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Alpinismo

Zavka, le ipotesi sulla scomparsa

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BERGAMO — Cosa è successo a Stefano Zavka? Come ha potuto perdersi sulla spalla del K2? Abbiamo provato a ricostruire la dinamica della misteriosa scomparsa con l’ausilio di video e immagini, e l’aiuto di Agostino Da Polenza, massimo esperto d’alpinismo e K2.

"Le due fotografie qui sotto – spiega Da Polenza – rappresentano dall’alto e dal basso la stessa area del K2. Il percorso che da campo 4 (piazzato annualmente tra una quota di 7.450 e 7.550 metri circa) va verso la lunga spalla del K2, il "Collo di bottiglia" sotto il grande ghiacciaio pensile e il traverso verso sinistra, alla fine del quale siamo a una quota attorno agli 8.200 metri.
 
Questo percorso, all’apparenza privo di difficoltà tecniche, è invece uno dei luoghi più insidiosi e pericolosi delle montagne di tutto il mondo. Il K2 è una montagna che richiede capacità e doti psicofisiche eccezionali. Si sale partendo da campo 4 prima dell’alba – il colore arancio della foto sta ad indicare il sole che sorge, è stata scattata prima delle 5 del mattino – e si raggiunge la vetta tra le 14 e le 16 al massimo.
 
Quella è assolutamente l’ora critica entro la quale bisogna pensare di tornare indietro, pena dover bivaccare fuori con le relative conseguenze.
 
Nell’83 – racconta Da Polenza – arrivai in vetta attorno alle 18,30 orario del Pakistan. Ma c’era bel tempo e calma di vento, e con il mio compagno bivaccai in vetta senza sacco a pelo e soprattutto senza conseguenze. Ma fui molto fortunato. Se il tempo è instabile e promette brutto non bisogna invece indugiare e scendere subito.
 
Tornando alle foto: sul traverso e nella parte alta del "Collo di bottiglia" solitamente le spedizioni piazzano duecento metri di corda fissa per rendere più sicuro il ritorno. I punti A e B rappresentano rispettivamente l’ultimo punto in cui si trovava Stefano Zavka (A) visto l’ultima volta da Mario Vielmo (B).
 
Le grandi frecce tra il punto B e il campo 4 sono i possibili percorsi errati sui quali la conformazione del terreno, la mancanza di punti di orientamento e, nel caso, il cattivo tempo, possono facilmente trarre in inganno un alpinista lucido. Figurariamoci uno stremato che scende dalla vetta.
 
Vi è poi la possibilità che, pur seguendo il percorso corretto, non si veda il campo 4 come testimoniato dallo stesso Vielmo anche in quest’occasione.
 
Se vale la regola che ogni alpinista dovrebbe dare al massimo il 70 per cento delle proprie energie per una salita, riservandosene il 30 per cento per la discesa, nel caso del K2 diventa veramente quasi impossibile rispettare questa norma.
 
Ma sotto il 15, massimo 10, per cento di riserve – conclude Da Polenza – non bisognerebbe mai, mai andare, nemmeno su questa montagna. Altrimenti il rischio diventa altissimo con il bel tempo. E mortale all’80 per cento con il brutto. E’ atroce e crudele,  ma è così. Forse è semplicemente inaccettabile …ma lo diciamo sempre, e poi torniamo".
 
 
Foto: archivio Comitato Ev-K2-Cnr
 
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