbattuti vengono recuperati e avviati alla filiera del legno.
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La vecchia caserma di frontiera sul Passo di Monte Croce Carnico.
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La vecchia frontiera sul Passo di Monte Croce Carnico.

Nella terra dei masi e dei souvenir

Ed eccoci arrivare a San Candido, la porta delle Dolomiti, quando è ormai pomeriggio inoltrato. Passiamo da una strada secondaria, perché vogliamo vedere una delle centrali di teleriscaldamento più avveniristiche delle Alpi, altro segno di grande rispetto dell’ambiente e di civiltà che si respira da queste parti. Dai trucioli di legno inghiottiti nella centrale si riscaldano le case di un’intera fetta di valle. Non male! Mentre lassù, a sinistra, si spalancano le Dolomiti di Sesto, con le più celebri montagne dell’arco alpino, le Tre Cime di Lavaredo, la Croda dei Toni, la Cima Undici. Noi ci infiliamo in Val Badia e nell’antico mondo ladino. Intorno alla strada che percorriamo senza traffico sono presenti i più antichi masi dell’area germanico-ladina dell’odierno Alto Adige. Alcuni hanno addirittura ottocento anni! Il popolamento pionieristico legato ai grandi dissodamenti è cominciato in queste valli a partire dal XII secolo e nei duecento anni successivi ha raggiunto i massimi livelli di diffusione capillare. In latino mansus significa abitazione agricola, mentre il termine “chiuso” indica l’antica consuetudine secondo cui la proprietà deve rimanere indivisibile e spetta tutta al primogenito maschio, unico erede, mentre i fratelli possono restare a servizio o lasciar casa. Il maso chiuso, o maggiorasco, è l’istituzione ancora oggi vigente che più ha contribuito a modellare nei secoli l’ambiente alpino orientale, e tiene in vita l’equilibrio uomo-natura. Divenne legge nel 1770 sotto Maria Teresa d’Austria. E nel tempo ha subito modifiche: dal ’46 i fratelli “diseredati” vengono risarciti in varie forme, e dal 2002 anche le femmine primogenite possono ereditare.
Ci lasciamo alle spalle La Villa, poi Corvara, Colfosco e arriviamo al Passo Gardena, dove ci accoglie una nevicata di tarda primavera, e uno dei negozi di souvenir che qui lavorano alla grande, vendendo paccottiglia soprattutto ai turisti affamati di ricordini. Ninnoli, chincaglierie e souvenir sono diffusissimi in Dolomiti e in Svizzera, e rappresentano un’usanza dovuta al turismo di passaggio e anche a una certa rappresentazione stereotipata delle Alpi. Uno sguardo veloce, e scendiamo a Selva, dove ci attendono un pasto caldo e una notte di riposo.
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Il santuario di Maria Luggau nell’austriaca Valle del Gail (Gailtal).
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A Dobbiaco si usano cippato, corteccia e segatura per alimentare la centrale termica.
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La centrale termica di Dobbiaco, che fornisce energia ai comuni di Dobbiaco e San Candido.
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Un negozio di souvenir al Passo Gardena.
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La BMW X3 con Annibale Salsa e Marco Albino Ferrari sulla strada del Passo Gardena.
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L’inverno sembra non non volersene andare dal Passo Gardena, tra i gruppi dolomitici del Puez e del Sella.
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Ancora souvenir sul Passo Gardena.
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La neve abbonda scendendo verso la Val Gardena.
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Gli ultimi chilometri prima dell’arrivo.