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Storia dell'alpinismo

La prima salita dell’Adamello

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“Al posto loro sarebbero stati più utili tre muli”. Questa la storica e sarcastica battuta  fatta da Julius von Payer, ventiduenne tenente austriaco, il 15 settembre 1864, dopo aver compiuto la prima ascensione dell’Adamello. La frase, a dir poco tagliente, si riferisce alle tre guide alpine della Val Rendena che Payer aveva scelto come accompagnatori. Ma che, secondo i racconti dell’austriaco, si rivelarono più interessate alla caccia ai camosci e alla preparazione della polenta che alla salita.

Nel 1862, mentre era di guarnigione a Verona, Payer aveva scoperto quella montagna imbiancata e aveva deciso di tentarne la scalata. Due anni dopo, il giovane austriaco tornò per compiere l’impresa.

Ad accompagnarlo nell’ascensione alla cresta erano tre guide trentine: Giovanni Caturani, Girolamo Botteri e Antonio Bertoldi, che, secondo quanto racconta Payer nella sua relazione ufficiale, “badarono solo a stesse” lasciando all’ufficiale boemo il compito di svolgere tutto l’estenuante lavoro di preparazione e attuazione dell’ascensione.

Privi di piccozza e attrezzati con corda ricavata da funi agricole, alle 14,30 del 5 settembre 1864 Payer e le guide raggiunsero una lunga cresta di fronte al Pian di Neve, che fu battezzata Cresta Croce. Le guide si rifiutarono di proseguire sino al Dosson di Genova e a Payer, a malincuore, non rimase che assecondarle. Durante la discesa attraverso il dedalo di crepacci del Mandrone, toccò a Payer il compito di individuare un percorso mentre le guide sedevano prudentemente a fumare sulla neve.

Una decina di giorni dopo, il gruppo compì il secondo vittorioso assalto all’Adamello.
Alle 3 del mattino del 15 settembre Payer impaziente di partire incalzò i suoi uomini con il motto “Non ritorni niuno senza Adamello”. Ma già all’inizio del ghiacciaio le guide, che avrebbero dovuto aprire la via, avevano preteso di fermarsi per cuocere la polenta della colazione. Irritato dai tentativi maldestri delle guide di “tirare in lungo”, Payer se li legò dietro e partì.

Dopo alcune ore dalla vetta del Corno Bianco, la comitiva scoprì che l’Adamello era ancora lontano. Le guide caddero nello sconforto: Bottani, colpito dal mal di montagna, abbandonò i compagni e tornò a valle, scortato da Bertoldi. Caturani, invece, proseguì. Ma solo dopo la promessa che Payer avrebbe intagliato i gradini nel ghiaccio per arrivare sulla vetta.

Dopo uno sforzo inaudito, alle 11,15 del 15 settembre 1864 i due alpinisti conquistarono la vetta più alta dell’Adamello, 3.539 metri. Lassù, come si legge nella puntuale relazione, mentre Payer schizzava disegni della cima, impressionato dal panorama circostante, Caturani, esausto, schiacciava un sonnellino.

Questa non fu l’unica impresa di Payer sulle Alpi italiane. L’alpinista austriaco compì la seconda ascensione della Presanella e, tra l’agosto e l’ottobre del 1868, si dedicò a rilevazioni e misurazioni del gruppo dell’Adamello in preparazione di una cartina militare, pubblicata sette anni dopo.

I traguardi raggiunti sull’Adamello spinsero Payer a proseguire sulla strada dell’esplorazione. Qualche anno dopo, nel 1872-1873, l’ufficiale asburgico si imbarcò in una straordinaria avventura polare, alla ricerca del mitico “passaggio a nord-est”. Non riuscì a raggiungere l’obiettivo, ma la sua spedizione è ricordata ancor oggi per una sensazionale, quanto causale, scoperta: la Terra di Francesco Giuseppe, uno dei più importanti arcipelaghi del Grande Nord.

 

Jenny Maggioni

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