Da La Thuile a Bardonecchia

Vanoise e Alpi francesi settentrionali

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Il Catasto generale dei sentieri

La Thuile, d’estate, è un vero gioiello alpino, piccolo atollo disperso in un oceano di prati, paradiso degli alpeggi. Tutt’intorno al gruppo di case innumerevoli vacche prendono il sole ruminando, campanacci riecheggiano tra i fiori, vento, cielo, aria secca, fontina mangiata seduti su un sasso tagliando il pane a fette con l’Opinel. Tutto questo lo sa bene chi percorre l’Alta Via della Valle d’Aosta n° 2, che fa sosta proprio a La Thuile. Si giunge qui in quattro, cinque ore di cammino dal rifugio Elisabetta, ai piedi del versante meridionale del Monte Bianco, penetrando il Vallone di Chavannes. Il giorno dopo l’obiettivo è il bivacco Promoud, passando dalle tre impetuose cascate formate dal torrente Rutor, sotto le quali si accalca la folla di turisti. Ma, come si diceva nella puntata precedente, spesso vale la pena costruirsi un proprio itinerario alternativo, magari meno conosciuto, lungo il quale trovare le solitudini che il viaggiatore alpino in genere cerca. Su queste montagne esistono infiniti sentieri, molti dei quali abbandonati e poi recuperati dal Servizio sentieristica della Valle d’Aosta. Proprio per evitare l’oblio di molti sentieri valdostani, ormai poco o per niente percorsi, nel 2007 è stato realizzato il Catasto generale dell’intera regione, arrivando a censire quasi 1580 sentieri, per un totale di 4105 chilometri. In Valle d’Aosta i sentieri sono marcati con il colore giallo e con un numero all’interno di un cerchio, di un rombo, di un quadrato o di un triangolo, a seconda che si segnali un sentiero comune, un grande tour, un sentiero intervallivo o un’alta via (come la n° 2).

L’antica strada delle Gallie

Il nostro giro, però, non prevede sentieri, ma lunghi spostamenti in macchina. Sarà per la prossima volta. Dove sarà passata l’antica strada romana chiamata delle Gallie? Ce lo chiediamo mentre la nostra auto risale gli ampi tornanti che portano al Colle del Piccolo San Bernardo, sul confine con la Francia. Ancora la presenza dell’antica Roma, nei primi chilometri della tappa odierna verso il passo, l’antico Columna Jovis. Non di certo dove passa la nostra, almeno non in ogni suo tratto. Le consolari tracciate sulle Alpi nell’antichità rispondevano a criteri costruttivi che non si basavano – come si fa ormai da tempo – sull’adattare l’andamento del percorso alla morfologia della montagna: si tentava il più possibile, anche dove il pendio avrebbe suggerito soluzioni diverse, di disegnare lunghi rettilinei (come i cardi e i decumani delle città), ai termini dei quali i tornanti dovevano essere sufficientemente larghi affinché la legione di cinquemila soldati non fosse costretta a rallentare la marcia. Si può dire che i tecnici romani seguissero logiche ideologiche opposte a quelle moderne adottate dell’ingegner Donegani (il padre delle strade tutte a curve dello Stelvio e dello Spluga), che abbiamo incontrato alla sesta tappa. Il selciato delle consolari era largo circa tre metri e mezzo, e vi erano stazioni di posta erette a intervalli regolari, le famose mansio. Come duemila anni fa, anche ora un lungo rettilineo solca il vastissimo pianoro su al colle. Ed è solo lungo questo rettilineo che si può affermare con certezza la sovrapposizione della strada delle Gallie con quella moderna: su ogni valico le diverse strade convergono, come in un imbuto.
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Mucche al pascolo sopra La Thuile.
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Si macinano chilometri sulle strade delle Alpi.
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Annibale Salsa e Marco Albino Ferrari intenti a discorrere in un bar del Colle del Piccolo San Bernardo.
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Panorami in Val d’Isère.

Le “cages aux poules”

Al “Piccolo”, come i valdostani chiamano il Colle del Piccolo San Bernardo, nel 1940 si combatté la guerra contro la Francia voluta dal mascellone per «sedersi al tavolo della pace con un migliaio di morti» (e siamo stati persino capaci di buscarle!, perciò il confine è stato arretrato verso l’Italia). Scendiamo nella Val d’Isère che ci condurrà al Col de l’Iseran. Lungo questa valle, toglie sempre il respiro passare per il suo capoluogo, il centro sciistico di Val d’Isère, con quei grattacieli che sono stati definiti “cages aux poules” (gabbie per polli). Siamo in una stazione di tipo “ski total”, che prevede palazzoni a ridosso degli impianti di risalita e delle piste, con dentro tutto il desiderabile per il doposci: discoteche, parrucchieri, cinema, boutique. Un orrore da cui scappare a gambe levate verso l’Iseran, alla bellezza di 2770 metri, il valico stradale più alto delle Alpi. Dal lassù scendiamo verso Bessans, Lanslevillard e, con una virata a sinistra, risaliamo la strada che porta al Colle del Moncenisio, dove brillano le acque del lago. Quando passiamo, in cielo le nuvole corrono da ovest a est spinte dai venti dominanti. E sullo specchio del lago, episodio parallelo, le stesse nuvole si ritrovano riflesse in negativo. Il loro biancore diventa ombra mobile in corsa, aprendo e richiudendo nuovi riverberi. Ora di nuovo l’Italia, in Valle di Susa, con una sosta alle rovine romane dell’antica città e poi di nuovo in salita, fino a Bardonecchia, meta di questa nona tappa del viaggio. Siamo stanchissimi, dopo tanto viaggiare, esausti dopo tante ore di curve su e giù per le montagne. Consumiamo la cena guardando nel piatto, in silenzio, cercando di non ascoltare le moleste canzoni sparate dalla radio della pizzeria. E, infine, il letto agognato di un albergo a due stelle.
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Da La Thuile a Bardonecchia
Souvenir al Colle del Piccolo San Bernardo.
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La Grande Casse (3855 m).
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La massicciata che chiude il Lago del Moncenisio.
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Annibale Salsa e Marco Albino Ferrari visitano l’abbazia di Novalesa.
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All’abbazia di Novalesa.
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L’abbazia di Novalesa, scendendo dal Moncenisio.
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Nella zona archeologica di Susa.
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Presso l’Arco di Augusto di Susa.
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Antiche architetture a Susa.