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Everest 1996: la storia di Scott Fischer

il tumulo in memoria di Scott Fischer
Scott Fischer memorial

Scott Fischer scomparve nella bufera che 14 anni fa sconvolse la vetta dell’Everest facendo 9 morti. Guida alpina e fondatore della Mountain Madness, fu uno dei pionieri che contribuì a rendere l’avventura alpinistica una cosa alla portata dei “consumatori”. Ma fu anche un grande alpinista: il primo americano a raggiungere la cima del Lhotse (8.516 metri), la quarta montagna più alta del mondo. Fischer viene inoltre ricordato per aver contribuito ad una gran varietà di cause umanitarie. Solo oggi il suo corpo è stato ritrovato, ad oltre 8000 metri, sull’Everest. Ecco la storia della sua vita e della sua tragica morte.

Scott E. Fischer nacque il 24 Dicembre 1955 e trascorse la sua giovinezza nel Michigan e nel New Jersey. All’età di 14 anni venne ispirato da un programma televisivo e seguì corsi di arrampicata per diventare alpinista.
Nel 1982 insieme alla moglie Jeannie Price si trasferì a ovest di Seattle, Washington. Lì nacquero i loro due figli, Andy e Katie Rose.

Nel 1984 fondò la società “Mountain Madness” per permettere ai propri clienti di raggiungere le vette delle montagne più alte del mondo. Salire lassù con lui costava 50mila dollari a testa. Ha scalato l’Everest 4 volte, ha organizzato numerose spedizioni himalayane e partecipato a numerosi soccorsi: nel 1992, mentre stava scalando il K2, venne coinvolto nell’audace salvataggio di Chantal Mauduit, alpinista francese che colpita da cecità da neve. Fu uno dei primi ad essere seguito in diretta su Internet durante le sue spedizioni.

Fischer fu uno dei primi ad impegnarsi per il mantenimento della pulizia sulle pendici dell’Everest. Nel 1994 guidò l’Everest Environmental Project, uno sforzo incredibile in cui raccolsero 250 bombole di ossigeno e 5.000 chili di immondizia dalla montagna.

Fischer morì il 10 maggio 1996 durante una delle giornate più nere dell’alpinismo sull’Everest. In quel giorno Fischer, Anatoli Boukreev e Neal Beidleman guidavano otto dei loro clienti per raggiungere la cima dell’Everest. Nel corso della discesa la squadra è stata travolta da una forte tempesta di neve. Tutti gli alpinisti sono riusciti a raggiungere il campo IV sul colle Sud (7.900 metri), ad eccezione di Fischer.

Fischer, che aveva raggiunto la vetta verso le 15.45, ebbe notevoli difficoltà nella discesa. Con lui c’era il capo sherpa Lopsang Jangbu, ma appena sotto la cima Sud non fu più in grado di continuare e convinse Lopsang a scendere senza di lui. Lopsang scese da solo con la speranza di riuscire a mandare qualcun altro con delle scorte di ossigeno supplementare per aiutare Fischer a scendere. Boukreev, dopo essere sceso con i suoi clienti durante la mattinata, fece diversi tentativi per raggiungere Fischer. Fu però costretto a tornare indietro dopo il secondo tentativo a causa del tempo. Non lo trovò, quindi, ma riuscì comunque a salvare molte altre persone difficilmente recuperabili.

Infine, intorno alle 7 dell’11 maggio Boukreev riuscì a raggiungere la posizione di Fischer, ma purtroppo era già troppo tardi. Molti ipotizzano che Fischer fosse stato colpito da una grave forma di mal di montagna, altri da edema cerebrale o polmonare.

Per Boukreev fu impossibile riportare il corpo del compagno a valle. Con la morte nel cuore gli assicurò lo zaino sul volto e lo lasciò sulla cengia dove era disteso. Poi prese la sua macchina fotografica, la sua picozza e il suo temperino preferito. Quest’ultimo verrà poi consegnato, al rientro della spedizione, dall’alpinista Beidleman al figlio di nove anni di Fisher che aspettava il ritorno del padre a Seattle.

Il tumulo memoriale per Scott Fischer si trova in cima ad una collina vicino a Lobuche, sulla cresta del crinale lungo il sentiero che porta al campo base dell’Everest. Il suo tumulo si trova insieme a quelli di altri alpinisti e sherpa che hanno perso la vita in varie spedizioni sull’Everest nel corso degli ultimi 50 anni.

Solo nel maggio 2010 è stato rinvenuto il corpo di Fischer sulla montagna, ad oltre ottomila metri. E’ stato Chakra Karki, capo della Extreme Everest Expedition 2010, che voleva riportarlo a valle insieme a quello di altri alpinisti morti sulla montagna e recuperati questa primavera. Ma la famiglia Fischer ha voluto che il corpo rimanesse dove è stato trovato.

Resoconti sulla tragedia del 1996 sono stati scritti in molti libri. Tra questi, il capolavoro “Into Thin Air”(nell’edizione italiana “Aria sottile”) di Jon Krakauer, “The Climb”(nell’edizione italiana “Everest 1996: cronaca di un salvataggio impossibile”)di Anatoli Boukreev e Gary Weston DeWalt, “Left for Dead” di Weathers Beck, “Climbing High” di Lene Gammelgaard e “Mountain Madness” di Robert Birkby, che è una biografia di Scott Fischer.

Alla sua morte è stato dedicato anche il film-TV “Into Thin Air: Death on Everest”, in cui Fischer è stato interpretato da Peter Horton.

In particolare il libro di Krakauer suscitò numerose critiche e proteste in quanto alcuni dettagli del suo racconto sono stati definiti non veri o distorti da altri sopravvissuti. In risposta ad esso fu pubblicato il libro scritto a due mani da Bukreev e dal giornalista americano G.Weston DeWalt. Questi due libri sono necessari per completare il quadro degli avvenimenti, che sono visti dalle angolazioni differenti di due degli alpinisti presenti alla tragica vicenda.

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2 Comments

  1. Ad ovest di Seattle c’e’ solo l’oceano credo che lui abitava vicino a Mt.Rainier. Come fa ad avere 9anni il figlio se lui e’ morto nel 96?

  2. Aldo, il figlio aveva 9 anni al momento della morte, infatti c’è scritto che il temperino fu riconsegnato al termine della spedizione

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