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Via dei Ragni all'Uli Biaho, il racconto di Della Bordella

Uli Biaho Sud_in rosso la via dei Ragni, in blu quella dell'88 e in verde il punto del bivacco (photo Dodo Kopold)
Uli Biaho Sud_in rosso la via dei Ragni, in blu quella dell’88 e in verde il punto del bivacco (photo Dodo Kopold)

VARESE — “La Torre di Uli Biaho aveva sulla carta tutte le caratteristiche che stavo cercando per una prima spedizione in Karakorum: una bella montagna dalle linee attraenti, la possibilità di aprire una via nuova, una quota di 6109 metri che si può definire non troppo elevata, ma già significativa (soprattutto non essendo mai stato sopra i 4500 metri), pareti di roccia, esposte a Sud e di altezza compresa tra 500 e 1000 metri, un avvicinamento all’apparenza lungo e complesso”. Questo il racconto di Matteo Della Bordella della via aperta la scorsa estate sulla torre nel gruppo del Trango, Karakorum. Della Bordella e l’altro Ragno di Lecco Luca Schiera, insieme a David Bacci e Silvan Schüpbach, sono tornati dal Pakistan domenica 11 agosto.

Della Bordella, Schiera e Schüpbach sono arrivati in cima all’Uli Biaho il 21 luglio, completando la discesa fino al base il 22 luglio. L’itinerario percorso è una via nuova aperta in stile alpino sulla parete Sud Ovest, a sinistra dello spigolo Giordani. I progetti iniziali dei Ragni prevedevano però una linea sulla Sud-Est: sempre sul versante Est avrebbe dovuto esserci quest’anno anche una spedizione americana composta da Matt McCormick, Pat Goodman e Jean-Pierre Ouellet, finanziata dal Club Alpino Americano con il premio Lyman Spitzer Grant per l’alpinismo esplorativo. Il team statunitense però avrebbe rinunciato a partire all’indomani dell’attentato al Nanga Parbat, così all’Uli Biaho c’erano solo Ragni e compagni. Del gruppo inizialmente facevano parte anche Arianna Colliard (che si è occupata del materiale foto e video) e Saro Costa: quest’ultimo però ha deciso di tornare a casa dopo una lite avvenuto nei primi giorni di spedizione.

“Circa una settimana dalla nostra partenza ci ritroviamo al campo base – continua Della Bordella nel suo racconto pubblicato sul sito dei Ragni -, siamo noi 6, il cuoco e l’aiuto cuoco. Inizia così la fase dedicata all’acclimatamento, che è stato anche il momento di maggior difficoltà di tutta la spedizione. La prima volta che decidiamo di andare al campo base avanzato, posto a 5200 metri, stiamo male un po’ tutti e l’esperienza è decisamente traumatica. Ognuno reagisce in modo diverso e dopo varie discussioni Saro Costa decide di abbandonare la spedizione. Dopo questo episodio il nostro gruppo si fa man mano sempre più compatto e determinato verso l’obiettivo”.

In rosso la via dei Ragni all'Uli Biaho, in blu quella di Giordani e soci, in verde il punto del bivacco (Photo Matteo Della Bordella)
In rosso la via dei Ragni all’Uli Biaho, in blu quella di Giordani e soci, in verde il punto del bivacco (Photo Matteo Della Bordella)

Obiettivo cambiato in corso d’opera, una volta vista da vicino la montagna. Nei giorni successivi alla partenza di Costa infatti, gli alpinisti sono arrivati alla base della parete, facendosi un’idea più precisa dell’attacco e della salita, diversa da come se l’erano immaginata.

“Innanzitutto per arrivare alla parete c’è ancora molta strada da fare e ci aspetta una lungo traverso di ghiaccio di 200 metri di pendenza di circa 60/70° – spiega Della Bordella -. Capiamo subito che scalare questo traverso a 5500 metri con portaledge in spalla e zaini pesanti è per noi irrealizzabile. Inoltre la porzione di parete dove volevamo aprire sembra priva di fessure o linee logiche per una salita in arrampicata libera, la roccia anche è piuttosto chiara e appare di qualità inferiore rispetto alle altre pareti. Come se non bastasse, una volta fatto il traverso per attaccare la parete a destra della via di Giordani occorrerebbe percorrere in discesa il canalone di neve e ghiaccio, piuttosto ripido…cosa che in una eventuale ritirata con il brutto tempo potrebbe diventare molto problematica. E così ci guardiamo un po’ intorno e dopo aver superato il traverso di ghiaccio, per me con parecchio affanno e fatica (oltre all’adrenalina), siamo attratti dalla parete Ovest, ovvero la porzione di parete a sinistra del pilastro su cui corre la via di Maurizio Giordani. Non avevamo alcuna informazione su questa parete e non riusciamo nemmeno a vederla nella sua totalità, ma per quel che riusciamo a capire pare un muro di roccia verticale o un po’ appoggiato e parecchio lavorato con lame e fessure, diciamo che sembra offrire la possibilità di una salita rapida in arrampicata libera e su difficoltà abbastanza contenute. Una possibilità per noi decisamente allettante!

Della Bordella e Schüpbach hanno aperto i primi 5 tiri sulla parete Sud-Ovest. Insieme a Schiera avrebbero voluto tentare la vetta il giorno dopo, ma il tempo li ha convinti a rimandare. Dopo qualche giorno di attesa i due Ragni di Lecco e il loro compagno svizzero sono tornati in parete, mentre Bacci ha preferito aspettarli al base avanzato.

“Lungo la prima parte della via troviamo 2/3 chiodi – racconta Della Bordella -, che scopriamo poi essere di un tentativo di un team francese risalente al 1974. Continuiamo per un sistema logico di lame e fessure, l’arrampicata non è mai eccessivamente difficile e si protegge bene con friends e nut. La nostra linea ci conduce poi in un camino, che ci fa tirar fuori un po’ di imprecazioni per il recupero dei sacconi…Dopo il camino davanti a noi un muro liscio e 10 metri a sinistra una fessura piuttosto invitante; unico problema: un torrente di acqua scende dalla fessura! Purtroppo il nostro sogno di aprire una via tutta in libera finisce qui. La fessura sarebbe stata sicuramente fattibile in libera, anche se non facile, da asciutta, ma in questo stato non ci provo nemmeno e cerco solo di salire veloce per bagnarmi il meno possibile. Silvan poi passa al comando e dopo un paio di tiri la nostra via si ricongiunge alla via aperta da Maurizio Giordani. E’ sera e calandoci 20 metri su una cengia spiovente troviamo un posto, anche se scomodo dove bivaccare”.

“Siamo a quasi 6000 metri e il buio sta arrivando e qui arriva il momento di maggior panico della salita – continua l’alpinista -: Luchino non sta bene…Non sta bene proprio per niente, non riesce a mangiare, e ha mal di testa. Lo costringiamo a prendere due aspirine, sperando che per la mattina dopo le sue condizioni migliorino, altrimenti saremo costretti a scendere. Per fortuna il giorno dopo Luchino sembra stia meglio. Quando gli chiederemo: ‘ma cosa ti sentivi Luchino?’ Lui dirà: ‘Non riuscivo più a pensare'”.

Via nuova all'Uli Biaho (Photo Matteo Della Bordella)
Via nuova all’Uli Biaho (Photo Matteo Della Bordella)

Il giorno dopo i tre hanno salito due tiri del la via di Giordani, Rosanna Manfrini, Maurizio Venzo e Kurt Walde, fino a raggiungere la cresta finale. Hanno toccato la cima tra le 11 e le 12, poi nel pomeriggio sono scesi riuscendo a fare la maggior parte delle doppie su spuntoni e clessidre, lasciando in parete un chiodo e un nut e fermandosi al traverso di ghiaccio, che hanno affrontato il giorno seguente, quando sono arrivati al base avanzato sotto una fitta nevicata.

Nell’ultima settimana di luglio e nei primi giorni di agosto i 4 ragazzi hanno compiuto altre salite. Schupbach e Schiera sono andati in vetta alla Nameless Tower e alla Torre Grande di Trango. Della Bordella ha salito in libera e da solo la Via degli Americani alla Torre Grande di Trango, fermandosi ai pendii di neve che precedono la vetta.

“L’Uli Biaho la principale ragione per cui siamo venuti fin qui è fatta – conclude Della Bordella sul sito dei Ragni -! E anche se non è andata come pensavamo è stata una gran soddisfazione scalare una montagna così complessa ed impegnativa. Ed incredibilmente nonostante siamo nel 2013 lo abbiamo fatto per quella che è probabilmente la via più facile e logica! Penso che alla fine la nostra linea si possa considerare la “normale” all’Uli Biaho…”.

Info e foto www.ragnilecco.com – Foto delle vie Matteo Della Bordella

 

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