• Il primo sito italiano sul mondo della montagna e dell'alpinismo
Storia dell'alpinismo

Cassin e la Sud del Mount McKinley (2)

Il primo mattino di bel tempo Cassin, Zucchi e Airoldi salgono la parete lungo la via appena aperta, alla ricerca di un punto per piazzare campo 1.

Ma il McKinley si rivela subito per quella dura montagna che è. Ghiaccio vivo e colatoi al limite della praticabilità costringono i tre a vere e proprie peripezie. Fino a che, il punto che diventerà campo 1, non viene trovato. Al riparo dalle scariche di neve, sotto ad un torrione granitico, sormontato da una lunga e impervia cresta di neve.

L’indomani gli ordini sono precisi: Perego, Canali e Alippi partiranno dal nuovo campo e tenteranno di salire il torrione e la cresta, per cercare il punto per il campo successivo. Cassin, Canali e Alippi, secondo lo schema consolidato delle spedizioni di quegli anni, porteranno tutti i carichi pesanti fino al primo campo.

Anche questa giornata è un successo. Nonostante la nebbia una tenda Nepal viene piazzata a campo 2 mentre il capospedizione, di ritorno al base, si occupa della corrispondenza a mezzo aereo, affidando a Goodwin Austin, il pilota dell’aereo di supporto, la relazione della scalata da consegnare al CAI in Italia. Altri tempi.

La giornata successiva porta Zucchi e Perego a quota 5.200 metri, dove viene individuato il posto adatto per montare campo 3. E la successiva giornata di bel tempo permette alla spedizione di rifornire quest’ultimo campo di viveri e materiale.

Ma tanta fortuna evidentemente deve essere pagata e, per tutta una notte, nevica ininterrottamente, costringendo a rimandare l’imminente tentativo alla vetta da campo 3.

Si scende quindi fino a campo 1 per fare il punto della situazione e per attendere una finestra di bel tempo. Finestra che puntualmente arriva il giorno dopo. Tutti a campo 3 quindi, divisi in due cordate. Ma è una tregua effimera, e una volta li sono il gelo e le raffiche di vento fortissimo a farla da padrone.

La decisione di Cassin è irrevocabile. Bisogna tentare la vetta senza ulteriori campi. Il tempo è troppo instabile e la quota inizia a farsi sentire. Inutile correre rischi inutili. Bisogna giocarsela sulla velocità.

Detto fatto, la partenza non tarda. Ancora vento e ancora neve, ma si sale diritti per lo sperone, fino all’ultima bastionata di roccia, una piega a sinistra e su per il canalone ghiacciato che conduce alle rocce sommitali.

Le difficoltà sono a tratti estreme, la marcia è sempre più faticosa. Il terreno non è uniforme, ora è ghiaccio durissimo, ora neve farinosa. Occorre volontà di resistere. Che non manca certo a due cordate valorose capitanate da una leggenda vivente dell’alpinismo.

La temperatura si aggira sui 35 gradi sottozero, ma alle 23 del 19 luglio 1961 tutti sono in vetta alla montagna più alta del Nord America. Sorrisi abbracci e commozione, e sembra che nemmeno il fredda possa rovinare un momento così bello.

Due foto di rito, la bandiera americana, quella italiana, quella del Cai e quella dei Ragni di Lecco. E una sorpresa: una statuetta di S.Nicolò, patrono della cittadina manzoniana che si affaccia sull’omonimo lago. Patria acquisita di uno dei più grandi alpinisti al mondo che, all’età di 52 anni, aggiunge al suo già ricco curriculum un’altra cima prestigiosa.

 
Massimiliano Meroni
Articolo precedenteArticolo successivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.