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Protagonisti, Storia dell'alpinismo

Wanda Rutkiewicz: la guerriera degli 8000

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È considerata una delle più grandi alpiniste del nostro secolo, se non la più grande in assoluto. Fu tra le prime a tentare la corsa agli ottomila. Ne scalò 8 tra il 1978 e il 1992, di cui il Cho Oyu e l’Annapurna sud in solitaria. Senza contare che fu la prima donna in cima al K2, scalato assolutamente senza ossigeno nel 1986. Caparbia, coraggiosa. Lo spirito di un guerriero.

Wanda Rutkiewicz è una dei personaggi chiave della storia dell’alpinismo femminile. Pioniera dell’himalaysmo, delle scalate ardite, del confronto paritario tra uomo e donna. Iniziò ad affrontare le montagne più alte della terra nel 1978. Collezionò 8 ottomila. Un numero straordinario se si pensa che ancora oggi, almeno finora, nessun’altra è riuscita a concludere l’impresa di scalarli tutti e 14.

La Rutkiewicz nasce il 4 febbraio del 1943 a Plungė, allora territorio polacco, oggi lituano. Dopo la Seconda Guerra mondiale la sua famiglia si trasferisce nella Polonia del sud a Wrocław e qui prende la laurea in ingegneria elettronica.

Nel 1978 inizia a scalare le grandi montagne della terra, e comincia col botto, con quella più alta di tutte, l’Everest. È lo stesso anno in cui Reinhold Messner e Peter Habeler raggiungono la vetta senza ossigeno per la prima volta nella storia. Il 16 ottobre la Rutkiewicz diventa la terza donna in assoluto in cima agli 8.848 metri della montagna, la prima tra le europee.

Il 15 luglio del 1985 scala il Nanga Parbat. Non è la prima salita femminile della montagna, compiuta infatti l’anno prima da Liliane Barrard con il marito Maurice. Ma è la prima spedizione costituita da sole donne ad arrivare in cima. Con lei c’erano with Krystyna Palmowska e Anna Czerwinska.

Il 1986 è l’anno magico. È il 23 giugno quando la Rutkiewicz scala senza ossigeno il K2: diventa la prima donna in cima alla “montagna delle montagne”. Addirittura aspetta in vetta il francese Michel Parmentier e i coniugi Maurice e Liliane Barrard. Questi ultimi due saranno poi tra le 16 vittime di quella tragica annata sulla seconda vetta del mondo: moriranno entrambi durante la fase di discesa. Pochi giorni dopo, all’inizio di agosto, sarebbero morti anche il grande Renato Casarotto e Julie Tullis.

Diciotto settembre 1987. L’alpinista polacca raggiunge la cima principale dello Shishapangma insieme a Ryszard Warecki. Il 12 luglio dell’89 è la volta del Gasherbrum II, in vetta con l’inglese Rhony Lampard. Poi il 16 luglio dell’anno dopo scala l’Hidden Peak, ovvero il Gasherbrum I, con Ewa Panejko-Pankiewicz.

Nel 1991 mette a segno altre grandi imprese. Sale il Cho Oyu (26 settembre 91) e l’Annapurna (22 ottobre 91) dalla famigerata parete sud, entrambi in solitaria.

Infine il Kanchenjunga nel maggio del 1992. Sarebbe stato il suo nono ottomila, ma secondo le ricostruzioni rimase appena 300 metri sotto dalla vetta, sulla parete sud ovest. Era il 12 del mese. Insieme a Carlos Carsolio aveva lasciato campo 4 (posto a 7.950 metri) diretta verso la cima intorno alle 3.30 del mattino. Ma mentre il suo compagno raggiungeva la cima dopo 12 ore di cammino, lei rimaneva indietro.

Carsolio la ritrova intorno agli 8.200-8.300 metri sulla via di discesa. La Rutkiewicz aveva infatti deciso di fermarsi lì, di bivaccare a quella quota e di proseguire per la vetta il giorno dopo. Ma non aveva con sé cibo, né niente per cucinare o per bivaccare. E’ l’ultima volta che qualcuno l’ha vista viva.

Il 29 aprile del 1995 viene ritrovato il suo corpo. A scoprirlo, circa a quota di 7.700 metri, cento metri sotto un seracco, è stato niente meno che Silvio “Gnaro” Mondinelli, che quell’anno tentava il Kanchenjunga insieme a Fausto De Stefani e Simone Moro.

“Eravamo all’ultimo campo – ci racconta Gnaro -, stavo salendo da solo, De Stefani era in tenda, quando ho visto che dalla neve spuntava un mazzo di chiodi al titanio e un pezzo di stoffa. Ho scavato per vedere cosa c’era sotto e ho trovato il corpo di una donna. Le mancava un pezzo di testa, aveva solo la mandibola e diverse ossa rotte. Abbiamo poi scoperto che si trattava di Wanda”.

“L’ho legata e ho trascinata giù – continua Mondinelli -. Ho raggiunto gli altri e le abbiamo scattato delle foto per il riconoscimento. Poi l’ho lasciata andare, delicatamente, in un crepaccio liscio e obliquo. I suoi compagni all’inizio dubitavano che fosse lei, perché nello stesso periodo era morta un’alpinista rumena e perché in effetti lei era salita dal versante opposto. Poi però l’hanno riconosciuta e mi hanno ringraziato per averle dato quella ‘sepoltura’.” La Rutkiewicz infatti, era salita dalla parete nord ovest, ma era poi precipitata lungo la via normale, sulla sud ovest.

Wanda Rutkiewicz è scomparsa così all’età di 49 anni. E’ stata una delle prime nell’alpinismo a rivendicare l’uguaglianza tra i sessi, dimostrando più volte come, da donna, non avesse niente di meno degli uomini.

Nel 1999 Gertrude Reinisch, sua amica e compagna di spedizione, ha scritto una celebre biografia della grande alpinista, “La signora degli Ottomila” (pubblicato in Italia da Cda & Vivalda Editori). Il ritratto di una donna durissima come la roccia, ma anche colma di sogni, speranze e fragilità nascoste. Una lottatrice, una guerriera. Pronta a sfidare quell’ambiente alpinistico, aspro e maschilista, da cui non si sentiva accettata come avrebbe voluto.
                 

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