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Storia dell'alpinismo

L’era di Messner e del 7° grado

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Arrampicata libera, settimo grado, alta difficoltà, esplorazione oltre i limiti. Il pioniere dell’alpinismo moderno fu senza dubbio il grande alpinista altoatesino Reinhold Messner, che negli anni Settanta si fece interprete delle nuove tendenze anglosassoni. Non tanto nello stile e nella tecnica, quanto nell’etica e nell’allenamento.

Quello di Messner, infatti, resta un alpinismo tradizionale, che anzi si richiama proprio all’attività dei grandi anni Trenta. Ma allo stesso tempo un alpinismo innovativo, che va contro l’esasperazione dell’arrampicata in artificiale, esalta la salita in libera, il confronto con la natura, lo spirito dell’esplorazione.

Invita a non invadere le montagne, ad arrampicarle, con un equipaggiamento minimo e molto leggero senza ausilii esterni. Siano essi chiodi, portatori oppure ossigeno in alta quota. Dà i natali, insomma, allo "stile alpino".

Da questa filosofia di salita escono alcune realizzazioni di altissimo livello per difficoltà e velocità di realizzazione. Per citare solo alcune delle imprese di Messner sulle Alpi: Marmolada, Droites, Sassolungo, Sass dla Crusc, II Torre, Civetta.

I suoi libri dell’epoca – "Settimo grado" ad "Assassinio dell’impossibile" – con i loro inviti ad usare meno chiodi possibile e di salire le montagne senza sfruttare le protezioni, rappresentano delle vere pietre miliari della storia dell’alpinismo.

“In alpinismo l’evoluzione risiede nel “come” – scrive Messner in Settimo grado –. Io mi sforzo di affinare la mia tecnica di arrampicata, di esercitare l’occhio, di aumentare la mia resistenza. Voglio mettere alla prova i miei progressi, e questo posso farlo nel modo migliore con una prima ascensione, con l’apertura di itinerari nuovi e arditi. Una salita è tanto più ardita quanto minore è l’impiego di materiale in rapporto alle difficoltà complessive. Molti dei più grossi problemi delle Alpi sono stati risolti. Se noi impariamo a rinunciare, la scoperta delle Alpi non ha fine”.

L’alpinista triestino Enzo Cozzolino, morto nel 1972 sulle pareti del Civetta, fu un altro protagonista di questa era. Arrampicata libera, difficoltà estrema e allenamento a tempo pieno per poter raggiungere livelli tecnico-psichici superiori furono le basi del suo alpinismo. Lo stesso Messner riconobbe a Cozzolino il merito di aver già allora superato la fatidica barriera del settimo grado su roccia.

In Europa, sono soprattutto i francesi del Verdon ed un gruppo di arrampicatori di lingua tedesca a farsi interpreti del nuovo modello. Nel 1977, Helmut Kiene e Reinhard Karl affermarono che la loro nuova via, la famosa "Pumprisse", era di settimo grado. Un livello di difficoltà allora inesistente, e forse anche inconcepibile. Il loro annuncio, però, ebbe un effetto dirompente.

L’Uiaa oppose all’apertura della scala di difficoltà una resistenza strenua quanto cieca, se si pensa che nello stesso anno, il 1977, Jean Claude Droyer aveva salito la via Bonatti al Capucin con solo 9 chiodi di progressione, attestandosi quindi molto al di sopra del classico sesto grado.

Ma ormai il cambiamento aveva preso piede. Il progresso tecnologico, quello fisico-atletico e soprattutto quello psico-fisico, che libera dalle antiche paure chi, conscio delle proprie capacità arrampicatorie testate in fondovalle, si avventura verso quote più alte, porta in pochi anni a demolire letteralmente i miti del passato.

Quelle vie che erano sempre rimaste prerogativa di pochi eletti, percorse spesso con grande difficoltà, in 2 o più giorni, diventano delle classiche salite da migliaia di persone, mentre il livello tecnico dei “big” si lancia verso prestazioni che portano ad un continuo abbattimento del record, di difficoltà o di velocità.

Ermanno Filippi 
 
 
Testo di Ermanno Filippi – Istruttore di Alpinismo CAI. Tratto da "Brevi cenni di storia dell’Alpinismo", dispensa della Scuola di Alpinismo del CAI Bolzano

 

 

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