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Storia dell'alpinismo

Dopoguerra: le “direttissime” e il grande alpinismo francese

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Il Dopoguerra é caratterizzato da due importanti novità tecniche, che solo apparentemente rappresentarono un progresso dal punto di vista dell’arrampicata: l’introduzione della suola Vibram, e l’evoluzione del chiodo, che venne prodotto in varie fogge e misure, fino ad arrivare al chiodo a pressione.

Le salite in Dolomiti e non solo sono contraddistinte da un uso sempre più diffuso e sistematico delle tecniche artificiali, fino a giungere agli eccessi delle direttissime ad espansione con più chiodi che metri di arrampicata.

Dobbiamo però fare un’eccezione per alcune grandi vie di arrampicata mista libera-artificiale, come le vie di Lacedelli, di Aste, di Bonatti, Hasse e Brandler, di Piussi. Questi alpinisti salgono pareti impressionanti limitando al minimo, per quanto era possibile al tempo, l’uso di mezzi artificiali e soprattutto astenendosi il più possibile dal forare.

E’ questo il periodo delle grandi ripetizioni, solitarie ed invernali, dei grandi itinerari degli anni Trenta, ma è anche il periodo di maggior attenzione dei media, spesso più interessati alla tragedia ed alla polemica che alla cronaca.

I protagonisti furono Maestri, Buhl, Aste, Bonatti, e poi Barbier. Ma é soprattutto l’alpinismo francese ad imporsi, risvegliandosi da un lungo letargo. Uomini come Rebuffat, Lachenal, Terray, Magnone, Berardini, Desmaison, Couzy, Livanos, Gabriel ripresero l’eredità dei Charlet, degli Allain, dei Lagarde e portarono l’alpinismo francese ai vertici su ogni terreno, d’estate e d’inverno, in Europa e fuori.
Basti citare la prima salita al Fitz Roy (Patagonia), nel 1952, di Lionel Terray e Guido Magnone (nella foto), e la conquista dell’Annapurna (Nepal), primo ottomila ad essere salito nel 1950 da Maurice Herzog e Louis Lachenal.

Il Dopoguerra é anche l’epoca delle grandi esplorazioni extraeuropee, che riprendono dopo i pionieristici tentativi del Duca degli Abruzzi nel Baltoro, in Karakorum. E quelli più concreti, ma ancora velleitari data l’attrezzatura, degli anni Venti e Trenta, come quelli di Mallory ed Irvine sull’Everest, o dei tedeschi sul Nanga Parbat.

E’ il periodo della conquista degli ottomila, che vi racconteremo nella prossima puntata.

Ermanno Filippi
 

Testo di Ermanno Filippi – Istruttore di Alpinismo CAI. Tratto da "Brevi cenni di storia dell’Alpinismo", dispensa della Scuola di Alpinismo del CAI Bolzano

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