Da Carezza al Passo Resia

Ortles-Cevedale

Invece degli abeti potrebbero crescere i cactus

Da Bolzano proseguiamo verso est e imbocchiamo la Val Venosta. Valle ampia, circondata da ghiacciai e allineata longitudinalmente alla catena alpina. Valle che ha una caratteristica peculiare: è disposta su una linea est-ovest, il che la porta ad avere una parte al sole dall’alba al tramonto e l’altra, esposta a nord, più ombrosa e umida. Non sono molte nelle Alpi le grandi valli esposte come la Venosta. Le fanno compagnia il Vallese (in Svizzera), la Valle d’Aosta, la Valtellina, la Valle di Susa (da Chiomonte in giù), la Vallée de la Durance (in Francia). Tutti questi solchi vallivi hanno una forte asimmetria di versante, e così, in particolare sui pendii al sole (chiamati in Venosta “Monte Sole” o “Sonnenberg”), si trova un microclima estremamente arido, addirittura steppico, dove le formazioni boschive fanno fatica a insediarsi. Questi ambienti naturali potrebbero trovarsi tranquillamente sull’Atlante marocchino. Vengono definiti “gariga”, e sono associazioni vegetali di carattere cespugliato, arbustivo, spinoso. Mentre sul fondovalle si estendono meleti a perdita d’occhio costantemente innaffiati, proprio sopra Lasa vediamo una delle più grandi garighe alpine. Qui piove pochissimo, e al posto degli abeti potrebbero crescere i cactus. Per questo l’uomo ha studiato ingegnosi sistemi di irrigazione artificiale. E oggi i sentieri che seguono queste “grondaie” – qui e nelle altre valli con andamento est-ovest – vengono usati anche come percorsi escursionistici, particolarmente interessanti perché portano a conoscere la fatica dell’uomo nel costruire questo antico paesaggio culturale. Percorsi, naturalmente, da fare nelle mezze stagioni, perché in estate fa troppo caldo.

Una triste cartolina

Dopo Malles, dove termina la recente ferrovia della Val Venosta (che ha avuto un successo insperato e milioni di viaggiatori, spesso con biciclette al seguito), saliamo sul cono detritico dell’alta valle, verso le sorgenti dell’Adige. Ed è qui che si apre un’altra cartolina delle Alpi, arcinota e altrettanto sfruttata. È quella del campanile che spunta dalle acque del lago artificiale, nei pressi di Resia. Nel 1950 la costruzione della diga ha portato all’innalzamento del livello delle acque dei due laghi nella conca di Curon, fino a formare un unico e vasto bacino artificiale. Quest’opera di alta ingegneria ha portato alla sommersione di quasi un centinaio di masi e del paese di Curon Venosta. Lacerazioni famigliari, perdita di un patrimonio culturale di gran valore, a beneficio dell’interesse generale nel momento in cui l’Italia era affamata di energia elettrica. Oggi, lo svettante campanile è diventato un’attrattiva, un simbolo, un’icona del territorio.
È sera, quando passeggiamo sul lungo lago. I pullman di turisti e i rumorosi centauri sulle Harley cromate sono partiti lasciando dietro di loro il silenzio da noi atteso. In lontananza si vedono le gelide calotte dell’Ortles (3905 m), il grande blocco glaciale che delimita le alte quote bianche delle Alpi Centrali. Accanto all’Ortles sorge il Gran Zebrù (3851 m), altra magnifica montagna che ha segnato una svolta nella storia dell’alpinismo, soprattutto nell’alpinismo su ghiaccio, e che vale la pena ricordare.
Da Carezza al Passo Resia
La stazione ferroviaria di Malles, in Val Venosta.
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Il viaggio continua in direzione del Lago di Resia.
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L’inverno tarda ad abbandonare le cime più alte della Val Venosta.
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Il Lago di Resia con il suo campanile.

L’immensa Meringa di ghiaccio

È necessario chiarire – per chi non frequenta le alte cime glaciali – che sulle creste sommitali delle montagne innevate i venti creano spesso delle particolari “cornici”, ovvero formazioni di ghiaccio e neve che sbordano su uno dei versanti. A volte, queste cornici possono raggiungere dimensioni ciclopiche. La massa glaciale può aumentare nel tempo formando un particolare ricciolo sospeso, come – caso estremo – l’enorme blocco di ghiaccio chiamato Meringa che si attesta sulla cima del Gran Zebrù. La Meringa rimane sospesa nel vuoto per qualche decina d’anni, fin quando crolla con fragore, per poi ricrearsi lentamente. La sua salita nel 1956 da parte dell’austriaco Kurt Diemberger fu considerata la più difficile realizzata su ghiaccio strapiombante fino a quel momento. Il che gli valse l’invito 
alla spedizione 
al Broad Peak (8047 m) dell’anno successivo
 (che salì insieme anche al grande Hermann Buhl). Ogni tanto, vuoi per l’innalzamento della temperatura vuoi per il suo peso, la Meringa di colpo crolla, provocando un boato che riecheggia per lunghi secondi in tutta la Valle di Solda. L’ultimo volta, la grande Meringa è crollata in una notte da incubo del giugno 2001, spaventando nel sonno i suoi abitanti. Ora, inverno dopo inverno, se ne sta formando un’altra.
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Orari e informazioni alla stazione ferroviaria di Malles.
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Un souvenir del Lago di Resia formato boule de neige.
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Ultimi chilometri a fine giornata.