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Storia dell'alpinismo

Gran Paradiso parete est

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Il Gran Paradiso è salito per la prima volta dagli inglesi Coewll e Dundas con le guide Michel-Clément Payot e Jean Tairraz di Chamonix nel settembre 1860. Nove anni dopo l’alpinista valdostano Pierre-Joseph Frassy, venticinque anni originario della Valgrisenche, insieme alla guida Eliseo Jeantet vuole individuare una nuova via per raggiungere la cima dal versante est.

Frassy è salito a piedi da Aosta in sei ore. Nella notte del 3 agosto 1869 i due si avviano tra le case addormentate di Cogne. Obiettivo: salire al Gran Paradiso in un solo giorno.

All’alba Frassy e Jeantet si inerpicano sui crepacci del ghiacciaio Tsasset. I due alpinisti puntano verso la vetta più alta del gruppo. Improvvisamente Frassy e Jeantet si trovano sull’orlo di un abisso che separa il ghiacciaio della Tribolazione da quello di Tsasset. Nessuno dei due ne conosceva l’esistenza.

Frassy non si da per vinto. Osserva per un po’ l’orlo del precipizio alla ricerca di un passaggio. Lo individua sulla destra. È una piccola sporgenza orizzontale. Un ponte che interrompe la verticalità della parete. Per raggiungerla bisogna calarsi con la corda. Jeantet si cala per primo. Poi anche Frassy raggiunge la cengia. Mentre gli scalatori studiano il passo successivo la corda si stacca, probabilmente a causa di un ancoraggio precario.

Frassy e Jeantet sono imprigionati sulla cengia in mezzo a immensi strapiombi. Nessuno li può soccorrere. Di nuovo i due alpinisti si calano uno alla volta nel vuoto per raggiungere una stretta cornice sotto di loro. Ripetono la manovra. Jeantet si lascia penzolare nel vuoto sino a un terrazzino venti metri sotto. Quindi, fissato un anello di corda, è la volta di Frassy.

Mentre stanno recuperando la corda, i due scalatori vengono investiti da alcuni sassi che feriscono Frassy ad una gamba. I due non si arrendono e continuano in quella crudele ginnastica, appesi sopra i ghiacciai della Tribolazione.

Quando gli scalatori si trovano ormai a una decina di metri dalla neve accade un secondo incidente. Le mani di Fassy perdono la presa della corda e l’alpinista precipita nel vuoto. Fortunatamente Jeantet riesce a salvarlo prima che la caduta si riveli fatale.

Frassy non pensa un solo istante a ripiegare: si continua a scalare. Alle sei di sera Frassy e Jeantet raggiungono una cima che battezzarono Pic de l’Infortune, probabilmente la vetta del Piccolo Paradiso. Alle 4 del pomeriggio del 4 agosto i due alpinisti, malridotti e sconfitti, rientrano a Cogne.

Dopo più di un mese dal primo tentativo, il 15 settembre, Frassy e Jeantet ripartono alla volta della parete est del Gran Paradiso. Si ripetono le sofferenze della prima ascensione tra i seracchi della Tribolazione. Ma i due continuano a salire inesorabili. La giornata è fredda: tre gradi sotto zero alle due del pomeriggio. Alle sei la cima è raggiunta, scrive Frassy sul "Bollettino del Club Alpino Italiano". Questa volta sarà la discesa a essere difficoltosa.

Avvolti dalla bufera Frassy e Jeantet sono costretti a trovare un posto per bivaccare in vetta. Ma non hanno nulla da bere, né da mangiare e neppure una coperta per ripararsi dal freddo. Al mattino gli alpinisti procedono nella discesa sotto l’imperversare della bufera. Il gelo morde ogni centimetro di carne scoperto.

Sulla strada del ritorno Frassy precipita di nuovo nel vuoto, arrestatosi su di un pianoro sottostante, miracolosamente illeso. Dopo aver vinto in una giornata la parete est del Gran Paradiso, Frassy scende da Cogne in Valsavarenche e di lì ritorna a piedi ad Aosta.

Jenny Maggioni

 

 

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