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Lo yoga aiuta il cuore. E non solo

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La respirazione yoga, affiancata alle tradizionali terapie farmacologiche, è un valido aiuto per chi soffre di scompenso cardiaco o d’asma. E sembrerebbe diminuire il rischio di parti prematuri. I rivoluzionari studi sull’influenza del respiro sul sistema cardiocircolatorio, storicamente promossi dal Comitato Ev-K²-CNR e dal Prof. Luciano Bernardi, sono finiti sul Corriere della Sera.

Il respiro è l’unica funzione neurovegetativa che siamo in grado di controllare. Farlo, a quanto pare, non aiuta solo la meditazione. E’ di importanza inimmaginabile per la salute.
Secondo quanto emerso dalle ricerche, inspirare lentamente e profondamente – a "tre tempi" come insegna lo yoga – permette, infatti, di contenere la ventilazione, di incamerare molto ossigeno e di stabilizzare il sistema cardiocircolatorio in condizioni estreme. Come quelle che si incontrano in alta quota. Quelle di chi è sottoposto a sforzi intensi. Di chi soffre di scompenso cardiaco.
 
A quote superiori ai 3000 metri – dicono gli studi sul tema – l’ossigeno è così rarefatto che le condizioni in cui ci si trova possono essere paragonate a quelle di insufficienza respiratoria in un paziente. La riduzione di ossigeno nel sangue arterioso (ipossiemia), è un evento comune a numerose patologie cardiorespiratorie, che colpiscono in media lo 0.3% della popolazione.
 
Questa rivoluzionario parallelismo è alla base degli studi del Prof. Luciano Bernardi, ricercatore Ev-K²-CNR e fisiologo clinico dell’Università di Pavia, che da anni conduce esperimenti in alta quota, presso il Laboratorio Piramide (5.050 m.s.l.m.), riscontrando, ad esempio, che le popolazioni himalayane adottano spontaneamente la respirazione “a tre tempi”.
 
Esperimenti che a volte sono stati effettuati sugli alpinisti che salgono oltre gli 8.000 metri presso i campi base delle spedizioni, come durante il Progetto “K2 2004”. Dimostrando che gli scalatori che hanno raggiunto la vetta dell’Everest senza bisogno di ossigeno presentavano, prima di iniziare la scalata finale, una ventilazione assai minore di quelli che, invece, non sono giunti in vetta o che, per giungervi, hanno dovuto ricorrere dell’ossigeno.
 
Sara Sottoconola
 
Per saperne di più, visita la sezione Medicina e Fisiologia del Comitato Ev-K²-CNR e consulta le pubblicazioni sul tema

Rif. Articolo apparso sul Corriere della Sera domenica 5 marzo 2006.

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