Montagna.TV https://www.montagna.tv/cms Le notizie della montagna in tempo reale Sun, 18 Nov 2018 13:00:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 In bici dal Punjab al campo base del K2. L’impresa eccezionale di un giovane pakistano https://www.montagna.tv/cms/133118/in-bici-dal-punjab-al-campo-base-del-k2-limpresa-eccezionale-di-un-giovane-pakistano/ https://www.montagna.tv/cms/133118/in-bici-dal-punjab-al-campo-base-del-k2-limpresa-eccezionale-di-un-giovane-pakistano/#respond Sun, 18 Nov 2018 13:00:02 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133118 Un ciclista pakistano di 24 anni ha compiuto un’impresa eccezionale pedalando da Multan, una città del Pakistan centrale nella regione del Punjab fino al campo base del K2, passando per Skardu.

Il campo base ricordiamo che sia situato a 5000 m nella regione del Gilgit-Baltistan. Non ci troviamo certamente di fronte ad un rilassante giro turistico in bicicletta.

Il giovane Saqibur Rehman ha impiegato 43 giorni per raggiungere la sua destinazione. Secondo le sue dichiarazioni sarebbe il primo pakistano nella storia a raggiungere il campo base del K2 in bici. Una volta arrivato al termine del suo viaggio, Rehman ha piantato nella neve la sua bandiera nazionale.

Ritornato a Multan è stato accolto come un eroe da familiari e amici, entusiasti della grande impresa e al pari di un alpinista di rientro da una spedizione è stato adornato di ghirlande fiorite e intercettato dai presenti per scattare qualche selfie insieme a lui.

Una bella avventura dedicata da Saqibur ai martiri dell’esercito pakistano e per diffondere un messaggio di pace. 

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Matrimonio all’Ama Dablam per l’alpinista Davide Chiesa https://www.montagna.tv/cms/133128/matrimonio-allama-dablam-per-lalpinista-davide-chiesa/ https://www.montagna.tv/cms/133128/matrimonio-allama-dablam-per-lalpinista-davide-chiesa/#respond Sun, 18 Nov 2018 11:00:15 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133128
Foto @ Davide Chiesa

Fiori d’arancio per l’alpinista Davide Chiesa che ha sposato la sua Renata ai piedi dell’Ama Dablam. Prima della cerimonia i due futuri sposi hanno scalato la montagna; la prima volta ad una quota così alta per lei, che si è approcciata alle terre alte solo qualche anno fa. Una passione che è stata galeotta, infatti è così che si sono conosciuti.

Purtroppo la prima vetta himalayana non se l’è troppo goduta a causa del freddo. Tanta però la soddisfazione e la felicità, ma che non era nulla in confronto al dopo: nel villaggio di Pamboche Davide e Renata si sono sposati con rito buddista. “Del resto cosa c’è di più bello di sposarsi sotto una montagna sacra dopo averla scalata?”.

Tanti auguri di felicità!

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Guido Rey e Barbellino, due rifugi in cerca di gestore https://www.montagna.tv/cms/133117/guido-rey-e-barbellino-due-rifugi-in-cerca-di-gestore/ https://www.montagna.tv/cms/133117/guido-rey-e-barbellino-due-rifugi-in-cerca-di-gestore/#respond Sun, 18 Nov 2018 09:00:57 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133117 Il rifugio Guido Rey ed il Rifugio Barbellino cercano due nuovi gestori. Il primo in località Pré Meunier di Chateau Beaulard (1761 m) nel comune di Oulx (TO), il secondo nelle orobie bergamasche, a 2.131 metri di quota, nel comune di Valbondione (BG).

Il rifugio Guido del Rey, la sua costruzione risale al 1938 quando ancora si trattava di una struttura militare, è accessibile da Beaulard con 1 ora e mezza di cammino o da Chateau Beaulard con 40 minuti di cammino ed è punto di partenza di numerose gite escursionistiche. Si può partecipare al bando, indetto dalla sezione CAI UGET Torino, fino al19 gennaio 2019. Documentazione e dettagli sono consultabili sul sito: www.caiuget.it

Il rifugio Barbellino, situato alla sorgente del fiume Serio nel cuore del parco delle Orobie, è raggiungibile a piedi da Valbondione e da Lizzola.È la base per belle escursioni che sfiorano anche i 3000 metri (Torena, al Diavolo di Malgina, a Caronella, a Strinato, a Gleno, a Recastello, a Pila e a Tagliaferri). È possibile partecipare al bando, indetto dal Comune di Valbonidio, fino alle 12 del 13 dicembre. Documentazione e dettagli sono consultabili qui

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#SetteGiorniNews: una settimana di news sulla montagna in formato smart https://www.montagna.tv/cms/133133/settegiorninews-una-settimana-di-news-sulla-montagna-in-formato-smart-8/ https://www.montagna.tv/cms/133133/settegiorninews-una-settimana-di-news-sulla-montagna-in-formato-smart-8/#respond Sun, 18 Nov 2018 07:00:06 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133133 Questa settimana:

 

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Trentino, una nuova economia dopo il disastro. Dellapiccola: non rimboschiamo tutto https://www.montagna.tv/cms/133102/trentino-una-nuova-economia-dopo-il-disastro-dellapiccola-non-rimboschiamo-tutto/ https://www.montagna.tv/cms/133102/trentino-una-nuova-economia-dopo-il-disastro-dellapiccola-non-rimboschiamo-tutto/#respond Sun, 18 Nov 2018 05:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133102 7mila ettari di boschi spazzati via da una vento a oltre 200 chilometri orari. Per fare un paragone 10mila campi da calcio ricoperti di foresta cancellati in una manciata di ore. Un numero che fa paura e impressiona. Un numero che ha cambiato completamente l’aspetto di molte valli trentine e un numero che oggi, a dieci giorni dalla catastrofe, lascia i governatori regionali con tante domande.

Prima di tutto bisogna capire come rimuovere tutta questa legna, un lavoro che certamente richiederà tempo e risorse. Bisogna poi capire cosa fare di tutto questo materiale, ma questo sarà certamente il minore dei problemi. La domanda più importante, e più preoccupante, sta nel capire come agire sui territori devastati. Cosa fare delle aree di bosco cancellate? Tra le tante idee proposte, molte delle quali volte a rimboschire le valli, ce n’è una decisamente fuori dal coro. Michele Dellapiccola, ex assessore all’agricoltura e al turismo Trentino, ha infatti dichiarato a Il Dolomiti, che si potrebbe pensare di non rimboschire tutto il territorio devastato dal forte vento con l’obiettivo di tornare a un modello di allevamento di stampo alpino. “La superficie boschiva del Trentino sessant’anni fa era molto meno estesa di oggi e negli anni il bosco ha mangiato prati su prati che un tempo erano utilizzati per l’allevamento” ha spiegato Dellapiccola. “La nostra politica, soprattutto negli anni ’80 ha deciso di puntare su un modello di allevamento di tipo industriale simile a quello veneto, con stalle medio grandi e finendo per importare il foraggio”. Un condizione che, spiega l’ex assessore, ha portato all’abbandono degli alpeggi e che, a differenza di quanto accaduto in Alto Adige, ha ridotto drasticamente il numero degli allevatori. 50mila mucche per 1200 proprietari in Trentino; 100mila mucche per 12mila proprietari in Alto Adige dove si è favorito l’allevamento diffuso con piccoli proprietari e utilizzo dei pascoli.

Secondo Dellapiccola quindi, escluse le aree a rischio idrogeologico e quelle dove il legnare rappresenta “un’eccellenza”, bisognerebbe lasciare a prato nuove porzioni di territorio. Cosa che permetterebbe inoltre di accedere ai finanziamenti europei per le attività in montagna.

Lo sviluppo di questo settore, oltre a riportare giovani in montagna, potrebbe portare alla nascita di attività collaterali come gli agriturismi. “Turismo, agricoltura e allevamento in Trentino devono andare a braccetto” solo così, afferma ancora il politico, si potrà puntare a una nuova rinascita della zona duramente colpita dagli ultimi eventi atmosferici.

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Paolo Cognetti: nel Dolpo ho ritrovato l’intimità dell’amicizia https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/ https://www.montagna.tv/cms/132957/paolo-cognetti-nel-dolpo-ho-ritrovato-lintimita-dellamicizia/#respond Sun, 18 Nov 2018 05:00:17 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132957 Paolo Cognetti, premio Strega 2017 con il romanzo “Le otto montagne” è da poco tornato in libreria. Questa volta non è un romanzo, ma un racconto vero, vissuto, a tratti intimo in cui l’uomo si mette a nudo mostrando le sue debolezze e le sue fragilità al cospetto di una natura estrema, sorprendente, imponente. 20 giorni e 300 chilometri nell’Himalaya del Dolpo, un territorio nepalese ancora lontano dalle carovane turistiche che lo scrittore ha avuto occasione di visitare nel corso del 2017 per conto di Meridiani Montagne su cui, nel gennaio 2018, è apparso il reportage dell’esperienza.

 

Paolo, nel descrivere “Senza mai arrivare in cima” affermi che “parla di quel che cerchiamo quando andiamo in montagna”… cosa cerchiamo quando andiamo in montagna?

Ci ho messo un po’ per rispondere a questa domanda anzi, più che a rispondere ho impiegato molto tempo nella ricerca di risposte. Nel senso che anche chi frequenta la montagna da tutta la vita fa fatica a dirti cosa cerca. Cercare di capire cosa ci stiamo a fare lassù è uno dei misteri del frequentare le terre alte.

Per me c’è stato un momento mentre ci trovavamo al monastero di Shey Gompa, nel cuore di questo viaggio, in cui mi è sembrato di vedere una risposta alla domanda. È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro. Una purezza che ho percepito molto forte durante questa esperienza, soprattutto con la quota. È come se salendo in alto tutto si purificasse intorno a te e dentro di te.

Dici anche che si tratta di un racconto d’amicizia…

Si, forse perché, in età adulta, mi sembra così raro sperimentare questo tipo di amicizia maschile che ho provato durante il trek. Una forte intimità che ci lasciamo alle spalle con l’adolescenza, quella cui eravamo abituati da ragazzini e che non proviamo più con la crescita. Quel tipo di rapporto che viene sostituito dalla solitudine della vita adulta. Era qualcosa di cui avevo già parlato ne “Le otto montagne”, ma quello era un romanzo mentre questa è un’esperienza di vita. Nel racconto la condivisione del viaggio con un paio di amici importanti è un aspetto cruciale.

Ci sono però stati di momenti in cui, nonostante fossi in gruppo, ti sei sentito solo?

Senz’altro. Tra l’altro credo sia una delle strane sensazioni che ti da la montagna: anche se cammini con gli altri, in un certo senso ti senti sempre come se camminassi da solo perché la fatica la provi tu, il mal di montagna lo provi tu, come anche l’esaltazione e l’euforia. Quella dell’andare in montagna è tutta una dimensione interiore che si può condividere, ma fino a un certo punto. Si può condividere attraverso uno sguardo e lo stare insieme, ma si tratta pur sempre di una condivisione parziale. Per questo, sorpattutto nei momenti di sofferenza ho anche sentito un grande senso di solitudine. Nonostante questo però mi sono accorto gli amici mi stavano vicini in una maniera discreta, erano attenti a me e c’era qualcuno che, senza che io me ne accorgessi, si prendeva cura di me.

Ci sono stati dei momenti di grande sofferenza in questo percorso…

Si. Io pur essendo un buon camminatore, nel senso che cammino molto abitando in montagna, ho avuto dei momenti in cui mi sono sentito veramente provato. Forse soffro più di altri l’alta quota o, forse, c’è quest’idea che appartiene al buddismo tibetano dove la montagna è ricca di spiriti. Guardiani che non sono né buoni, né cattivi ma fanno la guardia e spesso mettono alla prova chi passa. Lo fanno per vedere se ha al giusta convinzione, la giusta sincerità di cuore per attraversare le montagne. Così il mal di montagna mi sembrava una prova, un’occasione per dimostrare non tanto la forza ma la convinzione nel fare un viaggio del genere.

Come mai la decisione di donare una parte dei ricavati in beneficienza?

Tutto nasce dal fatto che quando si va in Nepal e magari si passa qualche giorno a Katmandu si incontrano altri italiani che vivono là. Un giorno, uno di questi, mi ha chiesto se volevo andare a vedere il lavoro che stanno portando avanti. Così mi sono ritrovato a parlare con ragazze che ti raccontano le loro esperienza drammatiche e che stanno provando a ricominciare, a rifarsi una vita.

Quando ascolti queste storie dopo aver provato l’esperienza del trek, un’esperienza così intensa d’amore per quei posti e poi ti confronti con il lato più drammatico della società non puoi fare altro che provare un forte sentimento di restituzione, se poi hai l’opportunità di farlo lo fai.

Con parte dei proventi del libro sostengo due associazioni. Una di valdostani, fondata dalle persone con cui vado in Nepal, che si chiama Sanonani House ed è un orfanotrofio per orfani e bambini vittima di violenza. L’altra è invece una strutta per donne vittima di violenza e si chiama CASANepal. Sono solo alcuni degli esempi di quel che fanno le persone per il Nepal. Nel senso che ci sono tante realtà come queste che vogliono fare qualcosa per un Paese bellissimo ma poverissimo e con molti problemi sociali legati alla povertà dilagante.

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Parco del Vesuvio, i pipistrelli come bioindicatori in caso di incendio https://www.montagna.tv/cms/133007/parco-del-vesuvio-i-pipistrelli-come-bioindicatori-in-caso-di-incendio/ https://www.montagna.tv/cms/133007/parco-del-vesuvio-i-pipistrelli-come-bioindicatori-in-caso-di-incendio/#respond Sat, 17 Nov 2018 11:00:12 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133007 Uno studio dell’Università degli Studi di Napoli Federico II recentemente pubblicato sulla rivista “International Journal of Wildland Fire”, ha stimato attraverso lo sviluppo di una serie di modelli di distribuzione potenziale, una perdita fino all’80% dell’habitat dei pipistrelli all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, colpito nel luglio 2017 da un grave incendio di origine dolosa che distrusse 500 ettari di pinete mature di pino domestico e marittimo

Una scelta ponderata quella di puntare sui pipistrelli, come ci ha spiegato il dott. Luciano Bosso, post doc in ecologia e componente del team che ha condotto le ricerche sotto la supervisione di Danilo Russo, Professore associato di ecologia presso il Dipartimento di Agraria della Federico II: “Abbiamo scelto i chirotteri perché sono specie molto suscettibili alle variazioni ambientali dovute a qualunque tipologia di disturbo, in questo caso un incendio. Sono ottimi bioindicatori di una variazione dello stato ambientale di un luogo.”

Essendo degli insettivori si collocano infatti in alto nella catena alimentare tanto che “studiarne le popolazioni è come tastare il polso all’ambiente, ottenendo risposte sullo stato di salute della biodiversità”, come affermato dal Prof. Russo, che da 25 anni studia il mondo di questi piccoli mammiferi notturni. All’interno del Parco del Vesuvio, caratterizzato da una forte antropizzazione e ampie zone di coltivo, i pipistrelli svolgono inoltre una rilevante funzione ecosistemica in quanto predatori delle zanzare e degli insetti nocivi agli allevamenti e alle colture DOP.

Il lavoro svolto insieme all’Ente Parco Nazionale del Vesuvio si inserisce in un più vasto progetto di monitoraggio dei chirotteri a livello nazionale basato sull’applicazione di tecniche GIS e modellistiche all’avanguardia.

Questo studio rappresenta il primo al mondo in cui viene fatta un’analisi modellistica pre e post incendio. In sostanza abbiamo ricostruito la distribuzione potenziale delle specie di chirotteri all’interno del Parco prima dell’evento, poi siamo andati a proiettarvi al di sopra il layer GIS dell’incendio così da valutare l’ampiezza dell’habitat potenziale che è stato perso a causa delle fiamme“.

Il termine “potenziale”, sottolinea il dott. Bosso, non è una mera ripetizione ma una scelta voluta, in quanto si tratta della “parola più importante quando si lavora con i modelli. Nella modellistica non esiste nulla di sicuro. Si prendono in considerazione solo un certo di numero di variabili che per quanto possano essere complesse non saranno mai complesse quanto la realtà”. Tutti i risultati ottenuti al computer vanno accuratamente verificati. Fase che è stata affrontata negli scorsi mesi attraverso la raccolta di dati empirici nel territorio del Parco, che al momento confermano l’attendibilità dei modelli elaborati.

Ai non addetti al settore i chirotteri sembreranno probabilmente “tutti uguali”. Un pensiero blasfemo per gli esperti. Lo studio ha dimostrato che nel solo Parco vi siano almeno 12 specie regolari: il pipistrello di Savi (Hypsugo savii), il miniottero comune (Miniopterus schreibersii), il vespertilio smarginato (Myotis emarginatus), il vespertilio di Natterer (Myotis nattereri), la nottola di Leisler (Nyctalus leisleri), il pipistrello albolimbato (Pipistrellus kuhlii), il pipistrello nano (Pipistrellus pipistrellus), il pipistrello pigmeo (Pipistrellus pygmaeus), l’orecchione grigio (Plecotus austriacus), il ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum), il ferro di cavallo minore (Rhinolophus hipposideros) e il molosso di Cestoni (Tadarida tenioti).

Secondo i modelli, le specie più flessibili avrebbero perso circa il 40% del proprio habitat a seguito dell’evento doloso. Quelle più suscettibili addirittura l’80%.

Ma qual è la forza di questi modelli e come possono risultare utili in termini pratici?

A partire da questi modelli che ci dicono dove normalmente potremmo trovare i chirotteri e dove l’incendio ha fatto  danno, è possibile intervenire a colpo sicuro.” – ci spiega ancora il dott. Bosso – “Il personale viene indirizzato in maniera mirata nelle aree che il modello ha predetto come maggiormente danneggiate, dove si sa che c’è una specie più suscettibile e si cerca conferma delle previsioni, insomma si va a vedere se e quali danni effettivamente ci siano stati, il tutto con un significativo risparmio di tempo e denaro.

I modelli diventano quindi la base per la definizione di Linee Guide per la protezione, la conservazione e soprattutto per il ripristino delle popolazioni dei pipistrelli, la cui tutela è sancita a livello europeo dalla Direttiva “Habitat”.

La collaborazione con l’Università ha portato il Parco a prendere già delle misure a salvaguardia della biodiversità del Vesuvio. Attraverso uno studio della vegetazione danneggiata dall’incendio sono stati ad esempio pianificati interventi di rinaturalizzazione delle aree percorse dal fuoco. E nel prossimo futuro verranno attivati progetti per la riqualificazione e implementazione della sentieristica e dell’accessibilità al Gran Cono.

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Giorgio Daidola: il nuovo impianto in Marmolada? Avrà un impatto mostruoso https://www.montagna.tv/cms/132838/giorgio-daidola-il-nuovo-impianto-in-marmolada-avra-un-impatto-mostruoso/ https://www.montagna.tv/cms/132838/giorgio-daidola-il-nuovo-impianto-in-marmolada-avra-un-impatto-mostruoso/#respond Sat, 17 Nov 2018 09:00:19 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=132838 Continua la diatriba in Marmolada, questa volta a creare perplessità sono state le dichiarazioni che ci ha rilasciato Guido Trevisan, gestore del rifugio Pian dei Fiacconi. Sotto l’intervista che gli abbiamo fatto circa una settimana fa è infatti comparso un commento dell’alpinista, sciatore e docente universitario Giorgio Daidola che così recitava: “Sono deluso nel leggere che secondo un gestore illuminato come Guido Trevisan il collegamento Pian dei Fiacconi-Punta di Rocca non cambierà nulla! Piste, barriere di sicurezza, innevamento artificiale, aumento stratosferico di pistaioli stile Sella Ronda, per non parlare dell’impatto sulla bellezza dell’ambiente dei nuovi impianti moderni nel bel mezzo del ghiacciaio: cambierà insomma tutto. L’impianto che sale da Malga Ciapela, schiacciato contro il Serauta, disturba relativamente poco. Finché mancherà il collegamento i pistaioli non invaderanno il ghiacciaio perché non verranno tracciate piste. La verità è che Guido non se la sente di andare contro i legittimi obiettivi economici dei nuovi proprietari della cestovia e alla cecità della maggior parte dei pochi operatori turistici di Fedaia. Peccato”. Da questo commento l’idea di approfondire l’argomento contattando lo sciatore per capire anche il suo punto di vista.

 

Giorgio, quali sono state le dichiarazioni che ti hanno spinto a commentare l’articolo?

Principalmente la sua affermazione sul fatto che un eventuale impianto che colleghi Pian dei Fiacconi, dove arriva l’attuale cestovia, con Punta Rocca non comporti alcun cambiamento a quello che è il destino sciistico della Marmolada. Un impianto di questo genere, considerando che sarà un’infrastruttura moderna, una seggiovia a sei posti in grado di portare su un sacco di gente. Masse che richiedono delle piste e quindi una trasformazione della Marmolada che non sarà più un paradiso del freeride e del fuori pista com’è oggi.

L’attuale impianto che sale a Punta Rocca da Malga Ciapela non disturba, nel senso che si trova contro la parete del Serauta e la pista e la pista anche corre vicino alla parete. I pistaioli sono così arginati in quel settore e tutta la Marmolada, tutto il ghiacciaio, rimane un paradiso per gli amanti del freeride. Oltre a queste ci sono poi molte altre motivazioni paesaggistiche dovute a un impianto che solca il ghiacciaio attraversandolo. Una struttura moderna, di un impatto mostruoso ai miei occhi.

Io vorrei che rimanesse così e mi spiace che il gestore del rifugio, che tra l’altro è un appassionato scialpinista e freerider, non se ne renda conto.

Quante probabilità ha di essere realizzato il collegamento con Punta Rocca?

Più che probabilità sono certezze. Secondo me questo Guido lo sa e forse per questo ha rilasciato quelle dichiarazioni. Probabilmente non vuole mettere le mani avanti inimicandosi i nuovi proprietari della cestovia. Un tempo di proprietà della famiglia Graffer oggi è passata in mano famiglia Mahlknecht della Val Gardena. Quattro fratelli molto simpatici e appassionati di freeride. Passione che poteva far sperare si accontentassero dell’attuale impianto, ma è chiaro che da un punto di vista economico l’attuale struttura non rende a causa dei pochissimi passaggi e, comunque deve essere rifatta il prossimo anno.

Beh, in fondo tutti dobbiamo poter lavorare…

Si, anche se il rifugio non avrebbe bisogno di questo collegamento perché lavora benissimo ed è sempre pieno.

Il vero problema sta però nel fatto che questo impianto, tra l’altro inviso agli impianti di Malga Ciapela per gli ruberebbe dei clienti, è solo il preludio di un ulteriore collegamento con Porta Vescovo. Sono già addirittura pronti gli spazi per fare un funivia che scende giù verso Fedaia.

Così facendo la giostra diventerebbe completa perché, bypassando Malga Ciapela, si collegherebbe tutta la Marmolada con la giostra di Arabba. Tutto questo porta a una tipologia di sci e di sciatori completamente diversa da quella che porta il freeride. Ci saranno piste battute e innevamento artificiale reso facile dal lago sottostante, una condizione che sconquasserebbe tutto.

Credi che possa esistere il modo per sviluppare un altro tipo di turismo in Marmolada?

Certamente e credo che anche Guido fosse dello stesso parere. La Marmolada è unica e quindi può attirare, a patto che vanga ben promossa e ben comunicata, i freerider di tutto il mondo. Appassionati che hanno a disposizione una montagna dolomitica unica. Tutto il resto del territorio dolomitico è ormai una ragnatela di impianti. Gli spazi della Marmolada andrebbero pubblicizzati come alternativa allo sci luna-park che domina su tutte le Dolomiti. Lo dicono tutti, a parole, che il futuro dello sci sta nel fuoripista e nel freeride, ma nessuno poi ha il coraggio di fare qualcosa per rendere concrete queste affermazioni. Per farlo ci vorrebbe una visione molto lungimirante, anche da parte della politica.

La politica al momento è impegnate nelle dispute di confine…

Questo è un altro problema importante. Lo spostamento del confine sulla cresta che ha passato tutto il ghiacciaio al territorio Trentino è preludio per la realizzazione di un impianto che può andare fino a Punta Rocca senza interessare il Veneto.

Il confine vero però, quello storico, non è quello. Il confine, mi spiace dirlo, passa in mezzo al ghiacciaio e non sulla cresta. Il fatto che passi in mezzo al ghiacciaio è anche provato dai toponimi delle montagne. Prendiamo ad esempio Punta Rocca, vuol dire “Punta di Rocca Pietore” che è il comune veneto dove si trova Malga Ciapela. I veneti hanno quindi ragione a rivendicare un pezzo di ghiacciaio e se i veneti riescono a ottenerlo questo probabilmente salverà la Marmolada perché non si farà l’impianto. I veneti non lo vogliono. Loro vorrebbero realizzare un collegamento attraverso altri impianti che bypassano Fedaia e che sono già esistenti. Sono quelli dell’itinerario della Grande Guerra che però non toccano il territorio della Marmolada. Per i veneti va bene così, per i trentini no.

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In libreria “La montagna lucente”, l’omaggio del CAI a Maraini e al GIV https://www.montagna.tv/cms/133031/in-libreria-la-montagna-lucente-lomaggio-del-cai-a-maraini-e-al-giv/ https://www.montagna.tv/cms/133031/in-libreria-la-montagna-lucente-lomaggio-del-cai-a-maraini-e-al-giv/#respond Sat, 17 Nov 2018 07:00:11 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133031
La copertina del libro

Dopo “La montagna scintillante” (Solferino, 2018), il libro inedito di Walter Bonatti, l’editoria continua a omaggiare il sessantennale dalla prima ascensione del Gasherbrum IV con “La montagna lucente” il volume curato da Alessandro Giorgetta ed edito dal Club Alpino Italiano.

Si tratta di un volume fotografico basato sulle immagini di Fosco Maraini, che della spedizione fu lo storiografo e documentarista. Il libro quindi, tramite la suggestione delle foto, propone una visione degli eventi della spedizione che va oltre quella dell’illustrazione di luoghi, paesaggi e montagne in cui si svolse.

Il volume si sviluppa secondo la visione di Maraini per cui la fotografia è parte di un discorso narrativo, su un doppio registro di testo e immagini. Alessandro Giorgetta, nei tre capitoli introduttivi, definisce il contesto storico dell’alpinismo internazionale di quegli anni e la storia delle quattro spedizioni nazionali organizzate dal CAI dal 1954 al 1975. Rilievo particolare viene dato naturalmente a quella del GIV, che nel quadro della corsa agli 8000 della Terra costituì un elemento nuovo nel metodo di ricerca dell’attività alpinistica che è tuttora vitale.

Il volume, di 128 pagine, arriva nelle librerie come testo che porta alla luce tutte le valenze che hanno fatto di Fosco Maraini, a cui appartengono la maggior parte degli scatti pubblicati, un grande maestro della fotografia della seconda metà del Novecento. Stiamo parlando di un patrimonio fotografico, di proprietà della Presidenza generale del CAI, che è costituito da oltre 2000 scatti della spedizione tra i quali sono state selezionate le immagini che compongono il libro e che vengono qui pubblicate dopo che una parte di esso fu utilizzato nel 1960 nel libro “Gasherbrum 4” di Maraini. Un capolavoro della letteratura della montagna e dell’alpinismo.

“Quest’opera intende essere molto di più di una celebrazione: nel quadro delle quattro storiche spedizioni organizzate dal CAI, infatti, quella al Gasherbrum IV assume connotazioni del tutto particolari, che, come spesso accade per gli eventi umani, il tempo ha reso più evidenti”, scrive il Presidente generale Vincenzo Torti nella prefazione. “Tutti i protagonisti, alpinisti e portatori, sono colti nella quotidianità della spedizione, al pari che nei momenti esaltanti della paziente costruzione della salita, diventandoci familiari e riacquistando una vitalità fuori dal tempo. Così, la spedizione al GIV recupera, non solo presso gli alpinisti, quella visibilità che il suo elevatissimo contenuto tecnico e culturale avrebbe meritato da subito”.

 

Titolo: Gasherbrum IV. La montagna lucente

Pagine: 128

Prezzo: 28,50€ (al pubblico), 22,00€ (soci CAI)

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Sinflut, una nuova via di misto per Gietl e Messini sul Niederer Prijakt https://www.montagna.tv/cms/133012/sinflut-una-nuova-via-di-misto-per-gietl-e-messini-sul-niederer-prijakt/ https://www.montagna.tv/cms/133012/sinflut-una-nuova-via-di-misto-per-gietl-e-messini-sul-niederer-prijakt/#respond Sat, 17 Nov 2018 05:00:50 +0000 https://www.montagna.tv/cms/?p=133012 Pochi giorni fa Simon Gietl e Vittorio Messini hanno aperto Sintflut (Diluvio Universale), una nuova via di misto sulla parete nord del Niederer Prijakt (3056 m) sulle Alpi dei Tauri occidentali in Austria.

Il niederer o “basso” Prijakt rappresenta la più piccola tra due cime gemelle (la più alta è la Hohe Prijakt, 3064 m) situate nella parte occidentale del gruppo montuoso dello Schober, nel Tirolo orientale. Le due vette sono separate da un caratteristico canalone, il  Prijaktscharte. Nonostante siano geograficamente facili da raggiungere a partire dal rifugio Hochshober Hutte (2322 m) ad Ainet, nel distretto di Lienz, rappresentano una meta poco frequentata finora dagli alpinisti.

Gietl e Messini hanno sfruttato una finestra di bel tempo dopo le settimane di pioggia ininterrotta che ha caratterizzato tutto l’arco alpino, per tracciare un nuovo itinerario di ghiaccio e misto piuttosto complesso (M6, WI5, R). Prima di loro, la parete nord del niederer è stata salita in solitaria soltanto da Isidor Poppeller, quasi venti anni fa lungo una nuova via mai ripetuta finora.

Come racconta Vittorio Messini nel suo report, da almeno tre inverni osservava la parete nord dall’Hochshober Hutte, chiedendosi se al di là delle vie classiche vi fosse la possibilità di raggiungere la cima attraverso un tracciato più diretto. L’itinerario più seguito è infatti quello della Cresta Ovest, molto gradita ai climber per alcuni passaggi interessanti e adatta anche ai neofiti all’inizio dell’inverno per la mancanza di neve nel canalone settentrionale. In estate la presenza di muschio la rende decisamente scomoda. Ma per tre anni consecutivi la presenza di neve consolidata e poco ghiaccio ha portato Messini a escludere ogni possibilità di salita alternativa in condizioni invernali.

All’inizio di novembre 2018 arriva una svolta.

La scorsa settimana, del tutto spontaneamente parlando con Simon Gietl del più e del meno” – racconta – “ci siamo accordati per fare qualcosa insieme su una parete nord. Non importa dove. Forse lì in alto le condizioni erano buone, pensavo tra me e me, ma le probabilità erano 50-50, dato che nessuno di noi era stato in montagna dopo le piogge torrenziali.”

Sinflut, Simon Gietl, Vittorio Messini, Niederer Prijakt, Austria, Schober
Foto FB Official Page Simon Gietl

Nel corso dell’avvicinamento i due si sono resi conto che effettivamente le condizioni della neve lungo la parete non fossero affatto negative, anzi da lontano appariva perfettamente pressata. Una sensazione confermata una volta sul posto.

Abbiamo salito una decina di tiri esigenti di neve, ghiaccio, nevaii e sezioni di misto, poi l’angolo è diventato meno ripido e dopo il difficile lavoro di battere la traccia abbiamo raggiunto la cima alle 18, alla luce delle nostre lampadine frontali!

Un successo inatteso e non pianificato reso possibile da condizioni meteo che, come affermato dallo stesso Messini, rappresentano un evento raro che non si ripete più spesso di una volta ogni dieci anni.

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