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Alpinismo

Simone Moro: vi racconto Denis Urubko

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BERGAMO – L’ha conosciuto quando aveva vent’anni. L’ha portato con sé sugli ottomila. Gli ha insegnato a trovare sponsor e a organizzarsi le spedizioni. Pochi lo sanno, ma Simone Moro è stato il pigmalione di Denis Urubko. In questa intervista l’alpinista bergamasco racconta segreti e aneddoti del fuoriclasse kazako.

Simone Moro, si dice sia stato lei a "scoprire" il talento di Urubko. E’ vero?
Forse “scoprire” è una parola grossa. Di sicuro, però, ha iniziato ad uscire dall’anonimato quando otto anni fa, inseguendo un’idea nata con Anatoli Boukreev, gli ho proposto scalare con me tutte le cime del progetto “Snow Leopard” nel giro di una spedizione soltanto, ossia in poche settimane.
 
Di che progetto si trattava?
Consisteva nello scalare le cinque vette che superano i settemila metri ubicate sul territorio sovietico (oggi sono sparse su tre repubbliche: Kazakhstan, Kyrgyzstan e Tajikistan). Erano un po’ i “14 ottomila” dei russi, che non potevano uscire dalle loro frontiere. Gli alpinisti che erano in grado di scalarli tutti nell’arco della loro carriera venivano premiati con il riconoscimento “Snow Leopard”.
 
Come mai scelse Urubko?
Dopo che Anatoli era scomparso sull’Annapurna, volevo tenere in vita il nostro progetto. Quindi ho contattato un amico comune kazako e gli ho raccontato che volevo realizzare lo Snow Leopard con Mario Curnis e coinvolgere due ragazzi del corpo sportivo militare di cui faceva parte Boukreev. Lui ha organizzato una specie di gara interna, che è stata vinta da Denis Urubko e Andrej Molotov. Quest’ultimo aveva lo stesso cognome della nota bomba, ma devo dire che erano veramente una “bomba” tutti e due. Esperti fino a un certo punto, certo, ma volenterosi, con tanta voglia di capire come funzionava il mondo dell’alta quota. Avevano già scalato dei settemila, ma ricordo che a livello mentale, erano ancora intrisi di alpinismo eroico e nazionalismo del tipo “bisogna andare in cima e rischiare la pelle purchè la bandiera kazaka sventoli sulla vetta” e cose del genere.
 
Come andò?
La spedizione ebbe successo. Io salii quattro dei settemila della lista, ma  Denis e Andrej riuscirono anche a salire il quinto, il Peak Pobeda, sul quale io dovetti rinunciare per problemi di stomaco. Volevano rinunciare con me, perché da loro non esiste il fatto che la squadra si spezzi. Ma li convinsi a continuare, e il progetto è stato realizzato. Da lì è nata una grande amicizia con Denis.
 
Poi avete scalato ancora insieme?
Moltissime volte. Nel 2000 l’ho portato all’Everest. Era la prima volta che usciva dai confini nazionali e ovviamente ho dovuto fare i salti mortali per fargli ottenere il passaporto. Gli ho finanziato tutta la spedizione perché lui non aveva il becco di un quattrino, ma insieme abbiamo raggiunto la vetta. L’anno successivo nel 2001 sono andato io in Kazakhstan e abbiamo realizzato la prima invernale del Marble Wall, 6400 metri, il seimila più a nord dell’area centrale. Subito dopo siamo partiti per tentare la traversata Lhotse-Everest. Le vicende sono note: io ho interrotto la salita a 8000 metri per salvare la pelle all’inglese Tom Moore, spendendo le energie che mi servivano per la vetta. Denis invece è arrivato sulla vetta del Lhotse, ma non ha continuato la traversata perché, mi disse, “l’avevo pensata con te, e se tu non ce l’hai fatta perchè hai salvato una persona, rinuncio anche io e ritenteremo insieme”.
 
E poi?
Nel 2002 sono tornato da lui ad arrampicare in Kazakhstan, nel 2003 siamo andati insieme a fare la famosa triplice spedizione Nanga Parbat, Broad Peak e K2, dove ho aperto la via nuova sul Nanga con Jean Cristophe La faille. Denis in quell’occasione però non c’era, perché il suo coach dell’esercito, Ervand Iljinsky (che stava guidando anche la spedizione allo spigolo nordovest del K2 fino a poche settimane fa), non l’aveva lasciato venire. E poi nel 2004 l’ho invitato con me e Bruno Tassi a tentare e poi realizzare la prima salita alla parete nordovest del Baruntse Nord, 7.056 metri, di fronte alla Sud del Lhotse. Salita che ha vinto i campionati russi d’alpinismo, cioè il “Piolet d’Or” dell’Est.
Ultimamente, però, le vostre strade si sono divise…
Nel 2004 ho cominciato a dargli una mano non solo dal punto di vista alpinistico ma anche sul piano delle sponsorizzazioni. E’ stato allora che ha preso corpo l’idea, dentro di me, di lasciarlo un po’ libero in modo che potesse fare il salto decisivo. Che iniziasse ad organizzarsi da solo le spedizioni e a diventare un vero leader. E mi sembra che i risultati siano stati buoni, viste le sue salite strepitose e ben premiate.
 
Siete rimasti in contatto?
Sì certo. Lui ogni anno mi chiama, per coinvolgermi nei suoi progetti, e capisco che ora avrebbe voglia di riprendere la cordata. A me ha sempre fatto piacere che lui abbia sempre riconosciuto il suo passato alpinistico che comprende anche il sottoscritto ma soprattutto che gli ha aperto gli orizzonti tecnici, non solo commerciali.
 
Per esempio?
L’arrampicata sportiva, il dry tooling, il free climbing: non sapeva nemmeno cosa fossero. Lui era abituato allenamenti centrati solo su fiato, muscoli e spirito di squadra. Con me, ha imparato a fare di tutto e poi mi ha detto proprio queste conoscenze gli hanno permesso di superare grandi pareti e grandi difficoltà. In pochi, oltre a lui e a Babanov, sono usciti dal tunnel dell’alpinismo nazionale in grandi squadre tipico della cultura russa. E non è stato facile, perché questo ha creato invidie, fastidi, in Kazakistan non tutti lo vedono in modo benevolo.
 
Cosa ammira di più in lui?
Probabilmente la tenacia sia fisica che mentale. Intendo la forza di fare l’alpinismo dei propri sogni e non quello preconfezionato dai suoi superiori. E la tenacia sulla montagna: quando eravamo in difficoltà sapevo che da lui non sarebbe mai arrivata una frase tipo “sono stanco, ho fame, ho sete, ho freddo”.
 
Com’è riuscito ad affermarsi pur restando nell’esercito?
Anche qui ci misi lo zampino. Grazie all’amicizia con Anatoli avevo conosciuto alcuni “capoccia” dell’esercito. E quando ho visto che la gestione “gerarchia assoluta e ordini indiscutibili” di Ervand Iljinsky (con cui comunque sono rimasto amico) per lui era un freno, ho cercato di fargli assegnare un altro coach. E così ha iniziato a scalare con Serguey Samoilov, che è, pochi lo sanno, proprio uno dei preparatori del corpo sportivo militare. Il resto, è storia conosciuta.
 
Da dove arriva questa sua forza di carattere?
Dalla sua storia. Lui non è nato in Kazakistan, è nato in Russia. E quando gli è arrivata la cartolina militare è scappato in Kazakhstan per farsi arruolare lì, dove c’era l’unico reparto sportivo d’alpinismo di tutta l’ex Unione Sovietica. Per 6 mesi dorme per strada, ma alla fine, facendo i salti mortali, riesce nel suo intento. Ha un salario, ma non una casa. Poi gli danno uno sgabuzzino che lui riadatta a cameretta. Ricordo che il primo appartamento lo ebbe come premio per grandi meriti sportivi, e che io gli regalai la lavatrice. Sono  storie che non si conoscono ma che fanno la persona.
 
Come vede il suo tentativo di via nuova sulla Nord del K2?
Era una delle idee di cui avevamo discusso insieme. E’ un progetto molto ambizioso, ma realizzabile. I fattori che remano un po’ contro sono il fatto che è partito tardi perché era impegnato a guadagnarsi la pagnotta nel Tien Shan, e che ora fa più freddo, le giornate più corte e la montagna è carica dato il tempo bruttarello che ha fatto quest’estate. Spero però che metta a punto le cose che ha imparato,  qualcuna anche da me. Cioè che non deve far l’eroe e che, se le condizioni lo permettono, bisogna tirar fuori l’anima. Ma se il gioco inizia a diventare una roulette russa del tipo “speriamo che stia su il seracco”, bisogna usare il cervello. Perché non vale mai la pena crepare per una montagna, soprattutto se a casa ci sono moglie e due figli. Detto questo, spero che il tempo gli dia una mano e comunque, mi terrò sempre in contatto con lui via sms.
 
E’ d’accordo sul fatto che si tratti del progetto più temerario degli ultimi anni?
Sì. Perché sono due persone sole, in stile alpino, di fronte ad parete con pericoli oggettivi alti. La linea che vuol seguire Denis è sicura, ma per arrivarci bisogna attraversare delle zone pericolose. La storia dimostra che è possibile farlo, come fecero Profit e Beghin nel 1991, ma la via che sta tentando Denis è molto più difficile e poi è fuori stagione. E’ un progetto diverso, non paragonabile a quello realizzato da altri russi sulla Ovest del K2, perché si tratta di stili di salita opposti. Anche l’impresa degli italiani sul GII è stata una grande cosa, ma questa ha una portata diversa perché in alto ci sono altri 600 metri da fare.
 
Scalerete ancora insieme?
La cordata si ricomporrà probabilmente l’anno prossimo. Abbiamo già in cantiere alcune idee
 
Sul genere Nord del K2?
Sì, robe del genere… ma per saperlo, bisognerà aspettare ancora un po’!
 
 
Sara Sottocornola
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